Gong: Zero to Infinity

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Data di uscita: 2000
Etichetta: One Eyed Salmon Records
Produzione: Gong e Mike Howlett
Durata: 63:24
Genere: progressive rock / space rock
Voto: 9/10

L’eccentrico genio musicale australiano Daevid Allen probabilmente non si immaginava che, riprendendosi nel 1992 il controllo del nome dei leggendari progster Gong con l’album »Shapeshifter«, avrebbe riacceso l’interesse per una delle band chiave della scena progressive rock di Canterbury. I Gong rinati hanno suonato un sacco di concerti fino alla fine degli anni Novanta; nel frattempo sono tornati nella band la compagna di Allen, Gilli Smyth, e il bassista Mike Howlett, e per un breve periodo anche il maestro delle pelli Pierre Moerlen, che ha poi continuato a guidare la sua versione dei Gong. Moerlen non c’era più quando Allen, insieme a Smyth, Howlett e al fiatista Didier Malherbe, si è messo a registrare il nuovo album dei Gong, intitolato »Zero to Infinity«, uscito nel 2000.

Qui è proseguita la mitologia dei Gong con le avventure dell’antieroe Zero the Hero, che a quanto pare è sopravvissuto alla propria morte (fisica) sul pianeta Gong. Dopo quell’esperienza la sua essenza si è liberata ed è stata trasformata in uno sferoide androide di nome Zeroid. Grazie a una strana creatura, la gongalope, scopre che tutta la saggezza del mondo ora risiede dentro di lui. Da quel momento si dedica allo yoga della risata, alla preparazione del tè e a una vita senza pensieri nel ‘Tempio Invisibile’, con cui i due diventano un’unica persona.

Durante le registrazioni di »Zero to Infinity« Moerlen, che era chiaro preferisse proseguire con la sua versione jazz fusion dei Gong, è stato sostituito alla batteria da Chris Taylor, mentre alle tastiere c’era Mark Robson. Il colpo migliore è stato senza dubbio l’arrivo del fiatista e tastierista Theo Travis (poi nei Soft Machine), il che significava che da quel momento i Gong avevano in formazione ben due fiatisti contemporaneamente. Il risultato finale è un lavoro sorprendentemente pacato, meditativo, orientato all’ambient, dove gli sbalzi psichedelico-avanguardistici sono solo un assaggio, cosa che lo rende uno degli album dei Gong più accessibili nella storia di questa leggendaria band. Il largo uso di texture di sintetizzatore elettroniche e di inserti di fiati per lo più jazzistici è accompagnato dagli esperimenti chitarristici di Allen, stavolta più sottili del solito.

Dopo il breve strumentale d’apertura »Fooleare«, che ricordava una marcia funebre, arriva il passaggio a »Magdalene«, una creatura piuttosto serena, con pacati inserti di fiati jazz, tende eteree di sintetizzatore e una voce di Allen insolitamente malinconica. L’epica avventura space rock a trazione strumentale »The Invisible Temple« è il pezzo centrale di »Zero to Ifinity«. Qui Smyth si fa sentire per la prima volta con un monologo, nel suo ruolo tradizionale di strega buona Yoni, mentre sullo sfondo la accompagnano suoni minimalisti di sax e sintetizzatore. A poco a poco prende forma un’atmosfera eterea, tipica della musica popolare dell’Estremo Oriente o di qualche tempio buddista, mentre le armonie jazzistiche del sax alzano ancora di più la tensione misteriosa e mistica.

»Zeroid« è uno space rocker dal taglio più spiritoso, con i mantra vocali di Daevid ogni tanto conditi di psichedelia e passaggi di sax quasi beffardi. »Wise Man In Your Heart« è una rapsodia etereo-psichedelica dall’atmosfera meditativa, segnata da sottili texture di sintetizzatore, passaggi di sax eclettici e dal contributo vocale di Allen, quasi beato. In »The Mad Monk« ritorna il clima più tradizionalmente ‘gongiano’, burlone, con la solita vena beffarda di Daevid alla voce, spavaldi lampi di sax e un sacco di effetti psichedelici.

»Yoni On Mars« è un altro viaggio cosmico piuttosto sereno, con qualche mantra di Smyth e alcune divertenti variazioni di sax, mentre »Damages Man« è un momento ancora più sperimentale, con qualche improvvisazione psichedelico-avanguardistica nella parte finale. La squinternata e folle delizia psichedelica »Bodilingus’, nonostante le armonie vocali eteree e melodiche, è uno dei momenti più eccentrici di Allen su questo album. »Tali’s Song« è un brano psichedelico-cosmico dall’atmosfera sognante, con molte affinità con i Gong classici. L’esperimento strumentale conclusivo, »Infinitea«, con i suoi meandri ambient eterei sulle onde di tanti effetti e di variazioni malinconiche di sax, rappresenta il viaggio finale verso la cosmica ‘eternità’.

Con »Zero to Infinity« i Gong, sotto la brillante guida di Allen, hanno messo a segno uno dei traguardi più interessanti della loro ricca e variegata carriera. La combinazione di due sassofoni si è rivelata un esperimento quanto mai azzeccato nell’ultimo album sulle avventure dell’antieroe Zero the Hero, ed è un peccato che sia rimasto l’unico album dei Gong con Travis, che da membro dei The Soft Machine Legacy e poi dei Soft Machine è diventato uno dei nomi più ricercati del sax nel progressive rock contemporaneo. Per il suo esperimento in studio successivo, »Acid Motherhood« (2004), l’unico album dei Gong senza sassofoni e con tre chitarre, Allen ha infatti messo insieme una band completamente nuova e un concetto sonoro tutto nuovo.

Autore della recensione: Peter Podbrežnik

Tracklist:
1. Foolfare (0:42)
2. Magdalene (3:57)
3. The Invisible Temple (11:35)
4. Zeroid (6:08)
5. Wise Man In Your Heart (8:03)
6. The Mad Monk (3:24)
7. Yoni On Mars (6:07)
8. Damaged Man (5:13)
9. Bodilingus’ (4:02)
10. Tali’s Song (6:25)
11. Infinitea (7:48)

Gong:
Daevid Allen – voce, chitarra, piano, elettronica (9)
Gilli Smyth – voce
Theo Travis – sax tenore e soprano, flauto, tastiere, organo (3), elettronica (9)
Didier Malherbe – sax contralto, flauto di bambù, duduk
Mike Howlett – basso, chitarra elettrica (9), co-produzione
Chris Taylor – batteria e percussioni

Musicista ospite:
Mark Robson – tastiere e cori (5)

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