Hello, I Must Be Going!

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Collins, Phil
Etichetta: Virgin Records
Uscita: 1982
Durata: 45:03
Voto: 4/5

All’inizio degli anni Ottanta, dopo l'(in)atteso successo del cult d’esordio »Face Value« (1981), Phil Collins, fuoriclasse di batteria e voce, si stava consolidando sempre più come star solista, senza però trascurare in alcun modo il lavoro con la sua band ‘madre’, i Genesis, che proprio in quel periodo vivevano un vero e proprio rinascimento commerciale. La graduale trasformazione stilistica di Collins da rodato mestierante prog rock/jazz fusion a intrattenitore pop rock era ormai compiuta ai tempi del suo secondo album in studio, »Hello, I Must Be Going!«, ancora più smaccatamente commerciale dell’esordio appena citato. I testi d’amore, in questa fase della carriera del cantante/batterista, erano diventati un obbligo non scritto e per Phil quasi un’ossessione, soprattutto quando si trattava di ballate emotive, che hanno sempre avuto un posto d’onore nel suo percorso creativo.

Con Phil ancora alle prese con il trauma del divorzio dalla prima moglie, la sua poesia su »Hello, I Must Be Going!«, che prende il titolo dall’omonimo brano di un film dei fratelli Marx, vira su toni un po’ più sereni, e si sente anche nell’atmosfera dei singoli pezzi. Il pedigree jazz di Collins, nonostante l’impronta smaccatamente pop rock del disco — con le porte spalancate alla tecnologia sonora degli anni Ottanta, un uso a tutto spiano di sintetizzatori ed effetti di ogni genere e la co-produzione ‘potenziata’ di Hugh Padgham — si fa ancora sentire parecchio nel suo approccio alla batteria, mentre i momenti vocali sensibili, in cui è sempre stato un vero maestro, abbondano, quindi non stupì che nel 1983 arrivasse la sua prima nomination come miglior artista britannico. Nove brani su dieci entrarono in classifica, e questo la dice lunga sull’appeal commerciale ma anche sulla qualità di »Hello, I Must Be Going!«, che ancora oggi resta tra i lavori solisti di maggior successo di Phil.

Con la melodrammatica power ballad »I Don’t Care Anymore« il signor Collins ha tirato fuori un altro hit enorme, allo stesso livello di »In The Air Tonight« (1981). È anche l’unico pezzo del disco che, con la sua natura cupa e il testo sarcastico, tocca il tema della separazione dalla prima moglie, nucleo lirico portante già di »Face Value«. Sottili accordi di tastiera poggiano su una possente base di batteria, mentre il chitarrista Daryl Stuermer sfodera una serie di frasi semplici ma di gran gusto. L’espressività vocale furiosa di Phil raggiunge qui un livello davvero invidiabile: il leggendario batterista/cantante ci spreme dentro l’ultima goccia del suo cuore ferito. Questo indimenticabile evergreen è comparso in un episodio della popolare serie TV Miami Vice e, molti anni dopo, anche nel videogioco cult Grand Theft Auto V.

»I Cannot Believe It’s True« è un pezzo pop rock da intrattenimento con arrangiamenti di sax scherzosi, che di colpo porta un’atmosfera molto più rilassata, con il marcato approccio vocale di Phil che fa la parte del leone, aiutato dai cori di accompagnamento. Un assolo spiritoso di sax contralto aggiunge ulteriore pepe a un mood giocoso e positivo. »Like China« è un rocker davvero divertente, in cui Collins nella parte iniziale si diverte con l’accento Cockney, calandosi attraverso il testo nei panni di un adolescente arrogante. Il ragazzino vuole portarsi a letto la sua tipa con la promessa che ‘la tratterà come porcellana’. Il chitarrista Stuermer confeziona parecchie linee di chitarra complesse, oltre a un assolo interessante che rinvigorisce ancora l’atmosfera vivace. »Do You Know, Do You Care«, solida creatura a medio tempo, contiene sottili trame di sintetizzatore e l’approccio vocale melodrammatico di Collins, che tocca l’apice con un ritornello pieno di temperamento.

»You Can’t Hurry Love«, cover del gruppo pop femminile The Supremes, è diventata il più grande hit e il pezzo più noto di »Hello, I Must be Going!«, superando per successo commerciale persino l’originale. Dopo »Behind The Lines« (Genesis) e »Tomorrow Never Knows« (The Beatles) era la terza cover di Phil, ma la prima pubblicata come singolo, e gli ha portato un successo inatteso. Qui, in mezzo a un’atmosfera orientata al ballo, si sente chiaramente come soul e R&B pesassero sempre di più sul futuro percorso creativo di Collins. »It Don’t Matter to Me« è un altro pop rocker divertente e sfrontato, con una nota positiva, una base di batteria piena di temperamento e inserti di sax appassionati che garantiscono una festa coi fiocchi. L’approccio vocale nonchalant di Phil stavolta è pieno di sicurezza e senza i soliti crucci di cuore.

»Thru These Walls«, un altro singolo di successo, nel testo si occupa di un tipo ficcanaso che si tormenta pensando a cosa succede oltre il muro che lo separa dai vicini. Phil si cala in modo convincente nei panni di un nevrotico compulsivo e solitario, che nella propria ossessione si mette a immaginare le attività notturne dei vicini, anche se tutto accade solo nella sua testa. Questo pezzo estremamente sottile, soprattutto grazie agli accordi del sintetizzatore Prophet 5, ricorda un po’ »In The Air Tonight«, e lo stesso vale per certe sfumature ritmiche. La ballata »Don’t Let Him Steal Your Heart Away« è tra le più belle canzoni d’amore di Collins, merito soprattutto della sua appassionata prova vocale e di un meraviglioso arrangiamento sinfonico al centro del brano.

Lo strumentale di taglio jazz »The West Side« è l’unica creatura del disco che si potrebbe definire, con qualche riserva, sperimentale: contiene parecchie sfumature ritmiche complesse di batteria e basso e una serie di passaggi di sax toccanti, mentre Stuermer nella parte centrale piazza un succoso assolo di chitarra. È il momento di »Hello, I Must Be Going!« in cui si sentono chiaramente le radici musicali di Collins e l’influenza delle sue esperienze passate con Genesis e Brand X. »Why Can’t It Wait ‘Til Morning«, ballata incentrata sul pianoforte con arrangiamenti sinfonici struggenti, è la chiusura malinconica del disco, in cui Collins si trasforma ancora una volta nel ‘cavaliere dal cuore ferito’ e dimostra perché fosse uno dei cantanti pop più apprezzati degli anni Ottanta.

Con »Hello, I Must Be Going!« il signor Collins si è rivelato artefice della propria fortuna: un altro gioiello pop rock, un successo inatteso che l’ha lanciato tra le più grandi star della musica degli anni Ottanta. La neonata generazione MTV ha iniziato a ‘mangiargli in mano’, mentre i fan storici dei Genesis, comprensibilmente, non erano al settimo cielo per quello che combinava, soprattutto perché il confine stilistico tra la carriera di Phil e la leggendaria band prog rock si faceva sempre più sottile. Anche se »Hello, I Must Be Going!« non ha superato la prova del tempo bene come altri lavori della carriera solista di Phil, resta uno dei suoi album più vari e dinamici dal punto di vista sonoro.

Formazione

Phil Collins – voce, batteria, percussioni, tastiere, tromba su “Do You Know Do You Care”, pedali del basso sui brani 1, 4 e 9
Daryl Stuermer – chitarra
John Giblin – basso sui brani 2, 3, 5 e 8
Mo Foster – basso sui brani 6 e 7
Michael Harris, Rahmlee Michael Davis – tromba
Don Myrick – sassofono
Louis “Louie Louie” Satterfield – trombone
Chester Thompson – batteria (in tour)

Produzione

Phil Collins e Hugh Padgham

Tracklist

1. I Don’t Care Anymore
2. I Cannot Belive It’s True
3. Like China
4. Do You Know, Do You Care?
5. You Can’t Hurry Love
6. It Don’t Matter to Me
7. Thru These Walls
8. Don’t Let Him Steal Your Heart Away
9. The West Side
10. Why Can’t It Wait ‘Til Morning

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