Suits

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Fish
Etichetta: Dick Bros Record Company
Uscita: 1994
Durata: 73:52
Voto: 4/5

Il leggendario cantante scozzese Fish (il vero nome, Derek William Dick, per ovvi motivi non gli è mai andato troppo a genio), diventato famoso come membro dei campioni del neo-prog britannico Marillion, con il suo quarto album in studio da solista, »Suits«, uscito dopo l’album di cover »Songs From the Mirror« (1993), ha portato avanti con successo la direzione art rock dei lavori solisti precedenti. È stato anche il suo primo disco per la sua piccola etichetta indipendente, durata poco, la Dick Bros Record Company. Della produzione, pulitissima, si è occupato James Cassidy, mentre la band di Fish comprendeva il vecchio compagno di chitarra Frank Usher, il chitarrista aggiunto Robin Boult e il mitico bassista/occasionale cantante David Paton (ex-Pilot, The Alan Parsons Project, Camel, Bay City Rollers). Cassidy però non si è dimostrato solo un produttore: oltre a Foster Paterson (ex-Camel), che ha preso il posto di Micky Simmonds (un altro ex Camel), ha suonato gran parte delle tastiere e ha collaborato alla composizione di cinque dei dieci brani del disco.

Per finire »Suits« a Fish sono serviti ben due anni, il periodo più lungo della sua carriera fino a quel momento, visto che alcuni pezzi dell’album li portava dal vivo già nel 1992. Sul piano stilistico »Suits« è il naturale seguito dei precedenti lavori di Fish, come ad esempio »Internal Exile« (1991): un disco stilisticamente molto vario, con un ampio spettro di elementi sonori, dall’art rock al folk rock fino al pop rock, anche se come atmosfera è un po’ più cupo dei tre predecessori in studio. Dal punto di vista commerciale ha addirittura fatto meglio dei due album precedenti, centrando un bel piazzamento nelle classifiche britanniche, dove Fish è rientrato solo nel 2008. I due singoli, »Lady Let It Lie« e »Fortunes of War«, invece non hanno avuto granché successo.

»Mr. 1470«, con il suo testo sarcastico sulle giacche aziendali e la presa in giro del vecchio proverbio «l’abito fa il monaco», è di fatto la title track. Con il suo ritmo vivace, tra frasi di chitarra grintose e trame di sintetizzatore eleganti, si può dire che sia un’apertura di disco davvero divertente. Fish dimostra subito di essere in splendida forma vocale, mentre la magia dell’atmosfera è arricchita anche dai cori dell’ospite Lorna Bannon.

Fish non sarebbe Fish se su »Suits« non avesse messo insieme, con »Lady Let It Lie«, almeno un pezzo sulle frustrazioni legate al vuoto della fama sfrenata e dello sfarzo, che il campione della voce ha sperimentato sulla propria pelle. La produzione sonora, con le sue sottili trame di tastiere, ricorda parecchio quello che facevano un tempo i Marillion, mentre il ritornello pop rock è uno dei più commercialmente irresistibili di tutta la carriera di Fish: peccato che questo classico impregnato di atmosfera positiva non abbia avuto più eco. Il bell’assolo di chitarra di Usher e un testo pungente, che prende in giro il vuoto desiderio di gloria e di divismo nella società dei consumi di oggi, soprattutto tra i giovani, hanno contribuito a farne uno dei pezzi più amati di Fish dal vivo.

Anche »Emperor’s Song«, dove art rock e pop si incrociano con grande abilità, è un brano dichiaratamente votato al commerciale, soprattutto per il ritornello da inno, mentre nel clima che si va alzando non mancano passaggi di chitarra pieni di temperamento. Il classico a sfondo sociale »Fortunes Of War«, dominato da maestose cortine ambientali di taglio sinfonico, con le tradizionali cornamuse scozzesi che si sentono sullo sfondo, rientra tra i pezzi più contemplativi della carriera di Fish, quelli che danno a ogni ascoltatore un sacco di materiale su cui riflettere. Il leggendario highlander si conferma un narratore incredibilmente sincero ed emotivo di storie di vita commoventi, cosa che peraltro ha sempre saputo fare alla perfezione, già ai tempi dei Marillion.

»Somebody Special«, intriso di un’atmosfera più cupa, dove Fish racconta in modo sarcastico di una donna fatale, è un pezzo un po’ più incisivo, con passaggi di chitarra infuocati ma anche arrangiamenti acustici intelligenti e linee di basso spiritose. »No Dummy« è un esperimento art rock piuttosto interessante, in cui il «ribon» si diverte con elementi di funk, world music e jazz, anche con arrangiamenti di sassofono, mentre le linee vocali di accompagnamento approfondiscono ulteriormente l’approccio disinvolto di Fish al canto e il clima rilassato.

In »Pipeline«, un altro messaggio di critica sociale, il carismatico camaleonte vocale attraversa la sua fase melodrammatica, sostenuto da arrangiamenti sinfonici sontuosi e passaggi di chitarra taglienti. La satira successiva sul vuoto desiderio dello sfavillio hollywoodiano, »Jumpsuit City«, dove si percepiscono persino elementi di blues rock, soprattutto grazie all’armonica, alle frasi di chitarra sparpagliate e agli strati malinconici di organo Hammond, è segnata da un’atmosfera spiccatamente misteriosa. »Bandwagon«, dove Fish torna a brillare col suo camaleontismo vocale, è un solido ibrido tra prog e pop, e questo vale in particolare per le complesse trame di tastiere. Con la power ballad emotiva »Raw Meat« il gigante scozzese è riuscito a chiudere l’album con un altro classico indimenticabile, dove si sente tutta la forza ambientale della sua voce straordinaria, mentre a costruire la tensione drammatica contribuisce anche un assolo di chitarra molto sottile.

La riedizione di »Suits« del 1998 contiene anche due bonus track di qualità. L’esperimento progressive rock »Black Canal« ha campionamenti elettronici sparsi e complesse variazioni ritmiche. Nella narrazione si sente anche il tipico accento scozzese di Fish. Un vero peccato che non sia finito nella parte «ufficiale» dell’album, visto che è tra i pezzi solisti più interessanti e complessi di Fish, ma probabilmente l’ha «chiuso nel cassetto» per la durata (più di otto minuti) e la mancanza di potenziale commerciale. »Out of My Life«, un’altra dichiarazione d’amore sanguigna, è un brano più breve ma pieno di temperamento, pastorale, con arrangiamenti acustici che ricordano la musica tradizionale celtica/scozzese.

»Suits« si piazza nel giusto mezzo tra i lavori in studio di Fish fin qui, il che significa un album di qualità e di una coerenza eccezionale, che ancora oggi conquista con alcune idee davvero divertenti. Dopo di lui al tosto cantante scozzese è in qualche modo passata la voglia di inseguire le classifiche e di creare pezzi commercialmente orecchiabili: in quel periodo aveva raggiunto un nuovo capitolo di maturità compositiva, ed era già chiaro che la sua carriera solista avrebbe preso una piega completamente nuova.

Formazione

Fish – voce
David Paton – basso, cori
David Murray – cornamuse
Lorna Bannon – cori
Robin Boult – chitarra
James Cassidy – tastiere 
Foster Paterson – tastiere, cori
Fraser Spiers – armonica
Frank Usher – chitarra
Kevin Wilkinson – batteria, percussioni

Produzione

James Cassidy

Tracklist

1. Mr. 1470 (6:06)
2. Lady Let It Lie (6:53)
3. Emperor’s Song (6:18)
4. Fortunes of War (7:51)
5. Somebody Special (5:22)
6. No Dummy (6:16)
7. Pipeline (6:43)
8. Jumpsuit City (6:49)
9. Bandwagon (5:07)
10. Raw Meat (7:20)

Bonus track:
11. Black Canal (8:27)
12. Out Of My Life (3:45)

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