Gods of War
Autore: Rok Klemše
Artista: Manowar
Etichetta: Magic Circle Music
Uscita: 2007
Scrivere dei Manowar è in realtà una faccenda parecchio ingrata. Perché lo dico? Perché nel metal i Manowar passano per una delle band più grandi, forse anche tra le migliori… ma allo stesso tempo sono bersaglio di scherno e disprezzo da parte di molti. Uno penserebbe che con gli anni si siano calmati e messi con i piedi per terra, e invece i Manowar vanno ancora avanti con la solita solfa – metal, virilità e sesso. E sì, sono sempre i soliti “veri machi” unti e pompati che se ne stanno intorno al fuoco, agitano spade e urlano “Greyskuuuuul!!!”. Ma okay, i Manowar sono una band che ha costruito la carriera sull’immagine. Ultra machisti, muscolosi, capelloni, rumorosi e, ovviamente, innamorati delle loro moto. Portabandiera del true metal e difensori di tutto ciò che nel metal è autentico. Per qualcuno è un po’ ambiguo, perché non si capisce mai quanto sia seria una band così, ma i Manowar restano un gruppo che si può apprezzare… look assurdo o no.
Dopo cinque anni i Manowar si sono quindi rimessi a lucido i bicipiti, hanno tirato a specchio le spade e sono arrivati dritti dritti alle porte della Valhalla in sella alle loro Harley. Sì, che altro, abbiamo davanti un concept album sul sommo dio norreno, Odino. Pare sia il primo di una serie di concept dedicati agli dèi mitologici. Ma con Gods of War i Manowar sono davvero riusciti a conquistarsi un posto d’onore alla tavola rotonda dei guerrieri caduti nella sala della Valhalla, ognuno con la sua valchiria al fianco? Purtroppo i “grandi guerrieri” hanno messo la coda tra le gambe e Odino ha negato loro l’ingresso nella Valhalla.
Gods of War soffre insomma di una grave carenza di qualità. I Manowar sono famosi, certo, per le orchestrazioni epiche, le ouverture e i monologhi pacchiani, ma stavolta si sono spinti troppo in là. Così in là da ricordare il “symphonic hollywood metal” degli italiani Rhapsody (of Fire). Ed è proprio qui che sta il problema. Questi sono i Manowar, accidenti, e da loro mi aspetto metal, metal e ancora metal. Mi aspetto TRUE metal, e lo pretendo in quantità ridicole. E su questo fronte l’album fa flop su tutta la linea.
Gods of War è un disco lungo, dura un’ora e quindici minuti, e a tratti è così epico da farsi del male da solo. Si parte con un’ouverture “wagneriana”, Overture to the Hymn of the Immortal Warriors, e ci troviamo esattamente ciò che il titolo promette – una vera sinfonia con un coro imponente. Archi e organo alzano ancora l’atmosfera e l’inizio è promettente. Ma con quasi sei minuti e mezzo l’intro è decisamente troppo lungo, e non vedo l’ora che i custodi del True metal arrivino in sella alle loro Harley… Errore… segue un’altra ouverture – The Ascension. Certo, serve a presentare il concept, ma non poteva fare un lavoro migliore nell’ammazzare la tensione. Dopo dieci minuti, finalmente, il vero suono Manowar si accende con King of Kings. Peccato che il pezzo, in versione live, l’avessimo già sentito sull’EP. Vabbè, almeno con ouverture, intermezzi e monologhi abbiamo chiuso, no?
Purtroppo devo deludervi di nuovo. Army of the Dead Part 1 è un altro inserto senza senso, che per fortuna viene salvato dalla fantastica voce di Adams, che tira fuori il disco da una mediocrità pesante, visto che a livello strumentale i Manowar non si mettono in mostra nemmeno lontanamente come nei dischi precedenti. Finalmente Sleipnir ci regala un pezzo Manowar fresco fresco, con quel suono Manowar autentico di cui ti innamori in un attimo – mid-tempo con voci possenti, batteria tonante e riff azzeccati. Evidentemente il disco è finalmente partito e arriva un’altra inno metal, Loki God of Fire. Blood Brothers è un altro gioiello del disco, tipica power ballad alla Manowar, in cui Adams brilla sempre con la sua voce fantastica. Peccato però che l’abbiano piazzata troppo presto: rallenta completamente e uccide il ritmo del disco. Quello che poteva essere un finale eccellente sfuma in fretta nel dimenticatoio.
Ma tranquilli, le noiose e insipide ouverture sinfoniche non sono finite. Il trittico di Odino lo aprono Overture to Odin e The Blood of Odin, in tutto sette minuti, e lo chiude Sons of Odin, un’altra vecchia conoscenza dell’EP. Sons of Odin è senza dubbio uno dei vertici del disco, ricorda i vecchi Manowar dei bei tempi, con linee di basso potenti e una struttura in crescendo. Glory Majesty Unity ci serve ancora un po’ di sinfonico e chiacchiere inutili. A me la mitologia norrena affascina da matti, ma diciamocelo, secondo me i Manowar non riusciranno a convincere chi è arrivato in fondo a Gods of War a prendere in mano anche solo un libro sull’argomento.
La title track riporta a galla i Manowar migliori e in Gods of War riescono a mescolare la dose giusta di sinfonico e metal. Eppure mi perseguita la sensazione che il pezzo avrebbe colpito ancora più forte se non ci fosse stato bisogno di farsi strada per mezz’ora tra ouverture inutili. Army of the Dead deve ovviamente avere il suo obbligatorio, quanto inutile, seguito con la seconda parte, dopo la quale ci aspetta finalmente un ottimo rocker mid-tempo, Odin. Ancora la conclusiva Hymn of the Immortal Warriors e arriviamo alla bonus track, Die For Metal, che è bonus esclusivamente perché non rientra nel concept. Ridicolo che a salvare un concept album sia una bonus track che col concept non c’entra niente. Ma almeno con Die For Metal i Manowar ci servono quella vera energia metal cruda che ci aspettiamo da loro e che pretendiamo.
Quindi, se concludo spolverando quelle parti atrofizzate del mio cervello che si occupano di funzioni matematiche – il disco dura un’ora e tredici minuti. Ouverture e inserti si prendono circa 36 minuti, cioè metà del disco. Restano appena 8 veri pezzi metal, tre dei quali avevamo già potuto ascoltare sull’EP uscito da poco. Quello che ci rimane davvero sono 5 pezzi nuovi dei Manowar che vale la pena ascoltare, e uno di questi è la bonus track. Il disco vale quindi i suoi soldi? Il giudizio sta a voi.
Trattandosi di un concept album che in realtà sfrutta molto bene il tema di Odino, soprattutto con testi ottimi, si potrebbero perdonare ai Manowar tutti gli inserti inutili che rovinano atmosfera e ritmo del disco… se non ci avessero già bombardati allo stesso modo in passato. Ma viviamo nell’era della tecnologia e con un po’ di olio di gomito possiamo farci da soli un disco in realtà ottimo. Stavolta ai Manowar non è riuscito di attraversare il ponte arcobaleno verso la Valhalla. Spero quindi che col proseguimento del concept ce la facciano e si siedano alla tavola riccamente imbandita, insieme a Odino e ai suoi guerrieri.
Formazione
Eric Adams – voce
Karl Logan – chitarra, tastiere
Joey DeMaio – basso, tastiere
Scott Columbus – batteria
Produzione
Ronald Prent
Tracklist
1. Overture to the Hymn of the Immortal Warriors
2. The Ascension
3. King of Kings
4. Army of the Dead, Part I
5. Sleipnir
6. Loki God of Fire
7. Blood Brothers
8. Overture to Odin
9. The Blood of Odin
10. The Sons of Odin
11. Glory Majesty Unity
12. Gods of War
13. Army of the Dead, Part II
14. Odin
15. Hymn of the Immortal Warriors
16. Die For Metal