Grave Digger: The Living Dead
data di uscita: 14.9.2018
etichetta: Napalm Records
durata dell’album: 45:31
produzione: Grave Digger
voto: 7 / 10
I campioni del metal teutonico Grave Digger, sotto la guida tonante e autoritaria di Chris Boltendahl, con l’album precedente, »Healed By Metal« (2017), in cui ai fan si era presentato il nuovo tastierista Marcus Kniep, non avevano proprio entusiasmato nessuno, e non era certo la prima volta. Sembra che i Grave Digger, da quando nel 2009 si è unito a loro il chitarrista Axel Ritt, oscillino parecchio quanto a qualità dei lavori in studio. Molti, persino tra i fan più fedeli, si sono messi le mani nei capelli alla notizia che già l’anno dopo sarebbe uscito un nuovo album intitolato »The Living Dead«, perché decisioni così ‘sparate’, almeno nel loro caso, di solito non portano niente di buono.
Con gran gioia dei fan di lunga data, »The Living Dead« rappresenta comunque un netto passo avanti, soprattutto rispetto alla delusione del suo pallido predecessore. Stavolta il disco è molto più compatto e solido nella struttura, con sonorità prevalentemente da Grave Digger classici e senza esperimenti sonori troppo indigesti per i fan storici, mentre i testi di Boltendahl sono il solito ‘minestrone’ ormai prevedibile tra tematiche horror da brividi, appelli antibellici e inviti da risveglio metallico pieni di cliché.
Anche se stavolta non si tratta di un concept album, è un po’ strano che i ‘becchini’ non si siano buttati sul tema dei morti viventi con un simile sfarzo molto prima, soprattutto vista l’universale presa commerciale degli zombi di ogni genere nella cultura popolare. L’unico esperimento sonoro che va oltre le aspettative di routine sta alla fine del disco, e pure quello risulta sorprendentemente divertente. Di ballad su »The Living Dead« non c’è traccia, il che lascia sentimenti contrastanti, visto che i Grave Digger sono tra i pochi rappresentanti del power metal che possono vantare (power) ballad per lo più di qualità.
A tratti sembra che »The Living Dead« voglia risvegliare la magia dei classici album dei Grave Digger, dominati dalla tematica ‘horror’, come »The Reaper« (1993), »Heart of Darkness« (1995) e »The Grave Digger« (2001), ma l’atmosfera della maggior parte dei pezzi è raramente davvero oscura, e ancor meno inquietante. Parecchie critiche vanno poi agli arrangiamenti sinfonici di Kniep, che sono ben lontani dal livello del suo baffuto predecessore H.P. Katzenburg, che al confronto era un vero mago delle tastiere. In più, nella produzione di questo album le tastiere sono spinte troppo sullo sfondo. L’approccio chitarristico di Ritt ancora oggi divide alcuni fan. Da un lato si sforza quasi troppo di imitare chi l’ha preceduto, dall’altro si sente la mancanza di assoli un po’ più creativi e personali.
L’assalto d’apertura dei ‘becchini’ ai cadaveri tornati in vita, »Fear of the Living Dead«, è quasi un classico pezzo power metal alla Grave Digger: c’è il ruggito tonante di Boltendahl, ci sono passaggi di chitarra tiratissimi, doppia cassa a manetta e un ritornello epico. Solido, ma in passato Boltendahl e i suoi ‘becchini’ hanno sfornato opener molto più interessanti. Anche »Blade of the Immortal« segue la ricetta collaudata, cioè niente scossoni sperimentali, con il culmine in un ritornello epico a più voci che ricorda soprattutto un inno vichingo, mentre non manca un assolo di chitarra piuttosto formale e suonato senza ispirazione. Con arrangiamenti sinfonici migliori, questo pezzo potrebbe stare stilisticamente su un qualche »Rheingold« (2003).
»When Death Passes By« punta soprattutto sulla massima velocità dell’intesa ritmica e sul turbo dei passaggi di chitarra spezzati, ma il ritornello risulta piuttosto spento. »Shadow of the Warrior« si apre con un canto a più voci da risveglio, mentre Ritt, a corto di ispirazione, ogni tanto prende in prestito qualche idea chitarristica direttamente dagli Iron Maiden. Il ritornello epico di questo pezzo è comunque uno dei migliori del disco. »The Power of Metal« è appesantito da un testo da risveglio carico di cliché, creato esclusivamente per scaldare ancora di più le folle dei concerti metal. Salvo il ritornello generico, è un pezzo che potrebbe finire anche su un classico album dei Grave Digger degli anni Novanta.
»Hymn of the Damned« è uno dei rarissimi pezzi di »The Living Dead« che contengono il giusto mix di atmosfera oscura ed epica con un pizzico di dramma misterioso e inquietante, quello che un tempo contraddistingueva alcuni dei migliori album della band. »What War Left Behind« è probabilmente il pezzo più noioso del disco, mentre »Fist in Your Face«, con un testo incredibilmente pieno di cliché, è quasi più vicina all’hard rock che al metal. »Insane Pain«, un altro lavoro assai mediocre, punta soprattutto su velocità e aggressività, mentre l’assolo di Ritt è forse addirittura il più ispirato dell’intero album.
Il ballo conclusivo dei ‘becchini’, »Zombie Dance«, è senz’altro il pezzo più fresco e divertente di »The Living Dead«: con i suoi ritmi balcanici da ‘hopa-cupa, io e te insieme’ e gli arrangiamenti d’archi creati con le tastiere ricorda la danza di suonatori di gusle ubriachi del sud della ex Jugoslavia. Agli schiamazzi da sbronza segue l’invito belluino di Boltendahl a ballare come zombi. Forse non sarebbe nemmeno troppo esagerata questa etichetta: ‘i Grave Digger incontrano i Bijelo Dugme’. La bonus track »Glory or Grave« è una composizione più che decorosa, con una carica sonora del tutto classica e un Boltendahl vocalmente in gran forma, per cui piacerà di sicuro a tutti i fan di lunga data. Un po’ ironico per una bonus track, ma è senza dubbio tra i pezzi migliori del disco.
Con »The Living Dead« Boltendahl non ha rifilato ai fan l’ennesima fregatura, ma i suoi ‘becchini’ non sono ancora in quella forma giusta che prometterebbe qualcosa di più di un lavoro da discreto a mediocre, che resta ben all’ombra dei loro album classici. »The Living Dead« per qualità si piazza dritto nella media della discografia dei Grave Digger fin qui. È stato anche l’ultimo album con lo storico batterista Stefan Arnold, che nel frattempo è finito nel libro nero di Boltendahl. Chris, nel suo tipico stile controverso, ha piazzato dietro la batteria nientemeno che Marcus Kniep, così il futuro dei ‘becchini’ di nuovo non sembra proprio roseo, ma Boltendahl ama decisamente più il nero del rosa, quindi alla prossima sessione in studio forse non andrà a finire male.
autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. Fear of the Living Dead (5:31)
2. Blade of the Immortal (4:07)
3. When Death Passes By (3:52)
4. Shadow of the Warrior (4:33)
5. The Power of Metal (3:52)
6. Hymn of the Damned (5:30)
7. What War Left Behind (3:30)
8. Fist in Your Face (3:24)
9. Insane Pain (3:05)
10. Zombie Dance (3:46)
11. Glory or Grave (bonus track) (4:21)
Formazione:
Chris Boltendahl – voce
Axel Ritt – chitarra
Jens Becker – basso
Stefan Arnold – batteria
Marcus Kniep – tastiere