Hawkwind: The Future Never Waits

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Etichetta: Cherry Red Records
Data di uscita: 28/4/2023 (digitale) / 12/5/2023 (CD, LP)
Produzione: Hawkwind
Durata dell’album: 68.58 min
Genere: Space Rock / Progressive Rock
Voto: 9,5/10


In un periodo in cui molte leggendarie band prog rock dell’età dell’oro (gli anni Settanta) si sono sciolte da tempo o da poco (Pink Floyd, ELP, Rush, Gentle Giant, Procol Harum), altre per varie ragioni non osano più registrare niente di nuovo da almeno vent’anni (King Crimson, Genesis, Camel, The Moody Blues) o vivacchiano con lavori in studio che ormai sono poco più che pallide ombre della grandezza di un tempo (Yes, Van der Graaf Generator, Focus), e quelle che ogni tanto sorprendono si contano a fatica sulle dita di una mano (negli ultimi anni a sorprenderci in positivo sono stati soprattutto Jethro Tull, Soft Machine, Caravan e Kansas), ecco, tra queste da un bel po’ ci sono anche gli indistruttibili Hawkwind, leggende inglesi dello space rock, che nell’ultimo decennio sfornano album per lo più eccellenti o ‘almeno’ molto buoni, quasi fosse una scommessa. Dal 2016 hanno pubblicato un nuovo disco quasi ogni anno, con l’eccezione del 2022, due dei quali a nome Hawkwind Light Orchestra, ma questo non ha minimamente intaccato i loro altissimi standard creativi.

«The Future Never Waits» è l’ultimo album in studio, già il trentacinquesimo, di questi padri dello space rock. Stilisticamente è un ritorno totale alle loro imprese indimenticabili dell’età dell’oro, sperimentale e creativa (gli anni Settanta). Il che vuol dire che non mancano lunghe sezioni strumentali dalle tinte psichedeliche, effetti sonori conditi di futurismo, parti soliste ‘sballate’ e il timbro inconfondibile del capo degli Hawkwind, il chitarrista e tastierista Dave Brock, che a 81 anni è uno dei patriarchi più anziani e al tempo stesso più stimati del rock progressivo (ha scelto la carriera musicale relativamente tardi, a 30 anni, e già da giovane passava per una specie di saggio ‘vecchietto’). La maggior parte dei testi è piena di stoccate sarcastiche contro la civiltà moderna, digitale, distopica e robotizzata, sulla quale l’intelligenza artificiale prende un controllo sempre più forte.

Due anni fa gli Hawkwind si sono ‘ringiovaniti’ con il nuovo tastierista Thighpaulsandra (vero nome Timothy Lewis) e il bassista Doug MacKinnon. In tanti hanno pianto lo storico tastierista Tim Blake, che tra gli appassionati di space rock gode di uno status di culto, ma già nel disco precedente «Somnia» (2021, recensione di RockLine) Thighpaulsandra aveva dimostrato di essere un successore più che degno, un eccezionale sperimentatore e polistrumentista nel campo delle tastiere, soprattutto dei sintetizzatori. Lo si sente chiaro e tondo già nell’apertura, che è anche la title track strumentale: a parte la produzione moderna, potrebbe essere stata scritta benissimo negli anni Settanta e, oltre agli amanti di space rock e psichedelia, farà felici anche gli estimatori della musica ambient, perché vi regna un’atmosfera prevalentemente meditativa costruita su strati ramificati di sintetizzatori, mentre il tutto è accompagnato da qualche suono acuto che ricorda più di tutto il richiamo delle balene.

Anche «The End», un classico Hawkwind fino al midollo, potrebbe arrivare da cinquant’anni fa: oltre alle texture di sintetizzatori ‘spaziali’ dominano i ritmi protopunk così tipici degli Hawkwind e i passaggi di chitarra grezzi, sopra i quali comanda la voce ‘sognante’ di Brock, riconoscibile da un chilometro. Segue «Aldous Huxley», omaggio al celebre filosofo, visionario e scrittore inglese, autore del primo romanzo distopico, ‘Il mondo nuovo’. Questo strumentale eccellente, che mette insieme due volti sonori del tutto diversi, uno space rock e uno più sinfonico, include registrazioni di monologhi e dialoghi di Huxley. In un’epoca in cui le sue visioni, messe su carta novant’anni fa, si stanno avverando, suonano ancora più sconvolgenti. Lo strumentale «They Are So Easily Distracted» è una bella sberla per tutti quelli che sono convinti a torto che gli Hawkwind, dopo più di cinque decenni, non possano più creare niente di innovativo fuori dalla solita ‘comfort zone’: è un interessante esperimento jazz con sparsi passaggi di sax e pianoforte, mentre sullo sfondo scorrono futuristiche cortine di sintetizzatori.

«Ranma (The Prophecy)», con un ritornello melodico, quasi epico, parla in modo sarcastico di un’antica profezia e dell’arrivo del settimo avatar/reincarnazione di Vishnu nella religione induista. Questo pezzo eccellente è la prova lampante che gli Hawkwind, che nella loro storia hanno già firmato standard molto più accessibili e melodici, ma comunque splendidi, come «Silver Machine», «Urban Guerilla», «Master of the Universe» e «Spirit of the Age», per citare solo i più celebri, sono ancora capaci di creare una composizione che arriva anche agli ascoltatori più ‘semplici’, quelli che di solito non sono ricettivi ai loro esperimenti space rock per lo più complessi.

Lo strumentale «USB1» contiene texture di sintetizzatori sognanti, tipici passaggi chitarristici brockiani dalle tinte blues e transizioni temporali dosate con sottigliezza, che insieme creano quell’atmosfera ‘spaziale’ così caratteristica degli Hawkwind. «Outside of Time» è una vera leccornia space rock, che suona al tempo stesso ‘retro’ e moderna e, pur essendo un brano prevalentemente strumentale che regala un ‘viaggio nello spazio’ ambient di prima classe, nella parte finale piazza inattesi inserti vocali.

«I’m Learning to Live Today» è un genuino esperimento space rock con tante sezioni psichedeliche imprevedibili e un finale dal sapore orientale con scale pentatoniche/arabe. Cupa e malinconica, «The Beginning» più che un inizio sembra un addio e ha una dose abbondante di varietà stilistica, che però non sorprenderà chi conosce bene l’eclettico opus passato di questa leggendaria band. «Trapped In This Modern Age» è un finale breve ma eccellente, con il signor Brock protagonista. Titolo e testo descrivono alla perfezione lo stato d’animo di chi, come Brock, ha ormai ottant’anni sulle spalle e non sta dietro ai cambiamenti tecnologici, per lo più negativi e velocissimi, e alle metamorfosi sociali che ne derivano nell’era moderna.

«The Future Never Waits» è uno dei migliori album degli Hawkwind degli ultimi vent’anni e suona come se la band fosse tornata negli anni Settanta con una macchina del tempo al comando del capitano Brock, mantenendo però le virtù compositive e l’esperienza di oggi. A fine anno gli Hawkwind potranno anche sfidare i connazionali e coetanei Jethro Tull per il titolo di miglior album del 2023 firmato da una leggendaria band prog rock. Quale sarà il verdetto finale e chi chiuderà più in alto dipenderà da vari fattori. Il vantaggio degli Hawkwind è che nel 2023 suonano praticamente come ai tempi migliori e non si fanno minimamente il problema di avvicinare la loro musica alle varie tendenze moderne.

Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik

Tracklist:
1. The Future Never Waits (10:15)
2. The End (4:10)
3. Aldous Huxley (4:37)
4. They Are So Easily Distracted (10:25)
5. Rama (The Prophecy) (8:29)
6. USB1 (3:56)
7. Outside of Time (7:37)
8. I’m Learning to Live Today (8:05)
9. The Beginning (8:21)
10. Trapped in This Modern Age (2:59)

Formazione:
Dave Brock – chitarra, tastiere, voce
Richard Chadwick – batteria, voce
Doug MacKinnon – basso
Tim “Thighpaulsandra” Lewis – theremin, ‘synthaxe’
Magnus Martin – tastiere, chitarra, voce


Hawkwind – “The Future Never Waits” (Cherry Red Records, 2023)
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