Shy
Artista: Shy
Etichetta: Escape Music
Uscita: 2011
Durata: 66:16
Voto: 3.5/5
Il nuovo album degli Shy è stato un vero rompicapo. Parliamo di uno dei rappresentanti più in vista dell’approccio britannico al rock melodico. Fammi buttare lì al volo una storia breve e concisa delle imprese passate della band, per chi non la conosceva prima di questa recensione ma è da sempre attratto dall’eredità del rock melodico:
“Gli Shy hanno iniziato come metallari, sotto il nome Trojan. Nel 1982 hanno sentito che i tempi sulla scena stavano cambiando, si sono lasciati alle spalle il loro metal “da bettola”, condannato a suonare nei localacci, e li ha presi sotto la sua ala Dan Hull con la sua etichetta Ebony Records. In formazione è arrivato anche il cantante Tony Mills e la band ha così registrato il debutto in studio “Once Bitten… Twice Shy”! La curva della popolarità del gruppo è salita a picco e, dopo aver suonato davanti a band come Magnum, Pallas, UFO, Twisted Sister, è arrivato il momento di presentarsi davanti a nomi molto più grossi, quelli che trascinavano folle intere, come Bon Jovi, Meat Loaf e Gary Moore. Prima dell’uscita dell’album più importante della carriera della band, “Excess All Arreas” del 1987, la RCA Records ha spostato il gruppo a Los Angeles, con l’idea di fargli respirare le vibrazioni californiane del rock radiofonico. Quel disco, insieme a “Though It Out” degli FM e “Native Sons” degli Strangeways, è uno dei pilastri della scena hard rock melodica britannica.”
Il nuovo album segna una svolta. Al microfono non c’è più Tony Mills, sostituito da Lee Small, cantante di Phenomena e Surveillance. I due album precedenti, “Unfinished Business” (2003) e “Sunset And Wine” (2005), avevano portato sulla scena i lavori più raffinati e sonicamente più rifiniti della carriera degli Shy, e i ragazzi avevano aggiunto al variegato mosaico AOR dei migliori traguardi del genere altre due perle indiscutibili.
Il nuovo album ha cotto a fuoco lento per ben sei anni. Nel frattempo Tony Mills è entrato nei norvegesi TNT, che purtroppo, dopo l’addio di Tony Harnell, sono solo una pallida ombra di se stessi. Lee Small è una scelta rivoluzionaria e meno prevedibile per il chitarrista Steve Harris e la sua combriccola Shy. Il tipo è noto per una voce inconfondibile, un’interessante miscela di Glenn Hughes e del cantante degli Airrace Keith Murrell, con un pizzico di approcci vocali scandinavi al rock melodico.
Evidentemente gli Shy volevano proprio un cambiamento del genere. È interessante anche che, dopo sei anni di pausa, abbiano sentito una specie di “resurrezione”, una rinascita, e così hanno ridefinito il proprio nome intitolando proprio così il nuovo album in studio. E questo, ovviamente, porta delle differenze. La prima cosa che salta all’orecchio è che il nuovo album degli Shy ha una produzione molto più dirompente, un assetto decisamente hard rock, con i riff spinti in primo piano e le tastiere volutamente nascoste nelle retrovie, mentre i primi tre pezzi tengono un’intensità rock altissima in un’atmosfera cupa, mai sentita prima in un disco degli Shy. La componente melodica è ben in evidenza e il disco è pieno di quella straordinaria voracità melodica che sanno servire solo gli Shy. I picchi atmosferici sono i ritornelli, che ti colpiscono già al primo ascolto.
Eppure. “Shy” non raggiunge il livello di raffinatezza AOR dei due album precedenti. La questione è semplice. Tony Mills, uno che senza mezzi termini si può definire “voce a elio”, il gemello britannico di Steve Perry (Journey), era un personaggio capace di ottimizzare ogni traguardo di perfezione melodica, anche il più sfuggente, e di elevarlo ancora con il suo talento. Un pezzo nuovo come Over You sembra scritto apposta per la sua voce, che funzionerebbe molto meglio di quanto funzioni con Lee Small. Ce ne sono un paio di altri così su “Shy”, per esempio Save Me. Ma era un fatto prevedibile, da mettere in conto.
Lee Small, che comunque brilla, è però un cantante di un’altra pasta. La voce non punta così in alto, ha un tocco di improvvisazione soul che strizza pesantemente l’occhio a Hughes, e con questo cresce anche quella sensazione di dolore che si trova nel soul e nel blues. Situazione interessante. E in soldoni! Anche questo album è ottimo. Né più né meno. Non raggiunge la perfezione dei due precedenti, ma spesso rifare il passato con facce nuove in formazione è praticamente impossibile, anche se i fan degli Shy lo vorrebbero. L’unico caso noto di band AOR di successo commerciale degli anni Ottanta che ci è riuscita, addirittura migliorandosi, sono i Foreigner rinnovati. Ma gli Shy morivano dalla voglia di cambiare. E l’hanno innestato con successo negli ingredienti di base e nelle componenti del loro linguaggio riconoscibile (e tutto loro).
Cupo, dirompente, ma sempre sfacciatamente vorace: il nuovo album degli Shy è un disco che renderà felici tutti i fan degli Shy, e farà ancora più colpo su chi la band non la conosce bene, o non la conosce affatto, ma proprio per questo non si porta dietro il peso dei dischi cantati da Tony Mills. Chi invece sente la mancanza dell’energia di “Sunset And Wine” e “Unfinished Business” può, in caso di estrema necessità, rivolgersi anche ai due lavori in studio dei Serpentine con Tony Mills alla voce solista.
L’album “Shy” è il punto di una transizione audace e riuscitissima per un’ottima band classica del rock melodico britannico. Ha un’atmosfera teatrale fuori dal comune e una carica riffosa velenosa che nessun album degli Shy prima di lui aveva messo in campo. Un disco che non suona così “dolce e contagioso sottopelle” come quelli con Mills, ma alla fine. Perché mai pretenderlo o cercarlo? Gli Shy sono su una strada nuova e speriamo che questo album sia solo il primo passo in una ritrovata ispirazione di maturazione artistica con Lee Small in formazione, e che i suoi successori in studio intensifichino questa nuova chimica creativa, facendola crescere espressivamente e approfondendola a livello artistico. Stavolta i pezzi non li ho messi in evidenza apposta: lasciati sedurre fino in fondo, ma se devo buttarne lì uno al volo, Blood On The Line è una combinazione semplicemente unica tra ricerca di fluidità melodica e una spruzzata di dramma teatrale da fine del mondo, che con il suo ritornello trionfale ti fa venire all’istante i brividi lungo la schiena. Anche il nuovo album degli Shy tiene viva la voglia di metterlo alla prova per tutti i veri malati della giurisdizione del rock melodico!
Formazione
Lee Small – voce
Steve Harris – chitarra
Joe Basketts – tastiere
Roy Stephan Davis – basso
Bob Richards – batteria
Produzione
Shy and Andy Faulkner
Tracklist
1. Land of a Thousand Lies
2. So Many Tears
3. Ran out of Time
4. Breathe
5. Blood on the Line
6. Pray
7. Only for the Night
8. Live for Me
9. Over You
10. Sanctuary
11. Save Me
12. Union Of souls