Heavy New Year III (2010)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: KUD France Prešeren, Lubiana
Data del concerto: 25.12.2009
Pubblico: 200 persone

Un altro anno è passato, è di nuovo il momento del dicembre in allegria e con lui della terza edizione consecutiva dell’Heavy New Year! Stavolta al KUD France Prešeren hanno ruggito ben sette band: che cosa ci hanno servito lo scopri nelle righe che seguono.

Per colpa delle abbuffate di dicembre ci siamo purtroppo persi i novellini della scena metal di casa nostra, i Perforated, ma a giudicare dai commenti entusiasti di chi c’era al loro primo concerto all’Heavy New Year, in futuro sarà d’obbligo beccarli dal vivo. Dopo i Perforated sul palco sono salite le gatte infernali, le Hellcats, l’unica formazione slovena heavy metal/hard rock tutta al femminile. La band, guidata dalle sorelle Saša e Sonja, ha vissuto nella sua carriera un’infinità di cambi di formazione, ma le ragazze sono testarde e proseguono sicure sulla strada che si sono tracciate. Sul palco del KUD si è vista una line-up ringiovanita e rinfrescata, con Katja alla chitarra e Valentina alla voce. Le ragazze hanno presentato i pezzi del disco in arrivo e suonato qualche cover. Alle Hellcats va comunque un bel plauso per la costanza: già le band metal “normali”, maschili, da noi fanno fatica a trovare nuovi membri, figurarsi quando bisogna cercare delle donne. Però, se proprio vogliamo parlare di emancipazione, per le Hellcats sarebbe meglio richiudersi per un po’ in garage a limare il suono fino in fondo. Anche se la sezione ritmica sul palco è del tutto sicura, i passaggi di batteria e le linee di basso sono semplicemente nella media e semplici alla maniera hard rock, al punto che dopo un po’ diventano monotoni e noiosi. Katja alla chitarra è la parte strumentale migliore, perché sorprende con assoli ben eseguiti e riff sicuri, ma il lato peggiore delle Hellcats sta proprio nella voce. Nonostante tutta l’energia e l’affiatamento che Valentina sa gestire, l’esecuzione vocale è, a dir poco, disastrosa. Si nota soprattutto nelle cover, in particolare nel classico dei Warlock I Rule the Ruins eseguito male, ma nemmeno nei pezzi originali la resa è proprio brillante. Le Hellcats sono di sicuro sulla buona strada, ma per arrivare a un risultato migliore serviranno ancora un po’ di chilometri di concerti e soprattutto tanto lavoro sulla parte vocale.

Poi ci siamo tuffati in acque decisamente più agitate con i metallari di Rečica, The Scourge. Anzi, a dirla tutta ci siamo buttati in mezzo alle rapide selvagge di un death/thrash metal dinamico e vario. I ragazzi hanno premuto sull’acceleratore senza pietà e ci hanno portato tra i pezzi devastanti dell’ottimo demo From the Ashes. Con sicurezza e grande affiatamento hanno trasformato il KUD in un primo moshpit, e fa bene riposare occhi e orecchie soprattutto sulle incredibili acrobazie chitarristiche del duo Matjaž/Primož, prima che l’ondata furiosa delle parti più veloci e dinamiche ti costringa a una bella sessione di headbanging. Il ruolo vocale lo portano avanti alla grande Matjaž e Jernej, con due approcci piuttosto diversi che rendono i pezzi ancora più vari. Gli Scourge sono senza dubbio sempre meglio a ogni concerto ed è stato bello rivederli e risentirli dopo una pausa piuttosto lunga.

Sulla stessa linea di death/thrash metal incazzato sono andati avanti gli amanti dei cammelli Gonoba. I ragazzi continuano a presentare il fantastico debutto Chains of Ignorance e si sente che sono di nuovo più attivi dal vivo. Sul palco sono un blocco di un affiatamento da restare senza fiato, che si tratti dei riff fantasiosi e degli assoli spettacolari del duo Mitja/Grega, della batteria ragionata, piena di passaggi variegati e con la forza d’urto di un terremoto minore, o del fantastico basso di Brane “DiGiorgio” Tkalec, che ti fa raccattare la mascella da qualche parte per terra. Anche se era soltanto il secondo concerto per Grega Kamenšek, ha dimostrato di essere senza dubbio uno dei migliori chitarristi sloveni, eseguendo con precisione millimetrica linee di chitarra difficilissime. Del resto la sua maestria l’aveva già mostrata nei Crossbreed e spero che nelle prossime registrazioni il suo modo di suonare venga fuori ancora di più, quando porterà il suo tesoro di idee. Hopsy stavolta per fortuna non ha fatto il frontman ubriaco e proprio per questo se l’è cavata molto meglio con la voce. Nelle parti growl è sempre più bravo e, nonostante l’aggressività, resta chiaro e comprensibile, e spesso arricchisce i pezzi con un tocco di voce thrash cattiva e rabbiosa, che ci sta a pennello. Con un’energia da palco imbattibile, i Gonoba hanno dimostrato che Chains of Ignorance dal vivo suona ancora meglio e hanno messo la ciliegina sulla torta con una versione fantastica del demolitore degli Exodus War is My Shepherd. “Worship the Camel!”

Sul palco sono saliti i vecchi volponi della scena metal slovena, gli Interceptor, che ci hanno salutato fin dall’inizio con un pezzo che annuncia come il nuovo disco, ancora in lavorazione, potrebbe addirittura superare i lavori precedenti: Homo Stupidus. Non potevano mancare i classici Puške namesto kruha, Blato e gli altri che sono seguiti, e ovviamente nemmeno l’immancabile classico dei Sepultura Inner Self. Anche se viene fuori benissimo ogni volta, mi piacerebbe che, se proprio devono suonare cover nonostante il ricco repertorio di pezzi propri, gli Interceptor ci sorprendessero in futuro con qualche cover nuova. Se la memoria non mi inganna, Čuli ai tempi del tour della reunion aveva promesso Angel of Death… Per la seconda volta di fila i ragazzi hanno presentato un altro pezzo nuovo, Religija, che suona piacevolmente old school con un pizzico di aggressività thrash tedesca e, come Homo Stupidus, fa salire alle stelle le aspettative per il nuovo disco. Senza le escapade sul palco del Maestro della distruzione non è andata nemmeno stavolta, e questa volta a pigliarselo è stato un pilastro del KUD. Gnam! Per paura che se lo pigliassero pure gli altri membri, hanno cacciato Čuli dal palco e, con il chitarrista Simon Cukjati alla voce, hanno chiuso il concerto con il classico degli Anthrax (di Joe Jackson) Got the Time.

Poi il palco è toccato alla prima e unica band straniera, gli austriaci Bloodfeast. I ragazzi hanno proposto tre quarti d’ora di black/death metal solido, che ricorda parecchio i giganti polacchi Behemoth, anche se si sentivano pure riff elaborati e a tratti originali. Hanno deluso un po’ con l’look, che ricordava in modo sospetto qualcuno che non è altri che, di nuovo, i Behemoth, dal trucco ai pantaloni di pelle e ai gonnellini. E, ovviamente, non poteva mancare la cover dei Behemoth Conquer All. I Bloodfeast hanno fatto il loro lavoro in modo solido, ma ricordano decisamente troppo i Behemoth.

Dopo il clone austriaco dei Behemoth il palco è tornato a una forza metal di casa nostra, gli Aeonic, attesissimi. Doveva essere l’ultima esibizione insieme al batterista Garghuf (ex-Gorgoroth, Dekadent, Enthroned), ma purtroppo a quanto pare non è andato tutto secondo i piani e gli Aeonic si sono esibiti con una drum machine. Da lodare il fatto che non abbiano annullato il concerto e che abbiano avuto il coraggio di salire sul palco senza un batterista in carne e ossa. Con il computer, ovvero con i drumming artificiali, i problemi possono essere enormi, e anche se non si sono proprio ribellati alla band e non l’hanno messa fuori gioco in stile HAL di 2001: Odissea nello spazio, hanno creato ai ragazzi evidenti difficoltà. Ci sono stati parecchi errori e pasticci, ma per fortuna verso la fine la band si è ricompattata un po’ e ha portato a casa la cosa in modo più o meno sicuro. L’attesissima esibizione degli Aeonic è così purtroppo finita con un retrogusto leggermente amaro. Sul palco la band non si sentiva visibilmente a suo agio e probabilmente anche per questo il concerto è stato piuttosto statico e senza vera energia. Spero che gli Aeonic trovino presto il batterista giusto e che con lui si presentino in una luce migliore anche dal vivo. I pezzi, nonostante l’esecuzione sottotono, promettono tantissimo e spaccano!

L’Heavy New Year III l’hanno chiuso con un uragano di thrash metal di stampo tedesco i Keller. In vista del disco in arrivo hanno spinto il KUD, senza compromessi e senza pietà, in mezzo a un campo minato e ci hanno messo il piede sopra a una mina di proposito, scatenando una reazione a catena di migliaia di riff, assoli folli e una sezione ritmica da ammazzare. Anche se ultimamente i Keller hanno suonato davvero tanto, forse quasi troppo per il piccolo pubblico metal sloveno, appena salgono sul palco ti dimentichi che magari li avevi già visti uno o due giorni prima. I pezzi del demo ti sfasciano ancora le chiappe senza nemmeno sforzarsi, mentre quelli nuovi annunciano uno dei dischi metal sloveni migliori. Keller command!

L’Heavy New Year è diventato, e resta, una piacevole tradizione metal tra Natale e Capodanno. Probabilmente nel giro di parecchi chilometri non c’è un concerto che regali ai metallari così tanto con l’atmosfera, il cibo, l’organizzazione eccellente e le buone band. Stavolta forse c’erano appena un filo troppe band, perché ascoltarne sette con attenzione in una sola serata è un bel boccone. E per chiudere, ovvio: ci vediamo all’Heavy New Year IV!

Foto: Nina Grad

Setlist

GONOBA: 1. Violent Solutions 2. Constucting Deconstruction 3. The Fall of Mankind 4. Procreation 5. War is My Shepherd 6. Chains of Ignorance 7. In Vain INTERCEPTOR: 1. Homo Stupidus 2. Puške namesto kruha 3. Blato 4. Inner Self 5. Religija 6. Revive 7. Blame 8. Fade 9. Zadnja žrtev 10. Got the Time BLOODFEAST: 1. Ransom? 2. Diagnosis: Insane 3. March Into the Twilight 4. Shit-zophrenic 5. Stop to Rot 6. Infernal Kingdom 7. Conquer All 8. Jason 9. Souvenirs AEONIC: 1. Daemonion 2. Dehumanized 3. Synthesis 4. Hephaestus 5. Blasphemy & Gulit

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