Gravity
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Praying Mantis
Etichetta: Frontiers Records
Uscita: 2018
Durata: 57:55
Voto: 3.5/5
»Gravity« è l’undicesimo album in studio in totale per i veterani portabandiera del rock’n’roll e, perché no, anche dell’heavy metal britannico Praying Mantis (undicesimo se contiamo “Throwing Shapes”, uscito sotto il nome Stratus). I Praying Mantis sono infatti una band che ha dato un contributo importante alla nascita del classico heavy metal: facevano parte del movimento N.W.O.B.H.M., anche se hanno virato presto verso le acque dell’AOR.
Con il cantante olandese John Cuijpers e il batterista dal soprannome esotico Hans in ‘t Zandt (no, non è una drum machine, tranquilli) la band ha evidentemente trovato la sua stabilità, e tre anni fa è uscito l’eccellente »Legacy«. Anzi, “Legacy” è un lavoro brillante, con cui i Praying Mantis, dopo sei anni di magra, si sono riagganciati alla grande al loro percorso musicale. Ci sono voluti un po’ di anni, e hanno davvero limato ogni arrangiamento fino all’ultimo dettaglio. Ora, »Gravitiy« segue ovviamente la direzione musicale e le linee guida dell’album precedente, ma non è più così brillante per freschezza e idee come il suo predecessore »Legacy«.
Dal punto di vista stilistico i Praying Mantis sono piuttosto vicini a Lionheart e Airraid, se andiamo a frugare tra i contemporanei della stessa generazione di band. Si possono accostare anche all’era Uriah Heep tra il 1995 e il 1998, così come ai lavori dei Sweet. I ritornelli bombastici e scintillanti i Praying Mantis li forgiano rivestendoli con astuzia di armonie corali, che accentuano il dramma teatrale e spingono pomp e bombast dentro i pezzi. Stavolta però “Gravity” prende l’ascoltatore dal »lato sbagliato«. Keep It Alive nel riff deve in effetti qualcosa ai leggendari Thin Lizzy e non offre nessuna vera ragione per stare in apertura d’album. Anzi. La successiva Mantis Anthem è un esperimento del tutto superfluo, sostenuto da sample elettronici, e per una band di questo calibro e con una carriera così lunga suona più infantile che maturo. Dal titolo potete già intuire un testo dozzinale che vi invita a battere le mani tutti insieme e a belare. Roba da bambini, e basta. Time Can Heal e 39 Years portano pian piano l’album sui binari giusti, ma solo il quinto brano, la title track Gravity, è quello che ti aspetti dai Praying Mantis. Un eccellente mini-epopea leggermente cupa, imbottita di bombast, in minore, decorata dalle tipiche doppie armonie di chitarra in terze e da un ritornello rapace. Per fortuna dopo arriva il resto del disco, che da qui in poi ondeggia in continui cambi colorati di stati d’animo. L’epicità la tiene viva Ghosts of the Past, che rende il disco ancora più cupo, mentre la band si aggrappa con più decisione agli elementi sinfonici (che colorano in modo più marcato anche la conclusiva Fnal Destination). Da qui fino alla fine gli altri brani tengono il nuovo album »Gravity« su un livello qualitativo alto, quello che un fan della band pretende da una band così. Anche la ballad The Last Summer, con qualche tocco acustico in più, ha un’aria lievemente oscura e tragica, senza il minimo accenno di zuccheri a rischio. Una deviazione particolare la porta la morbida Foreign Affair, dove con la sua tipica posa AOR la band si avvicina più che mai, in questo disco, al pop rock degli anni Ottanta. Poi Shadow Of Love e Final Destination, per il gran finale, rimettono sul piatto una dose più grossa di foga adrenalinica, e »Gravity« si chiude in un’atmosfera altamente vibrante, un incrocio perfetto di hard rock, AOR e heavy metal. Tipico della band, in fondo.
I middle eight sono conditi con i tipici assoli di chitarra, e le composizioni di norma includono anche i pre-ritornelli! Il tutto è messo insieme di nuovo con grande coraggio e sul modello di una grande esperienza e routine. Con l’eccezione di una scelta di brani un po’ azzardata all’inizio dell’album. I Praying Mantis restano dunque fedeli alla loro visione musicale, che cammina su una raffinata linea di mezzo dove heavy metal, hard rock e AOR dialogano con successo. Continuano a insistere e a puntare alla perfezione di una visione musicale che dà un primato eccezionale alla musicalità, che i Praying Mantis hanno coltivato con cura e mantenuto in tutti questi anni di sfida, tra alti e bassi. E hanno resistito. La storia continua quindi con »Gravity«.
Formazione
John Cuijpers – voce
Tino Troy – chitarra, cori
Chris Troy – basso, cori
Andy Burgess – chitarra, cori
Hans in’t Zandt – batteria
Tracklist
01. Keep It Alive
02. Mantis Anthem
03. Time Can Heal
04. 39 Years
05. Gravity
06. Ghosts Of The Past
07. Destiny In Motion
08. The Last Summer
09. Foreign Affair
10. Shadow Of Love
11. Final Destination