Gli architetti di successo puntano sulle ricette collaudate! (2012)

0 6

Foto: Jerneja Jerak

Luogo: Lubiana, Gala Hala
Data del concerto: 28.10.2012
Spettatori: 150 – 200
Prezzo del biglietto: 20 €

Che la mediocrità sia roba solo per chi non vuole schiodarsi dal grigiore del nulla lo cinguettano già i passerotti sui rami qui intorno, ma dopo la prima calata dei britannici Architects sulle pianure della valle slovena di Šentflorjan era chiaro che il tour Never Say Die poteva essere solo l’ouverture di un miglioramento. Lo ha confermato anche il ritorno tanto atteso quasi sul luogo del delitto, solo che stavolta l’epicentro dell’azione si era spostato nelle viscere alternative di Metelkova, e il figlio schizofrenico dell’evoluzione musicale della città di Brighton si è presentato con una variopinta cordata di compagni d’arme e complici musicali britannici: oltre alle celebrate star della serata, nella line-up c’erano infatti i meno noti Heights e una band in piena ascesa, dei ragazzini che rispondono al nome di While She Sleeps. Considerato il blasone che il nome Architects si porta addosso, ovvero, se ci si fida solo delle parole stampate e si abbocca alle opinioni mal articolate dei ragazzini, sinonimo di divertimento, bella atmosfera e discese adrenaliniche sugli scivoli del piacere. Siccome le parole è sempre meglio verificarle dal vivo, anche noi abbiamo dovuto mettere alla prova sul campo queste serenate di lodi.

Siccome a ottobre le temperature erano già crollate di brutto e su Lubiana si era riversato pure il freddo, pungente acquazzone autunnale, davanti alla porta della Gala c’era ben poco struscio da passerella, mentre i giovani e ambiziosi “brutali” hanno presto occupato le prime linee di battaglia sotto il palco, assediatissimo, su cui con precisione svizzera sono saliti per primi i ragazzi degli Heights. Il quartetto di Welwyn Garden City ha servito un antipasto piuttosto tiepido di post hardcore troppo poco definito e troppo poco virile; dopo tre anni di vita lo scaglione britannico di artiglieri che sparano proiettili di calibro Underoath, Comeback Kid, dei già annunciati Architects e chi più ne ha più ne metta può vantare perfino un album d’esordio piuttosto elogiato dalla critica, Dead Ends. Il meglio dell’Isola, almeno a giudizio della giuria della rivista britannica Metal Hammer, che ha incoronato il quartetto con una nomination ai Golden Gods Awards 2012, è però un conglomerato dal suono parecchio oscuro di qualcosa che vuole suonare come HC virile, ma non ha abbastanza palle né decisione. Non ha aiutato nemmeno il cambio al volo dietro al microfono: a maggio i ragazzi hanno scaricato il cantante Thomas Debaere, e a sentirsi abbastanza sicuro delle proprie corde vocali è stato il bassista Alex monty, che è tutto fuorché un magnete carismatico capace di attirare le folle. Un’esibizione piuttosto sterile ha offerto il solito riscaldamento della metà superiore del corpo, e il pubblico già al pezzo Eye For An Eye si è lanciato in un mosh pit alla slovena, un po’ stantio. I primi saltatori si sono stirati le anche e, alla maniera dei “pussy diver”, cercavano il momento ritmico giusto per tuffarsi sulle teste degli amici; gli Heights, nello stile del “brillante” Soulfly di Cavalera, somigliano di più a un’auto lanciata in autostrada in seconda e a tavoletta, mentre la sezione ritmica tira ostinatamente il freno a mano. Le scuse post-apocalittiche sono ormai così abusate che non le userei nemmeno, ma comunque lo spettacolo messo in scena dai rodati bighelloni Alex Monty alla voce e al basso, dal duo di chitarre formato dallo zen con la criniera Dean Richardson e dal poco intrigante Tom Green, a cui non ha dato una spinta oltre il livello nemmeno il batterista piuttosto mediocre Tom Hutton, in qualche modo non mi ha preso sul vivo. Nemmeno qualcosa che si nutre degli stereotipi del garage NYHC e risponde al nome di Forget ha aiutato a sciogliersi, e ho subito pensato che lo stupro mentale delle folle con copie rancide di Hatebreed e Sick Of It All, ma con la differenza che nel cocktail di sostanze chimiche, al posto degli steroidi, hanno messo un goccio di troppo di sedativi e analgesici, andrebbe vietato per legge. Per buon gusto e decenza, però, l’effetto sulla ciurma di Lubiana è stato ben oltre le aspettative e non si è percepito nessun getto di pus né ascesso di malcontento. Anche la title track dell’esordio Dead Ends, che è un esempio molto orecchiabile di musica artigianale, non sale oltre il due sul godimetro, mentre le melodie castrate da ratto del pezzo più recente Stray Rats migliorano un po’ il sapore, perché i ragazzi hanno alzato la dose di sudiciume, distorsioni sporche e urla gutturali storpiate in soccorso; il cockney bullshit dopo il pezzo Oceans e l’ultimo avviso finale che dopo il concerto hanno tempo per firmare dischi e magliette e magari perfino per una birra, con il tocco finale di The Lost And Alone, si esaurisce comunque in un momento abbastanza riuscito di chiusura del primo punto all’ordine del giorno.

Il seguito doveva essere molto più articolato, e che la mezz’ora d’attesa valesse la pena di stare sotto la pioggia l’ha confermato subito una presenza scenica del tutto diversa da parte della formazione di Sheffield While She Sleeps, che sotto la veste di un metalcore moderno e tatuato porta un singolare respiro di pessimismo proletario britannico e di crudezza realistica. Armati dei dischi This Is the Six e North Stands For Nothing i ragazzi hanno rimodellato con successo le loro influenze primordiali, cioè Underoath, Refused, Alexisonfire, Comeback Kid e Slipknot, con sfumature di alternative più melodico alla Foo Fighters e dell’enfant terrible della musica moderna Marilyn Manson. Lo stampede iniziale del pezzo While She Sleeps fa capire che i ragazzi non hanno nessuna intenzione di cazzeggiare cercando una marcia di riserva, quindi vanno direttamente a tutta. L’impatto bilanciato del tandem di chitarre di Sean Long e Mat Wlsh è ben sostenuto dal basso di Aaran McKenzie, sporco il giusto, e dalla metrica ragionata di Adam Savage dietro alle pelli, mentre ai vocal è tutta un’altra storia rispetto agli Heights. Lawrence Taylor forse ricorda la prima voce dei Bullet For My Valnetine, ma il centro della band, capelli lunghi e tatuaggi, è in realtà un peso massimo che guida la danza caotica dell’esorcismo del diavolo nella direzione maledettamente giusta! Il gioco energico col pubblico paga in stage diving selvaggio e in uno stacco dei freni a raffica tra i giovani, a cui la Gala non è stata per niente stretta per dare sfogo alla libido. The North Stands For Nothing va in trip sulle ricette degli As I Lay Dying, e un involucro disarmonico di adrenalina, fischi, breakdown ben eseguiti e Weltschmerz porta il carro armato per un attimo perfino in direzione Deftones. Sexy e per niente noioso! La suspense del pianoforte la introduce, in modo un po’ generico, il pezzo Our Courage, Our Cancer, ma il sudore cola dal palco a galloni, e i While She Sleeps lanciano un incantesimo tecnicamente piuttosto impeccabile sul pubblico sloveno, che gli mangia in mano. E poi qualcosa di sinistro e maledettamente dolce! “I put my trust in poison, to teach me how to live. / I put my trust in darkness, to teach me how to see,” tuona la gola del cantante ossesso, e il pezzo Until The Death, come intessuto dalle dita del miglior prodotto d’esportazione dell’Iowa, gli Slipknot, sia pure con aggiunte di melodia e velocità, si apre la sua strada inarrestabile fin nella corteccia di quel che succede a Metelkova. No all’asservimento al sistema! No alla sottomissione servile! No alla condanna a un futuro nero! Ed è questo il filo rosso sangue dell’esordio This Is The Six, che punta a farsi sentire e capire dalle masse, e siccome la musica, come detto, oggi si ascolta anche con gli occhi, durante la predica non può mancare nemmeno la magia scenica, che i While She Sleeps hanno; quel che manca lo compensano con la sicurezza, così gli scalpi delle folle appesi alle cinture dei ragazzi si moltiplicano. Il pezzo Trophies non fa che confermarlo e, dopo le ultime tre perle dello sbarco di Sheffield, con Reunite uno dei momenti davvero eccezionali della serata si chiude in stile da grandi, e i ragazzi, nel congedarsi, rendono omaggio con dignità sia al pubblico sloveno sia ai loro compagni d’arme musicali e co-artefici della serata.

Che il momento atteso da tutti si stava avvicinando lo ha dimostrato anche un soundcheck maledettamente lungo, che, come si addice alle star, è stato all’insegna dello slittamento dell’atto conclusivo della serata. Le star del metalcore britannico Architects, dopo otto anni di vita e cambi di nome da Inharmonic a Couting The Days e infine a quello piuttosto chiacchierato che gli ha portato fama e soldini, si prendono il loro tempo per prepararsi, perché il tutto dev’essere impeccabile e degno dei soldi dei ragazzi, no?  Era difficile da credere, ma a un solo anno dal disco The Here And Now i ragazzi sono stati capaci di fare un passo avanti e incidere Daybreaker, che non li spinge solo verso acque di impegno socio-politico, ma da semplici intrattenitori li trasforma in portavoce post-hardcore della vita nel nuovo millennio. Che valgano più dei soli paragoni con i Bring MeThe Horizon dovrebbe dimostrarlo anche il ritorno stilistico alle radici del sound della band, e un suono un po’ più massiccio e pesante avrebbe dovuto scuotere anche Lubiana. 

Già l’intro iniziale e l’attacco di uno dei pezzi migliori del disco precedente, Day In Day Out, fanno capire che i ragazzi sono tarati alla perfezione. Da una parte c’è l’anello chitarristico e asse centrale della band Tom Searle, a cui sul lato destro del palco fa da spalla per dovere d’ufficio l’appendice live non a pieno titolo del gruppo, il chitarrista del tour Josh Middleton. Al basso si rimette alla prova Alex Dean, assente per un breve periodo, il fratello di Tom, Dan, domina il suo set di batteria, e oltre al legame organico tra uomo e pelle ci sono in gioco anche gli ausili tecnici, trigger e rinforzi di sampler, mentre il primato di uno dei cantanti più incisivi lo difende, con un taglio di capelli un po’ più corto, il cantante urlatore Sam Carter. La macchina è ben oliata, e i ragazzi cadono in trance già prima del primo ritornello, il che è, non c’è che dire, impressionante, ma anche un filo sospetto. È di nuovo solo il piatto forte a far perdere l’equilibrio ai ragazzini, o è davvero la qualità a spingere sul palco i giovani aviatori e aviatrici, dove si bloccano prima del tuffo nel mare di gente? A giudicare dalle pose e dal mettersi in posa per i fotografi era chiaro che la verità sullo sfogo sincero delle emozioni sta da qualche parte nel mezzo; in ogni caso il roadie della band ha avuto un sacco da fare, tra l’inseguire i sognanti ragazzotti in felpa, l’accordare le chitarre e il recuperare cavi quasi staccati. Con il pezzo Dethroned le lancette del calendario si spostano al 2009, la cacofonia dissonante di prevedibili martellamenti urlati su pentole già sentite muove la folla in una danza bizzarra, mentre il pezzo molto più melodioso e articolato Learn To Live sposta gli eventi in un’armonia mentale, e Sam snocciola il suo mantra urlato in modo maledettamente ironico, ma dubito che venga ascoltato. “Pick yourself back up and learn to live, / Stop caring, stop thinking. / Picked yourself back up and learn to live, /
The grass is greener on the other side, so don’t give up on life. / Never back down, do this for yourself,
You don’t need anyone to get you where you deserve.” E solo adesso arriva il momento della promozione del nuovo disco. Daybreaker viene battezzato a Lubiana con il pezzo Daybreak. Grandi deviazioni rispetto al passato, a dirla tutta, non ce ne sono, però è vero che i ragazzi hanno imparato bene gli approcci istantanei per ottenere il massimo risultato. Follow The Water in questa bellezza melodica si alza in modo quasi ribelle sopra il livello del semplice piacere. L’album Hollow Crown viene fuori in effetti come una specie di invito all’inquietudine, e i ballerini hardcore si trascinano fino al bordo del palco come gusci senz’anima, mentre i membri della band accompagnano lo zombie-ballo di Lubiana con una risata ironica e cinica sul groppone di ragazzini che al palco ci sono pure arrivati, ma lì si sono piantati senza una vera idea di dove, tra una pausa e l’altra, penetrare nell’aria fino alle viscere della Gala. Io credo che lo stage diving abbia senso solo se il coraggioso paracadutista conosce almeno abbastanza pezzi da sapere quando è il momento di buttarsi con stile e quando è ora di risalire sul palco, se mi concedete qualche neologismo sarcastico … L’ulteriore stampede di movimenti ben studiati (almeno da parte della band) continua alla ricerca del tocco finale giusto. Non lo porta né Delete, Rewind, né la novità ancora del tutto sconosciuta a molti, Outsider Heart, mentre un po’ di cherosene sulle fiamme dell’ardente passione lo aggiunge l’«hit» disarmonico Devil’s Island, che però con la sua sfacciataggine screamo comincia a ripetere banalità già sentite, e io aspetto a malapena la fine della parte regolare del concerto con il capolavoro finale dell’album Hollow Crown, il pezzo Early Grave. Segue ancora un solo bis e basta, mi dicono fonti ben informate, e dopo il tanto decantato pezzo di apertura dell’album Daybreaker, These Colors Don’t Run, la cavalleria dei wunderkind dell’Isola si congeda a malincuore dal pubblico sloveno e parte per la sua tappa successiva in giro per l’Europa. Si potrebbe notare che nella lista degli album dei giovani britannici di belle speranze ce ne sono ormai cinque, e probabilmente c’è un maledetto buon motivo per cui gli Architects rinunciano così facilmente ai momenti dei dischi Nightmare o del seguito uscito nel 2007, il disco Ruin. Nomen est omen, quindi a Lubiana è stato probabilmente risparmiato qualcosa di buono, direi io, se posso permettermi di essere un po’ cattivo …

A giudicare dall’odore stantio di sudore e dalle nuvole di endorfine, la serata è stata senza dubbio riuscita, ma io sottolineerei che picchi pazzeschi non ne abbiamo visti né sentiti; in compenso ci siamo goduti una buona festa core in versione formale, che a molti è effettivamente bastata. Un qualche gran capolavoro architettonico non l’hanno portato né i titolari della line-up né i precedenti assedianti del palco – con l’eccezione forse dei While She Sleeps, che, non so perché, come e quando, mi si sono infilati con successo nell’anima, e la macchia di divertimento estremo non riesco a lavarla via dalla mente così facilmente e in fretta. Anche la coreografia della serata è stata sopra le aspettative, perché l’infiorescenza dei brutali sloveni è riuscita con i suoi audaci saltelli a ravvivare la serata e a collocarla nella rubrica delle “fottute feste dell’anno”, mentre le mie riserve preferirei non ripeterle più, tanto non avrebbe senso. In ogni caso la serata è stata riuscita e in ogni caso più d’uno si rammaricherà con le lacrime agli occhi di aver saltato una delle migliori repliche di quanto successo tre anni fa, con la differenza che stavolta il vessillo degli estremi l’ha difeso solo la divisione dell’Isola di ragazzini ben istruiti, maledettamente oliati ed esteticamente rifiniti, venuti dal garage schizofrenico del metalcore. Gli scalpi dei ragazzini restano così in Europa, e i Dihurči possono spuntare a cuore e anima leggeri un altro nome dalla lista dei concerti sopra la media di quest’anno!

Scaletta

HEIGHTS:

  1. Eye For An Eye
  2. Forget
  3. These Streets
  4. Dead Ends
  5. Stray Rats
  6. Oceans
  7. The Lost And Alone

WHILE SHE SLEEPS:

  1. Intro
  2. Dead Behind The Eyes
  3. The North Stands For Nothing
  4. Our Courage, Our Cancer
  5. Until The Death
  6. This Is The Six
  7. Trophies
  8. Crows
  9. Seven Hills
  10. Reunite

ARCHITECTS:

  1. Behind The Throne Intro
  2. Day In Day Out
  3. Dethroned
  4. Learn To Live
  5. Daybreak
  6. Follow The Water
  7. Even If You Win, You’re Stil A Rat
  8. Numbers Count For Nothing
  9. Delete, Rewind
  10. Outsider Heart
  11. Devil’s Island
  12. Early Grave

BIS:

  1. These Colors Don’t Run

Galleria fotografica

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie