Grega Habič: Open Heart Surgery
Etichetta: Nostromo Records
Data di uscita: 2011
Produzione: Grega Habič
Durata dell’album: 44.16 min
Genere: Instrumental Rock / Art Rock
Voto: 9.0/10
A due anni dall’uscita di “Self Destruct Sequence”, torna sulla scena musicale con un nuovo lavoro in studio il mago sloveno della chitarra e “mastermind” Grega Habič. Chi si muove negli ambienti musicali “incontaminati” della Slovenia questo nome lo conosce fin troppo bene. Grega fa parte infatti di quel pugno di geni creativi che hanno giurato di preservare e di spingere sempre avanti la propria libertà artistica. Visto che in Slovenia vivere da “genio qualsiasi” è una condanna, sei costretto a campare di tutto tranne che di quello che sai fare da genio. A meno che tu non nasconda talenti da furfante, perché quelli, da anni, vengono incoraggiati dall’alto, giù lungo la piramide dello Stato, a partire dall’élite politica. Grega è uno che potrebbe farsi un sacco di bigliettoni frusciando nelle band di accompagnamento delle star del pop sloveno, e invece ha scelto la via spinosa della ribellione. Non fraintendetemi. All’estero musicisti e gladiatori da palco come Grega Habič li accolgono a braccia aperte, quindi speriamo che Grega riesca presto a sfondare e a emigrare con successo.
Un musicista di cui noi sloveni dovremmo essere davvero orgogliosi! “Open Heart Surgery” approfondisce e allarga gli orizzonti espressivi che Grega ha svelato fino a oggi, “Self Destruct Sequence” compreso, e ce lo mostra con un volto nuovo, in cui si è messo ancora più a fuoco, distillando con più chiarezza i suoi panorami musicali e puntando dritto sul contenuto. Nella carriera di Grega Habič, finora, è il disco più maturo, più concentrato e soprattutto più rifinito dal punto di vista sonoro. La maturità si sente soprattutto in certi passaggi particolarmente sofisticati, in cui Grega, più che mai, si appoggia anche alla tradizione jazz, e questo approfondisce senza dubbio la sua vena esplorativa, fatta di una fame insaziabile di sperimentazione musicale.
La produzione è più viva che mai, perfino la programmazione è in gran parte camuffata alla grande, e il maestro Mika Jusilla, nel mastering finale, ha messo in risalto in modo ottimale i contrasti dei singoli collage sonori, tessendo con bravura l’immagine finale (tridimensionale) dello spettro del suono.
Grega, che anche stavolta, oltre a suonare tutte le chitarre, ha programmato le batterie, aggiunto qualche tastiera e suonato la maggior parte dei bassi (a eccezione del brano 2 L8 4 Tears, dove ospita Matej Sušnik), per il nuovo album si è assicurato la collaborazione dell’ottimo musicista americano multidimensionale Jesse Adams. Tutta la particolarità del sodalizio Habič / Adams la riassume nel modo più chiaro il brano Fighting The Undertow. Un pezzo cupo, dove in questo connubio sperimentale si danno la mano alla grande il senso per il teatro della rovina, il frenetismo psicotico della poetica ritmica con cui Adams snocciola i versi e la figurazione spogliata e mossa delle tipiche acconciature chitarristiche di Grega Habič. L’album si apre con il riff minaccioso e furioso di Pig. Suona vivo, nel riff thrash è proprio “americano”, rombante e sfocato come va di moda, e mantiene la riconoscibile firma di Habič, incarnata del resto dal funzionamento del disco precedente. Pig ti ricorda che aspetto ha un maiale quando si ritrova davanti al trogolo, ma può anche trarre in inganno: con la sua sfacciataggine riffistica diretta e il suo rumore “grugnente” fa venire il sospetto di avere davanti un album basato sull’accumulo di riff. È una rivelazione precoce e diretta della teoria a sei corde sul disco, che in quattro minuti, in modo asciutto, descrive di che pasta è fatto Grega Habič. Scelta ottima per l’apertura, che ti fa drizzare le orecchie in automatico e ti lascia andare con gusto al resto di questo ottimo lavoro
Alyx è il momento in cui entra in gioco per la prima volta nell’album un bel po’ di ammiccamento agli elementi jazz, intrecciato in un ritmo funk civettuolo, rafforzato da un riff wah-wah sullo sfondo, di nuovo sommerso dal tipico linguaggio chitarristico di Grega Habič, che allenta un po’ la tensione dell’attacco iniziale, mentre Mirror calma del tutto l’ira d’apertura del disco. In Mirror per la prima volta scintilla la raffinatezza espressiva del chitarrista nel suo modo di parlare con lo strumento, e quel linguaggio trova un rifugio sicuro nelle strutture di tastiera del suo collega Robert Humar, che regge la scenografia da maestro. La particolarmente melodiosa 2 L8 4 Tears porta avanti l’approfondimento della fusione col jazz, con la spezia lucida della voce di Adams.
I brani Alchemist e, subito dopo, Devil’s Whisper allargano la forza di fondere il metal con le soluzioni del jazz, come la intende solo l’io interiore sperimentale di Grega Habič. Se la descrizione della frase precedente vale soprattutto per Alchemist, Devil’s Whisper è più diretta, mantiene un forte legame con la melodia e insieme una diretta integrità riffistica. Per questo andrà ancora più a genio agli amanti dell’erotismo duro (metallico).
Tunel Lights e Marionette sono due nuovi tuffi nell’abbondanza di strutture organiche che si fondono l’una nell’altra. Proprio questi momenti del disco, come nella prima parte di Mirror e poi in 2 L8 F4 Tears, arrivano molto più vicini alle orecchie: la sensazione è che a respirare insieme all’ascoltatore sia una band. E se cerchiamo i momenti in cui la musica del nuovo album tocca davvero gli angoli nascosti del cuore, qualcosa del genere lo offre il penultimo brano del disco, Irreversable Damage. Nel pezzo non manca un contrasto splendido nel modo di suonare la chitarra, che dopo un vero “mini attacco solista flamenco acustico” si trasforma attraverso trucchi chitarristici di spirito e ispirazione senza limiti, che non sembrano finire mai. Il brano manda in frantumi in modo struggente tutti gli schemi noti e cancella i confini che separano i generi, fondendoli nel calderone in un minestrone espressivo unico, personificazione di molte svolte atmosferiche lungo i motivi guida. Qui spicca in particolare il momento dell’imprevedibilità, mentre resta pienamente intatta l’eccezionale scorrevolezza d’ascolto del brano. Molte delle sensazioni speciali di questo pezzo le co-crea anche l’integrazione della chitarra acustica di Glenn Snelwar.
L’album lo chiude un altro brano tiratissimo, che in pratica chiude il cerchio della storia del nuovo disco. È la title track, che per atmosfera potrebbe tranquillamente scambiarsi di posto con Pig in apertura. Un rally chitarristico da brividi, con un’impressione motivica che nell’assolo schizza anche in un’estravaganza (di qualche secondo) di melos orientale dall’effetto benefico. Ottimo gancio finale sul disco, dove tornano la botta rapace e metallizzata e l’atmosfera cupa di un dramma teatrale creato ad arte.
“Open Heart Surgery” è un album che merita di seguire questo consiglio prima di infilarlo nel lettore CD: “Rilassa la mente, stacca la ragione, svuota la testa!” Solo così sarai pienamente ricettivo al suo messaggio. Chiede più attenzione, ma in cambio dell’attenzione che gli dedichi ti ripaga come si deve. Un nuovo picco per il rock sloveno e una nuova prova che noi sloveni abbiamo musicisti eccellenti, che però hanno anche abbastanza coraggio da non rinnegare e non trattenere il proprio genio. “Open Heart Surgery” è un album che, con la sua incrollabile e unica forza espressiva, piazza Grega Habiča nell’élite mondiale dei terrestri, un disco davanti al quale in qualsiasi momento possono rizzare le orecchie, senza ritorno, anche i più grandi cervelloni del settore. Da Steve Vai a Jason Becker. La conferma del carisma musicale della sua predica e della sua visione così uniche, Grega Habič dovrà andare a cercarla all’estero. E non è l’unico genio caduto in disgrazia per il rapporto storico della madrepatria e per l’invidia tirchia, sado-masochista, della grettezza dei “sloveniotti” verso i geni del suo calibro. “Open Heart Surgery” spalanca quindi a Grega Habič le porte per sfondare all’estero!
Quello che serve adesso a questo musicista è la seguente cosa. Una vera band di accompagnamento, con cui, oltre ai concerti dal vivo, potrà eventualmente registrare anche i futuri album in studio. A tratti è impossibile non sentire la cosmesi sintetica della programmazione delle batterie anche nel nuovo disco, che i programmi moderni mascherano benissimo, ma per fare un esempio, la “reattività robotica e precisa al millimetro” del charleston nel mix dell’intera struttura sonora proprio non si può non sentire. Tutto questo succederà in futuro. Ma con calma. Un passo alla volta!
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Pig
2. Alyx
3. Mirror
4. 2 L8 4 Tears
5. Alchemist
6. Devil’s Whisper
7. Tunnel Lights
8. Fighting The Undertow
9. Marionette
10. Irreversable Damage
11. Open Heart Surgery
Formazione:
Grega Habič – chitarra, basso, tastiere, programmazione
MUSICISTI OSPITI:
Jesse Adams – voce (brani n. 3 e 8), tastiere (brani n. 1, 6 e 8), chitarra ritmica (brano n. 1)
Glenn Snelwar – chitarra acustica (brano n. 10)
Manfred Dikkers – percussioni (brani n. 7 e 9)
Robert Humar – tastiere (brani n. 3, 4 e 9)
Matej Sušnik – basso (brano n. 4)
