Gli Iron Maiden aprono col botto la terza parte del Somewhere Back In Time Tour! (2009)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Arena / Belgrado / Serbia
Data del concerto: 10.02.2009
Numero di spettatori: 10
Prezzo del biglietto: 37,80€ (tribuna) / 43,80€ (parterre dietro) / 56,80€ (parterre davanti)
È partita l’ultima parte, anzi la terza, del tour degli Iron Maiden battezzato “Somewhere Back In Time Tour 2008-2009”! Per la maggior parte delle date di questo ambizioso proseguimento gli Iron Maiden hanno scelto come unica tappa europea proprio il primo show di questo giro, quello che nostalgicamente fa Belgrado, la città dove il concerto dei Maiden avrebbe dovuto svolgersi già l’anno scorso. Hanno dedicato questa tournée esclusivamente al materiale uscito sui loro dischi in studio tra il 1980 e il 1988, con l’immancabile “perla” Fear Of The Dark, che non può proprio mancare nel repertorio delle vergini di ferro.
Questi signori, la cui carta d’identità ha ormai superato da un pezzo gli anni di Abramo, anche a Belgrado hanno servito una dose abbondante di fracasso, piazzando nell’Arena un palco largo più di 20 metri e pesante circa 12 tonnellate, con una marea di iconografia scenica indimenticabile che rievoca i palchi dell’età d’oro degli anni Settanta, ai tempi dei tour “World Slavery” e “Somewhere In Time”.
Per non rendere il tutto troppo monotono, per questa terza parte gli Iron Maiden hanno preparato qualche cambiamento, che riguarda soprattutto la scaletta e la scenografia di cui sopra. Prima di tutto hanno tolto dal palco Eddie la mummia, che a Spalato, il 10.08.2008, era balzato fuori a tradimento dal famoso sarcofago “d’oro” (il reportage di RockLine lo trovi QUI). Meno anche gli effetti pirotecnici, ed Eddie cyborg si è fatto vedere solo durante Iron Maiden. La scaletta è stata adattata all’esotismo dei posti che la band ha in programma di visitare stavolta. Sono località dove i Maiden sono stati rarissimamente, se mai ci sono stati. Per dire, la Florida, dove il tour si chiuderà il 2.4.2009, non la visitavano da ben 13 anni. Che c’entra l’esotismo con tutto questo? Visto che finora gli Iron Maiden sono stati una rarità nei posti di questa terza parte del tour, con la rarità delle apparizioni è cresciuto in modo esponenziale anche il fanatismo dei loro fan più fedeli. Per questo la band ha rimesso in scaletta alcuni pezzi “best of” della sua carriera e ha preparato un vero assalto “old school” ai classici della sua età dell’oro. Una scaletta che metteva insieme alcune perle tornate in scaletta dopo tanto tempo, come tre classici di Powerslave, Wasted Years da “Somewhere In Time”, “Children Of The Damned” da Number Of The Beast e Phantom Of The Opera dall’esordio in studio. È tornata persino Wrathchild (“Killers”, 1981), mentre la presenza di materiale da Seventh Son Of A Seventh Son si è ridotta alla sola, celebre, The Evil That Man Do. Per chi segue la band con regolarità, senza dubbio una scaletta meno interessante rispetto all’anno di concerti 2008 degli Iron Maiden.
Ormai è inevitabile la comparsa della dolce quaglietta Lauren Harris ai concerti degli Iron Maiden. La figlia del capo della band è salita sul palco alle 20.25 e ha “macinato” con la sua formazione fino alle 21.00. Il quartetto ha aperto il repertorio con la cover degli UFO Natural Thing, mentre il resto della scaletta è andato al materiale proprio. Tra questo, anche la presentazione di un pezzo nuovo di zecca, Smoke And Mirrors, più roba dall’esordio “Calm Before The Storm”, racchiusa in Steal Your Fire, Wishing On A Star, Waiting For Yesterday e Come On Over. Come sempre, suono invidiabile e band a proprio agio sul palco. La ragazza ha messo su una bella festicciola, che però purtroppo risulta fastidiosa, perché la sua idea di rock sporco da “drive”, con una spruzzata di punk, davanti a un concerto degli Iron Maiden non c’azzecca niente. Per questo è stata accolta da un applauso fragoroso solo due volte: quando ha detto al pubblico in sala “Buonanotte” e quando, ormai sparita dal palco, i roadie, mentre preparavano il palco per le tanto attese vergini, hanno staccato dal fondale il suo enorme striscione. Ruolo ingrato. Ma chi non lo accetterebbe, un posto prima degli Iron Maiden, soprattutto se lo vuole papà? Il prezzo da pagare per misurare lo sfogo di tutto il malcontento dei fan infiammati degli Iron Maiden è semplicemente incalcolabile. Un’esibizione ben fatta ma priva di carisma, con una musica che non lascia nessun segno degno di nota e che quindi affonda in fretta nel grigiore della mediocrità, dritta verso l’oblio.
Alle 21.30 il quadro nell’arena era ben diverso. Dopo che è girato il classico degli UFO Doctor Doctor, che di per sé ha annunciato l’inizio dello show della leggendaria band della “new wave of British heavy metal” e allo stesso tempo ha ricordato da dove gli Iron Maiden avessero imparato a comporre i loro più grandi classici, la tensione in sala ha iniziato a salire a razzo. L’atmosfera cresceva gradino dopo gradino, soprattutto quando la gente ha cominciato a recitare il discorso di Churchill mentre sui due enormi maxischermi giravano filmati della battaglia d’Inghilterra. La sala è poi esplosa compatta in un “crescendo” estremo quando, con la pirotecnica, c’è stato il boato dopo l’intro di Aces High. Eccoli! Accordati un pelo più in basso, e Bruce Dickinson passa senza problemi per le parti più alte del pezzo. Lascia comunque alla folla le parti di pre-ritornello e ritornello, e il suo delirio si trasforma presto in una vera guerra sotto il palco, così il tipo, da vecchia volpe, risparmia la portata vocale della propria voce per tutto il concerto. Fantastico il colpo d’occhio quando i riflettori di luce bianca hanno illuminato il parterre e le tribune. L’intera Arena era in piedi, con le mani in aria, rumorosa più che mai.
Come ormai da copione, anche stavolta all’inizio Dickinson era un filo troppo basso nel mix. Però l’hanno alzato in fretta durante Wrathchild, il pezzo del “riposo delle corde vocali”. La routine è incredibile. Le cose scorrono lisce, gli Iron Maiden potrebbero suonare a occhi chiusi. Dopo i primi tre pezzi Dickinson parla per la prima volta e promette che la band ha in serbo qualche sorpresa per stasera. Quando abbiamo visto Adrian Smith infilarsi una Jackson “custom” rossa a doppio manico, era chiaro che il pezzo successivo avrebbe fatto ondeggiare l’atmosfera in modo speciale. Suono pulito da Mi minore a Sol maggiore e poi a Re…. ovviamente Children of the Damned, che si è infiammata nella parte finale, la più tragica, ovviamente con Adrian dappertutto e il suo celebre assolo in “tapping”.
Siamo arrivati alla parte centrale dello show, la più potente e, ovviamente, un po’ più impegnativa da eseguire. L’ha aperta la celebre mini-epopea dell’esordio in studio della band, Phantom Of The Opera, che è stata il primo picco della serata, con un affiatamento di routine eccezionale e un ottimo comando del palco da parte di Bruce Dickinson. The Trooper è un classico a cui ormai da un decennio gli Iron Maiden danno più sapore dal vivo, con la partecipazione robusta di tutti e tre i chitarristi nelle armonie in terze a tre voci. Per i palati fini dei Maiden, però, la parte più interessante del concerto è stata sicuramente la sequenza di capolavori Wasted Years, dove abbiamo potuto ammirare ancora una volta Adrian Smith nella sua perfezione melodica, che ha messo in risalto come chitarrista guida dei tre in questo pezzo, mentre fortissima è stata la partecipazione del pubblico, già scaldatosi al massimo durante The Trooper. Segue il culmine del concerto. Dickinson chiede se stasera in sala c’è qualche amante della poesia, provoca ancora chiedendo della “marina serba” e alla fine svela l’indovinello nominando la parola albatro. A quel punto qualcuno lancia un pupazzo di pollo arrosto, che fa parte della regia del teatro di scena. Dickinson lo raccoglie e commenta: “I’m in love!”, poi lo lancia tra i tamburi a McBrain, consigliandogli di servirsi per pranzo.
Cambia la scenografia e ci ritroviamo sul ponte di una nave sopra cui veglia una maledizione di rovina, e i Maiden attaccano con il celebre epico Rhyme Of The Ancient Mariner, ricomparso in scaletta dopo 23 anni. Già solo per questo pezzo valeva la pena beccare i Maiden in questo tour. Dickinson avvolto in uno straccio sbrindellato. La parte particolarmente da brividi, in cui i Maiden stanno nella nebbia fino alle ginocchia, è risultata ancora più intensa. E dopo, un altro grande classico. Dickinson con una maschera piumata in testa e i Maiden si lanciano nella nuova perfezione heavy metal melodica del celebre riff sempreverde di Powerslave, che chiude il potente trittico del repertorio. L’atmosfera dopo si calma a sorpresa, quando il wah-wah compresso di Dave Murray dà il via all’hit degli hit Run to the Hills e ho dovuto fare una bella spaccata per restare al mio posto. La gente è andata completamente fuori di testa. Questo pezzo era l’annuncio che il concerto si avvicinava alla fine della parte regolare. I Maiden hanno deciso di distruggere il popolo e dopo è arrivata l’obbligatoria Fear Of The Dark, dominata a occhi chiusi da una folla di 10.000 persone. Gli enigmi dei classici che seguono si facevano sempre più facili e il più banale tra loro, Hallowed Be Thy Name, ha chiuso la parte regolare prima del botto finale, quando le fiamme della pirotecnica avvolgono il palco durante il consueto arrivo di Eddie cyborg e il fracasso di Iron Maiden, che porta alla conclusione dello show.
Gli obblighi “best of” proseguono con le sempreverdi The Number Of The Beast e The Evil That Man Do, con l’immancabile Dickinson che cerca l’equilibrio sul bordo dei monitor, a prova di che forma smagliante sia il nostro neo-cinquantenne. Forse la parte meno gradita del concerto è stata proprio la chiusura con la meno interessante Sanctuary (anche se continuava a ripercorrere in modo sensato il repertorio della ristampa di “Live After Death”, uscita stavolta in DVD nel 2007), dove è passato in primo piano Jannick Gers, soprattutto nel finale prolungato, quando Dickinson, per un totale di un’ora e 45 minuti, ha rimesso in piedi un’ultima volta tutta la sala e i presenti hanno spremuto fuori gli ultimi atomi di fanatismo Maiden senza freni.
C’è poco da filosofeggiare. I Maiden mantengono una forma straordinaria, che il concerto di Belgrado ha confermato ancora una volta. Un concerto carico delle emozioni della vera euforia da concerto degli Iron Maiden. I nostalgici hanno avuto quello che volevano, e in particolare tutti quelli che hanno incontrato per la prima volta dal vivo gli Iron Maiden con un repertorio classico. Occasioni del genere, infatti, saranno sempre meno. In una delle pause Dickinson ha accennato al fatto che all’orizzonte c’è un nuovo disco in studio degli Iron Maiden e che i ragazzi, in quell’occasione, intendono tornare a fare un salto a Belgrado. Ovviamente non è stato esplicito su quando avverrà questa nuova visita, ma visto l’attuale bioritmo degli Iron Maiden potrebbe essere già l’autunno dell’anno prossimo oppure marzo/aprile 2011. La band ha offerto un suono eccellente e un’esibizione senza una sbavatura. A una figura di culto dell’heavy metal come gli Iron Maiden, dopo la grandezza mostrata a Belgrado, sorride ancora un bel mucchio di anni di spettacoli fantastici e show spettacolari. Ovviamente fino a quando i ragazzi sentiranno di divertirsi e che il tempo è ancora dalla loro parte.
foto: Aleš Podbrežnik
Scaletta
Transylvania (taped intro) 1.Churchill’s Speach (taped intro) 2.Aces High 3. Two Minutes To Midnight 4. Wrathchild 5.Children Of The Damned 6. Phantom Of The Opera 7. The Trooper 8. Wasted Years 9. Rhyme Of The Ancient Mariner 10. Powerslave 11.Run To The Hills 12.Fear Of The Dark 13.Hallowed Be Thy Name 14.Iron Maiden —bis— 15.The Number Of The Beast 16.The Evil That Man Do 17.Sanctuary
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