Gli Osibisa uniscono Bled ai ritmi afro-caraibici (2011)
Location: Bled / Športna dvorana / Slovenia
Data: domenica 4 settembre 2011
La tradizionale Okarina etno festival di Bled, giunta quest’anno alla 21ª edizione, ogni anno mette in cartellone tante band di qualità e di fama provenienti da ogni angolo del mondo. Di rado, però, in questo festival sempre irresistibile per i palati musicali più fini, che stavolta si è tenuto nello Zdravilski park, capita una band di questo calibro, con questa esperienza e questa fama come i leggendari ghanesi Osibisa, che in una magnifica carriera di 42 anni hanno registrato oltre 20 album, in studio e dal vivo, e sono stati la formazione chiave nella popolarizzazione dell’afrobeat-jazz rock fusion all’inizio degli anni Settanta.
Una delle band jazz rock più importanti di tutti i tempi, guidata dal capo e fondatore del gruppo, il polistrumentista Teddy Osei, da decenni conquista il pubblico con la sua miscela unica di jazz, funk, fusion, r’n’b, ritmi africani, caraibici e latini e armonie vocali tradizionali, quasi ‘sciamaniche’. Per questo tanti intenditori sloveni hanno deciso che questo concerto non potevano proprio perderselo.
Se tra i fan storici della band di solito si trovano gli amanti della fusion e della world music, gli Osibisa sono interessanti anche per certi rocker incalliti, che li conoscono soprattutto per la collaborazione al classico degli Uriah Heep “Look At Yourself”, anche se nella loro lunga carriera hanno collaborato pure con altri nomi celebri del rock come Free e Thin Lizzy. La loro musica, basata per lo più su una ritmica strabiliante, ricchissima di percussioni e tamburi di ogni tipo, da sempre tipica della musica tradizionale africana, è pervasa da un’atmosfera positiva, in linea con testi che invitano al risveglio e hanno un taglio pacifista.
Con questo spirito è filato liscio tutto il concerto: la band in dieci, già dal primo minuto, dopo una breve accordatura, quando è partita l’introduzione strumentale del classico “The Dark”, ha iniziato a sprigionare vibrazioni cariche di positività, e qualcuno tra il pubblico più tardi, durante i pezzi più commerciali, si è perfino lasciato andare ai ritmi da ballo, che nel loro caso hanno radici sia africane che caraibiche. Va ricordato che alcuni membri, passati e presenti, di questa superba band vengono dalle isole caraibiche.
Oltre al polistrumentista Osei, che ha parlato di continuo al pubblico, incitandolo con un po’ di umorismo a partecipare più attivamente e che, nonostante sia costretto su una sedia a rotelle (il che per un attimo ha ricordato il leggendario batterista Robert Wyatt, che condivide un destino simile ma continua comunque a creare ottima musica), ha vegliato con dedizione sulla sua ricca tavolozza di tamburi africani, sul sax tenore e sul flauto, occupandosi ogni tanto anche delle parti vocali, ci hanno entusiasmato anche il chitarrista/cantante originale Wendel Richardson, originario di Antigua, il chitarrista/cantante Gregg Kofi Brown, il trombettista Colin Graham, l’organista/cantante Emmanuel Rintzos, il batterista Alex Kwaku-Boateng, il tastierista Kwame Yeboah, il bassista Emmanuel Afram e il percussionista Kofi Ayivor. Colin Graham ha preso il posto del trombettista originale degli Osibisa, Mac Tontoh, purtroppo scomparso l’anno scorso.
Era interessante osservare il contrasto sonoro e la spartizione dei compiti tra i due tastieristi. Mentre Rintzos sfoderava passaggi frusciami e scintillanti all’organo Hammond, Kwame Yeboah conquistava con il suono orchestrale dei sintetizzatori, con cui ha sostituito con successo anche l’assenza del sax soprano. Sarebbe davvero sciatto definire lo stile degli Osibisa “solo” jazz fusion, eppure gli interventi della tromba sono una parte importante del loro vocabolario sonoro, come abbiamo potuto verificare durante i capolavori solisti di Graham. Quasi tutti i membri della band, con l’eccezione del bassista Afram e del percussionista Ayivor, si sono cimentati al microfono, e a brillare di più sono stati Kofi Brown, che per lo più faceva il chitarrista ritmico, e Richardson. Quei due ci hanno regalato anche belle prove alla chitarra, anche se negli assoli il più convincente è stato comunque il più anziano ed esperto Richardson, che alcuni fan del rock conoscono come sostituto di Paul Kossoff, poco prima dello scioglimento dei Free. Il grande capo, filosofo e intrattenitore Osei, con i suoi brevi interventi al flauto e la sua elaborazione creativa dei tamburi africani, ha dimostrato ancora una volta di essere sulla buona strada per diventare l’Ian Anderson africano, con cui in tanti amano paragonarlo.
I maestri ghanesi, come ci si aspettava, oltre ai pezzi più recenti hanno suonato soprattutto i successi dei primi tre album, cioè “Osibisa” (1971), “Woyaya” (1971) e “Heads” (1972), che la maggior parte degli intenditori conosce meglio. Così abbiamo avuto modo di ascoltare, tra gli altri, classici come l’opener “The Dawn”, “Ayiko Bia”, il loro primo singolo di successo “Music for Gong Gong”, “Beautiful Seven”, “Y Sharp”, l’inno pacifista “Woyaya” e “Kokorokoo”. Dall’ultimo album in studio, per altro ottimo, “Osee Yee”, si sono fatti valere con la title track e con “My Sweet Lord”, cover del “Beatle silenzioso” George Harrison. L’altra cover della serata è stata “Pata Pata”, che nell’originale canta la celebre cantante sudafricana Miriam Makeba.
Gli Osibisa ci hanno portati per un po’, grazie a una fusione unica di jazz, rock, funk e world music, nel cuore delle savane e delle giungle africane, con una breve sosta sulle isole caraibiche. Il concerto, eccellente, di questa band leggendaria (e tanti che la seguivano all’inizio degli anni Settanta non sanno nemmeno che sia ancora attiva, il che è triste) è finito fin troppo presto, e quando i discendenti degli antichi popoli africani hanno salutato un pubblico poco numeroso ma coinvolto, i loro complessi ritmi sciamanici ci hanno risuonato nelle orecchie ancora a lungo.
Autore: Peter Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik



















