HiRock festival (2013)

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Autori: Peter Podbrežnik, Aleš Podbrežnik

Luogo: Inzell (Chiemgau, Baviera) / Max-Aicher-Arena / Germania
Data del concerto: 01.06.2013
Pubblico: 5000
Prezzo del biglietto: 95,00€

Niente da fare. Quando ti annunciano un festival con Toto, Journey, Rick Springfield, ecc…  può diventare una vera piccola tragedia personale. Chi ha a cuore la melodia nel rock drizza subito le orecchie. Se ci aggiungi Europe, Whitesnake, i Black Star Riders sbucati dalla metamorfosi dei Thin Lizzy, i più recenti seguaci di questo stile e glam rocker H.E.A.T., la formazione di veterani tedeschi dell’hard rock Voodoo Circle  e alla fine chiudi l’elenco con i campioni AOR di USA e Gran Bretagna Survivor e FM, la tentazione è praticamente impossibile da respingere. Due giorni di sogni all’orizzonte.

E invece? Più i cuori si infiammavano e più si avvicinava la data della visita all’Hi-Rock festival, annunciato per l’1 e il 2 giugno, più forti rimbombavano le voci sinistre che davano per certi violenti nubifragi di più giorni sul vecchio continente, con la maggior parte delle precipitazioni puntata dritta sulla regione del Chiemgau, nella Baviera meridionale. Lì si trova la cittadina di Inzell, che vive di turismo, visto che la regione, piena di bellezze naturali, rientra nell’area alpina.  Proprio a Inzell, grande quanto la slovena Trzin,  sorge però una sala tutt’altro che modesta, la Max Aicher Arena. Inzell infatti, oltre all’offerta turistica, è anche uno dei centri sportivi della regione. La sala è più grande di quella di Stožice. Incredibile. Stiamo paragonando il livello della capitale slovena con un villaggio turistico di passaggio in Germania.

Così è andata. La testardaggine rock covava senza cedere di un millimetro. Che il cielo ci crolli pure sulla Terra, se serve. Pazienza! Dopo l’arrivo nel Salisburghese le ultime toppe azzurre di cielo stracciato ci hanno abbandonato per sempre, sprofondavamo nelle fauci di un grigiore da cui gocciolava. Gocciolava, gocciolava e gocciolava. Si era rinfrescato. Come se fossimo a inizio marzo e non a giugno. Ma tutto sommato era ancora »indolore«. Diventava però sempre più chiaro che avremmo dovuto lasciare le tende in macchina, scordarci il campeggio e cercare un appartamento.

Le tre del pomeriggio sono suonate. Siamo a Inzell, davanti alla Max Aicher Arena! Fuori diluvia. Siamo fradici e ce ne frega niente. Nella sala però la gente entra da uno stretto imbuto, dove ancora una volta nessuno sfugge alle mani palpeggianti degli addetti alla sicurezza. Per giunta anche la fila per ritirare gli accrediti si inceppa e va a rilento. I minuti scorrono. Minuti preziosi. Il concerto degli H.E.A.T. è già a metà. Quando entro nella sala, la band si sta giusto concedendo l’inserimento del celebre classico dei Led Zeppelin Rock N’ Roll e mi trafigge un pensiero negativo: »Ma ho fatto tutta questa strada per sentire per la milionesima volta una delle canzoni più consumate dei Led Zeppelin? Brrr…«

Gli svedesi, con nomi per lo più adattati al mercato, nella formazione Erik Grönwall (voce) – entrato nella band nell’agosto 2010 al posto del predecessore Kenny Lekrem, poi Dave Dalone (chitarra), Eric Rivers (chitarra), Jona Tee (tastiere), Jimmy Jay (basso) e Cash (batteria), hanno presentato l’attuale album in studio »Address the Nation« (2012) e in un concerto di 40 minuti hanno suonato anche tre singoli di successo (Beg, Beg, Beg, 1000 Miles, Living On the Run) – mancava solo Keep On Dreaming. La band può vantare un perfezionismo innato. Sia nell’esecuzione, in cui la squadra sul palco letteralmente esplodeva di cinetica indomita e sfrenata, sia soprattutto grazie al cantante Erik Grönwall, che entusiasmava con il suo carisma contagioso. Un revival glam rock, certo, ma con un senso eccezionale per il plasma della melodia. La band capisce l’uso del suono dei sintetizzatori anni ottanta, che aggiunge alla sua espressività una chiara impronta AOR (ad esempio l’inno Downtown a metà concerto). Sono affiatatissimi, e a confermarlo, più di tutto, sono state le armonie vocali a più voci che accompagnavano la voce di Erik. Anche a livello sonoro gli H.E.A.T. si sono inseriti bene nello spazio. Li abbiamo ascoltati da più lontano e le caratteristiche del suono durante la loro esibizione erano solide.

I Voodoo Circle sono in realtà una squadra di rodati musicisti rock (e metal) tedeschi con l’inglese David Readman alla voce. Quest’ultimo è, in un modo o nell’altro, un tedesco naturalizzato, dato che dalla metà degli anni novanta sta con gli hard rocker tedeschi Pink Cream 69. I Voodoo Circle sono cresciuti da progetto di idee del chitarrista Alex Beyrodt fino a diventare una formazione che a oggi ha sfornato già il terzo album in studio. Oltre a Beyrodt, che per tecnica chitarristica ricorda le sue stesse ossessioni per il modo di suonare di Y.J. Malmsteen e R. Blackmore, e al già citato cantante David Readman, la squadra comprende una vera leggenda della scena rock e metal tedesca, il bassista Matt Sinner (Sinner, Primal Fear), il tastierista Jimmy Kresic e il batterista Markus Kullmann, entrato nella band nel 2010 dopo che era diventato chiaro che il batterista originale Mel Gaynor (peraltro batterista dei Simple Minds) non ce l’avrebbe fatta a incastrare un altro impegno nella sua agenda fitta. Sul palco la band ha presentato l’album appena uscito »More Than One Way Home« (2013). All’esecuzione non c’è nulla da obiettare. Solo al fatto che i Voodoo Circle fossero, tra le band del festival, la »pecora nera« nel ruolo di »tappabuchi« della scaletta. Nessuno li avrebbe rimpianti, infatti, se non fossero stati inclusi nel »line-up«. L’organizzatore tedesco avrebbe potuto portare sul palco, piuttosto, i suoi Bonfire. Più pratici sarebbero stati anche gli svizzeri Krokus, o i danesi Pretty Maids, se i Gotthard erano diventati semplicemente troppo cari. Semplicemente perché i Voodoo Circle ricordano fin troppo ora i Whitesnake, ora i Rainbow, e dove i due sono vicini non sono lontani nemmeno i Deep Purple, anche se i Voodoo Circle suonano molto bene. In generale il cantante David Readman è fenomenale. Brani come, tra gli altri, Graveyard City e King Of Your Dreams sono stati eseguiti con sicurezza e decisione, ma ci sono fin troppe trovate stilistiche che richiamano la genericità di standard già consolidati, il che tiene i Voodoo Circle all’ombra di altre band, di annata più vecchia. Resta comunque una combinazione eccezionale di musicisti di altissimo livello, confermata da qualche scappatella di assoli passati avanti e indietro tra il tastierista Jimmy Kresic (che richiamava alla mente anche un asso come Derek Sherinian) e il maestro della chitarra »barocco e ghirlandato« Alex Beyrodt.  Si sono presentati problemi con il suono, e a farne le spese è stato soprattutto Beyrodt. Nei 40 minuti ha infatti sfoggiato un’invidiabile collezione di chitarre-bellezze, che evidentemente doveva per forza scambiarsi tra le mani. Come detto: solido, ma subito dimenticabile.

La prima delle attrazioni dell’HiRock festival a richiamare sotto il palco visitatori in numero un po’ più consistente sono stati gli hard rocker americani Black Star Riders. Il loro nome a un profano che non segue regolarmente la scena rock classica non dice di certo nulla di concreto. In realtà è una denominazione furba e ben ponderata per un gruppo che fino a poco fa sui palchi si presentava con il leggendario nome Thin Lizzy. Il loro comandante è oggi un già parecchio brizzolato, ma sempre agile Scott Gorham, storico chitarrista dei Thin Lizzy e membro della formazione classica di questa band originariamente irlandese, iscritta tra le leggende soprattutto dall’indimenticabile, purtroppo da tempo scomparso cantante e bassista Phil Lynott.

Dopo la morte di Lynott, Gorham con l’aiuto dell’ex cantante e chitarrista John Sykes ha tenuto in vita a lungo i Thin Lizzy come attrazione live dal 1996 in poi, ma la maggior parte dei fan di lunga data non riusciva proprio a farsene una ragione di questo ‘sacrilegio’. I Thin Lizzy senza Phil Lynott sono infatti, come ad esempio i Queen senza Freddie o, Dio non voglia, i Motorhead senza Lemmy – una band senz’anima. Gorham era ovviamente di altra opinione ed era convinto che Phil avrebbe guardato con approvazione al mantenimento live del ricordo della sua celebre eredità. E molti che all’epoca dei loro maggiori successi non erano nemmeno nati hanno così avuto la possibilità di ascoltare dal vivo per la prima volta alcuni dei migliori classici della storia di questo leggendario collettivo irlandese, il che dava alla band di Gorham almeno un po’ di legittimità. 

Un problema un po’ più grosso è nato dopo l’addio di Sykes, quando Gorham ha improvvisamente desiderato creare nuova musica che suonasse almeno approssimativamente come suonavano ai tempi d’oro i Thin Lizzy con Lynott. A tal fine ha ‘rimediato’ un po’ di vecchi compari dei Thin Lizzy, dei quali alla fine è rimasto solo lo storico bassista dal vivo Marco Mendoza, visto che il batterista originale dei Lizzy Brian Downey e l’ex tastierista Darren Wharton per vari motivi hanno rinunciato a ulteriore collaborazione. In quel periodo la band, che si è data il nome Black Star Riders dall’omonima banda di reietti del film Tombstone, è stata completata dal cantante e occasionale chitarrista Ricky Warwick, che si è assunto il compito più arduo di sostituire vocalmente Lynott, dal chitarrista Damon Johnson, che si è unito a Gorham nell’intreccio delle celebri armonie chitarristiche e vocali a due voci, e dal batterista Jimmy DeGrasso. Con questa formazione i Black Star Riders hanno registrato quest’anno il loro esordio »All Hell Breaks Loose«, che per stile ricorda molto i classici Thin Lizzy e da cui durante l’esibizione hanno eseguito anche la maggior parte dei pezzi.

Il loro show i ragazzi di età diverse, che anche nell’aspetto assomigliano parecchio a reietti del Midwest americano, tranne il carismatico Gorham, che da anziano è l’unico vero signore del gruppo, l’hanno aperto proprio con la title track del nuovo album, che con la sua energia e il ritornello subito orecchiabile ha scaldato il pubblico piuttosto in fretta, ma il vero entusiasmo nella sala è esploso, come previsto, quando sono arrivati gli immancabili classici dei Thin Lizzy come »Jailbreak«, »Massacre«, »Cowboy Song«, »Suicide« ed »Emerald«. L’intesa chitarristica tra Gorham e Johnson funzionava come una macchina ben oliata, mentre Warwick se l’è cavata in modo abbastanza convincente nelle scarpe vocali di Lynott, così che più volte si è respirata l’autentica magia dei Thin Lizzy. Il culmine dell’esibizione dei Black Star Riders è stato, come previsto, l’ottima esecuzione del più grande successo dei Thin Lizzy »The Boys Are Back In Town«. In questa serata più o meno melodic rock i Black Star Riders sono stati di certo la formazione più tosta e sonoramente più ‘sporca’, e bisogna riconoscere che si sono inchinati con sorprendente successo alla memoria di Lynott offrendo un’esibizione molto dignitosa.

Dopo l’ottima prova dei Black Star Riders, sul palco sono saliti uno dei più importanti rappresentanti scandinavi della scuola hard rock degli anni ottanta, gli Europe. Per quanto gli Europe, dopo la riattivazione all’inizio del millennio, inseguano con i nuovi album sonorità e stile (in un esperimento voluto),  il più recente »Bag Of Bones« tra i quattro album del nuovo millennio vale come una sorta di ritorno degli Europe al linguaggio delle radici rock, che non conobbe nemmeno il loro esordio in studio »Europe«. Ha senso, poi, mettere a confronto due ere stilisticamente distinte di questa band, peraltro estremamente stimata, influente, ma spesso trascurata? »Bag Of Bones« è l’album che dopo più di vent’anni ha riportato il gruppo nelle classifiche degli album più venduti nel Regno Unito. Tra l’altro un album che per il suo “peso” blues piacerà di sicuro al grande compagno di strada degli Europe e loro datore di lavoro a metà anni novanta, il signor Glenn Hughes. 

Quanto all’esibizione degli Europe, il palco diventa un uomo solo. Joey Tempest. Difficilmente si troverebbe un esempio più ideale di performance rifinita da manuale scolastico che la presenza scenica, per statura e voce, di Joey Tempest. Parliamo di un attore da palcoscenico che ha elaborato e ottimizzato fin nei minimi dettagli la maggior parte di ciò che il carisma del frontman di qualsiasi band richiede. Movimenti, comunicazione, civetteria, incitamento. Brillante. Tutto funziona alla perfezione, quando Tempest passeggia sul palco, fa roteare in mano l’asta del microfono…. Gli altri ragazzi stanno sulle loro, con l’eccezione del bassista John Levin. Se anche sembrano riservati, fanno il loro lavoro con grande dedizione. Perfezionismo scandinavo, appunto. Un’esibizione a sangue pieno in poco meno di un’ora. Gli Europe sono stati anche i primi a poter usare il »piano superiore« delle luci di scena. Cioè le file di riflettori montate più in alto sulla struttura del palco. Allo stesso tempo hanno radunato di gran lunga più gente sotto il palco fino a quel momento del festival.  La gente si è goduta l’esecuzione dei loro più grandi successi, tra i quali, un po’ a sorpresa, è venuta a mancare la sempreverde Cherokee.

Nelle esibizioni degli Europe si nota però un fenomeno interessante. Per gli Europe può essere una maledizione dei tempi moderni, ma anche una salvezza. Dipende da quale punto di vista ci si accosta alla situazione. Come detto, negli Europe ci sono due ere creative. Quella storica, che ha inciso il loro nome a grandi lettere dorate sul frontone del rock, e l’altra, stilisticamente diversa, in cui gli Europe hanno cambiato il modo di arrangiare. Perciò i contrasti di atmosfera nel repertorio sono marcati. Un caso tipico è arrivato durante il concerto dopo che gli Europe avevano portato il pubblico in trionfo. Si sono succedute infatti l’ultimativa ballad Carrie, a sorpresa la storica Seven Doors Hotel e l’infuocato successo Rock the Night. A seguire l’inserto strumentale di Norum alla più recente Last Look At Eden. Come se avesse tagliato un mondo a metà e ne avesse disegnato un altro. Il suono della chitarra volutamente soffocato, ovattato, distorto il più possibile. All’improvviso. Non a caso. Di proposito. Per ordine di Norum ai tecnici al mixer. In linea con la nuova cosmesi da studio della band, affermatasi nel nuovo millennio. La »ruvidezza« iniettata per chi non li conosce suonava inquietante! E diciamocelo. Suona inquietante. Sotto ogni aspetto. A prescindere dalla santa convinzione di Norum che sia fantastico, in realtà non è ok. Così l’atmosfera con Last Look At Eden ha preso una dimensione completamente diversa, quasi la dimensione di un’altra band. I nuovi brani semplicemente non reggono il confronto con i vecchi. Sono semplicemente più deboli negli arrangiamenti. Lo ha confermato la parte finale del concerto, quando la band, come previsto, ha calato dopo Last Look At Eden The Final Countdown, uno dei migliori standard hard rock dell’intera era del rock.  Tirando le somme. Questa band va avanti anche nel 2013 con contagiosità, grinta e carattere scenico fuori dal comune. Tempest resta un grande magnete da palco, anche se i registri vocali più alti già da tempo non gli obbediscono più. Gli Europe sono guru rodati ed esperti dell’hard rock, che non riescono in alcun modo a lasciare chi va ai loro concerti deluso o indifferente. Almeno l’esibizione all’HiRock festival lo ha confermato. A quanto pare, però, possono “ammazzare” con la scaletta. Se capita che i pezzi nuovi siano troppi. Stavolta la scaletta era bella “carica”.

Poco prima che sul palco marciasse la pattuglia dei ‘serpenti bianchi’ guidata dal loro sempre più solcato, ma ancora sfacciatamente indomabile incantatore canoro David Coverdale, la sala si era già riempita in modo percettibile in attesa della prima delle due attrazioni principali di quella serata. I Whitesnake erano stati annunciati come headliner del primo giorno del festival, ma all’ultimo momento hanno scambiato l’ordine con i Journey, il che ha reso felici tutti quelli venuti al festival con lo scopo principale di realizzare i propri sogni da concerto di melodic rock. Gli hard rocker di culto, quali i Whitesnake nonostante i numerosi cambi di formazione ancora sono, hanno naturalmente folle di fedeli habitué dei concerti, che non sono per nulla disturbati dal fatto che la voce di Coverdale sia già parecchio intaccata. Lo si è sentito di nuovo chiaramente già all’inizio dell’opener sempreverde »Give Me All Your Love«. Molti erano contenti di poter risentire quest’ultima dopo tanto tempo in scaletta. Il leggendario cantante ha compensato abbastanza bene lo scomodo fatto che la sua voce da tempo non sia più quella di una volta con l’aiuto dei cori di supporto diretti dai due storici chitarristi, Doug Aldrich e Reb Beach, che nel prosieguo della serata hanno fatto felici gli amanti della virtuosità chitarristica soprattutto con numerosi duetti improvvisati.

Per il resto dell’aiuto vocale, soprattutto nei ritornelli, ha pensato il pubblico fedele, che sapeva tutti i testi a memoria. Nonno David anche dopo i sessanta resta un patrono carismatico di tipo speciale, il che significa che nonostante le camicie italiane sbottonate e i gesti narcisistico-adolescenziali, tra cui rientrano anche l’ammiccare alle esponenti del gentil sesso e il tastarsi l’inguine, per ora non è ancora diventato una caricatura completa di sé stesso, come è successo a parecchi suoi coetanei musicali. La sua voce, nonostante l’intaccatura, che nella fase peggiore ricorda uno strangolamento gutturale, è ancora abbastanza riconoscibile e autorevole perché i classici di lunga data, con l’aiuto dei suoi eccezionali compagni strumentisti, tra cui in questa serata di gran lunga più di tutti ha entusiasmato la ‘bestia’ della batteria, il redivivo Tommy Aldridge, risultino abbastanza dignitosi e ascoltabili, ma niente di più.

Proprio il citato Aldridge con il suo assolo strabiliante durante il brano »Steal Your Heart Away«, che, come di consueto, nel prosieguo comprendeva il martellare la batteria a mani nude, ha raccolto dal pubblico di gran lunga l’applauso più rumoroso. La reazione alla sua esibizione ha coperto persino tutte le esecuzioni dei beneamati classici dei Whitesnake. Le acrobazie chitarristiche di Aldrich e Beach le ha integrate con linee di tastiera con zelo Brian Ruedy, mentre il giovane bassista Michael Devin è evidentemente diventato il nuovo cocco di Coverdale, dato che alla prima occasione lo ha tirato per la sua barba incolta, e le giovani spettatrici le ha invitate a un battesimo speciale, che Devin celebrerà nel bagno dietro al palco.

 Tra i lavori più recenti, cioè quelli usciti negli ultimi anni, per fortuna hanno eseguito i risultati migliori, come l’assai solida »Love Will Set You Free« e »Forevermore«, mentre una discreta sorpresa è stata la più che gradita esecuzione di »Gambler«, dall’album »Slide It In«. Con essa Coverdale ha ricordato i due amici scomparsi che collaborarono al disco “Slide It In”: il chitarrista Mel Galley e il batterista Cozy Powell. Ovviamente non poteva dimenticare nemmeno il creativo autore dei primi lavori dei Whitesnake, il tastierista Jon Lord. Noi più anziani avevamo gli occhi proprio lucidi. Come previsto la folla si è scaldata di più durante i grandi successi come »Is This Love«, »Fool For Your Loving« e »Here I Go Again«, anche se la maggior parte dei ritornelli ha dovuto cantarli al posto del signor Coverdale, vocalmente piuttosto spompato. In chiusura i Whitesnake hanno come previsto eseguito il loro ‘culmine heavy metal’ »Still Of The Night«, dove David, come previsto, da parte dei suoi camerati e del pubblico ha ricevuto abbondante aiuto vocale, soprattutto nei ritornelli. Dopo un fragoroso applauso e il tradizionale saluto di congedo registrato con il brano »We Wish You Well« la compagnia di Coverdale ha lasciato il palco cedendo lo spazio all’attrazione principale del primo (e purtroppo unico) giorno di questo festival. L’esibizione dei ‘serpenti bianchi’ si potrebbe giudicare soddisfacente e in qualche modo in linea con le aspettative.

L’esibizione dei campioni del melodic rock Journey si potrebbe riassumere con il popolare detto dell’antica Roma –  veni, vidi, vici. Meno della perfezione sonora e della piena realizzazione dell’eccellenza AOR in tutte le sfumature possibili da loro non c’era da aspettarsi. I loro fedeli seguaci sono abituati infatti alla massima coccola melodic rock possibile, in cui hanno pochissimi concorrenti. I Journey dall’album »Revelation« (2008) in poi, quando si è unito a loro il cantante filippino Arnel Pineda, vivono un autentico rinascimento. Il carismatico Steve Perry era unico e il suo successore ne è ben consapevole, ma l’approccio vocale di Arnel è comunque un ottimo avvicinamento e come tale la miglior sostituzione possibile di Perry. Gli eroi AOR americani hanno aperto la loro esibizione nel modo migliore in assoluto, con l’esecuzione dell’epico classico »Separate Ways (World Apart)«. A seguire una serie dei loro più grandi successi come »Any Way You Want It«, »Only The Young«, »Stone In Love«, »Lights e »Open Arms«. Una bellissima variazione è stata l’esecuzione della title track del leggendario album »Escape« (1981), come anche »Keep On Runnin’« con il batterista Deen Castronovo nel ruolo di cantante principale.

I singoli membri, e in particolare il virtuoso della chitarra Neal Schon e il tastierista/chitarrista Jonathan Cain, che più volte hanno richiamato i propri tecnici del suono a intervenire in modo adeguato, sono incorreggibili perfezionisti del suono, il che a modo suo è anche giusto. Pineda ha annunciato l’assolo di chitarra di Schon come ‘la nostra nuova canzone’, e di inserti umoristici simili durante lo show ce n’erano parecchi. Schon, nello stile del suo ex capo Carlos Santana, ha portato gli occhiali da sole per quasi tutto lo show, il che non gli ha impedito di suonare a velocità quasi luminosa qualche improvvisazione chitarristica da mozzare il fiato. Il bassista Ross Valory, oltre a Schon unico membro originale, intanto con le sue linee di basso dinamiche e la sua calma garantiva per tutto il tempo un’eccezionale stabilità ritmica.

Il motore della band è stato però per tutto il tempo il ‘piccolo uomo con la voce grande’ Pineda, che oltre a cantare in modo splendido sempreverdi e brani più recenti, con le sue acrobazie vocali e non solo si è dato da fare perché il pubblico non si addormentasse nemmeno per un attimo. In generale i membri dei Journey hanno irradiato per tutto il tempo vibrazioni estremamente positive, tanto che l’atmosfera nella sala per tutta la durata del loro show era elettrizzata in senso positivo. Lo si è potuto sentire soprattutto durante le esecuzioni quasi impeccabili di »Wheel In the Sky« e »Be Good To Yourself«, in cui il pubblico, cantando i due inni AOR, ha respirato per tutto il tempo con la band come un unico organismo.

Durante l’esecuzione della ballad d’amore »Faithfully« nelle prime file sono capitati due episodi buffi, quasi bizzarri. Prima un ragazzo che durante il brano si era probabilmente ‘calato dentro’ un po’ troppo, visto che non sembrava affatto un maniaco, ha iniziato ad abbracciare davanti a sé una ragazza giocosa, che non sospettava niente di male. Lei lo ha respinto con rabbia e rimproverato, dopodiché lui l’ha lasciata in pace fino alla fine del concerto. Una scena ancora più tragicomica si è svolta un po’ più a destra, quando un uomo brizzolato in età matura ha cominciato a molestare una sua coetanea che gli stava accanto. Lei lo ha respinto furiosa, tanto che lui, spaventato, se l’è data a gambe nelle ultime file. Evidentemente il testo di »Faithfully« è caduto su terreno fertile, nel caso in cui le due donne in questione avessero già i loro veri, ma ‘nascosti’ partner, che non erano tra i partecipanti al festival. Per il gran finale i Journey hanno come previsto eseguito il loro più grande successo »Don’t Stop Believin’«, uno di quegli hit trasmessi spesso alla radio che anche dopo più di tre decenni non risultano mai stravisti. Lo hanno arricchito con una quantità di improvvisazioni strumentali, prima di congedarsi dal palco tra l’applauso tempestoso del pubblico. I Journey sono stati sotto ogni aspetto i vincitori indiscussi del primo e purtroppo unico giorno del festival.

Dopo il concerto dei Journey il primo giorno del festival si è concluso. Ignari che con l’esibizione dei Journey anche l’Hi-Rock festival fosse di fatto finito, ci siamo fatti strada sotto il diluvio fino all’auto, e per farlo abbiamo dovuto sfruttare quasi per intero la conoscenza della teoria della relatività di Einstein e le acrobazie di sopravvivenza nella natura alla MacGyver. Era agghiacciante.

Ma l’inquietudine è salita fino alle dimensioni di un’apocalisse d’acqua. Buongiorno a un nuovo giorno!  Mattina bagnata. Pare che il campeggio in cui volevamo utopisticamente passare la notte fosse da tempo completamente sott’acqua. Il diluvio è ancora più forte. Segue una vera evacuazione. La strada di accesso all’appartamento, lungo le superfici pedonali, è già disseminata di sacchi di sabbia, che impediscono all’acqua di riversarsi dalla strada sui terreni privati delle abitazioni circostanti. Le strade si trasformano piano piano in canali di scolo. Comunque alle due e mezza del pomeriggio siamo sul luogo del secondo giorno del festival. Alle tre sul palco avrebbero dovuto esserci gli FM. Al loro posto iniziano a intrattenere (per quanto spazio per divertirsi ne sia rimasto) la manciata di presenti in mezzo alla gigantesca Max Aicher Arena gli Hurricans, band locale, ma prima l’addetto agli avvisi degli organizzatori ci ha messo in guardia che lo svolgimento della giornata è imprevedibile e che non può confermare con precisione come e quando le band si esibiranno. La cosa avrebbe avuto un epilogo chiaro verso le quattro. Anche se fuori era parcheggiato un »Nightliner« (dove diavolo sono tutti gli altri tir?), che evidentemente era riuscito a farsi strada dal nord, dal Loreley, fino a Inzell, e anche se il merchandise ufficiale del festival offriva souvenir dei Toto, le sensazioni non erano per niente incoraggianti. E infatti. Verso le quattro e mezza del pomeriggio è salito sul palco il direttore ufficiale del programma del festival e ha comunicato che il festival era concluso a causa delle dimensioni catastrofiche portate dall’alluvione.

EPILOGO:
Il nucleo dei nubifragi era concentrato proprio sulla Baviera meridionale. La via di raccordo attraverso Bad Reichenhall verso l’autostrada Salisburgo – Monaco di Baviera era stata chiusa subito, e non si poteva proseguire nemmeno via Lofer oltre Innsbruck. Restava un’ultima ancora di salvezza: tornare a Inzell e andare verso nord fino allo svincolo vicino a Traunstein. Ce l’abbiamo fatta. Siamo sull’autostrada in direzione Salisburgo. Di fronte a noi c’è una colonna immobile in direzione Monaco di Baviera. Il lago Chiemsee ha allagato l’autostrada. Per fortuna Inzell si trova concretamente più a sud del lago. Così siamo riusciti a sgusciare via dalla trappola. La Germania ha dichiarato lo stato di emergenza per la calamità naturale che in seguito, per il gonfiarsi del Danubio (e della Moldava), ha colpito anche l’Austria nella zona di Vienna, la Repubblica Ceca e poi la Slovacchia.

Guidi per le strade e osservi i soccorritori che entrano nelle case degli abitanti e portano intere famiglie in salvo. L’evacuazione era già in pieno svolgimento. Non era nemmeno un miracolo se dovevi aggirare qualche albero abbattuto che giaceva di traverso su una strada locale, guidare attraverso »tratti trasformati in laghi« della strada, superare chiazze di sabbia caricata che la furiosa alluvione si era portata dietro. Il panorama, per nulla allettante, disegnava i volti di fiumi e torrenti impazziti, che minacciosi inghiottivano la terra davanti a sé. Gli alvei sono diventati troppo piccoli e l’acqua ha cominciato a straripare. Leggi della natura! È venuta a prendersi ciò che le avevamo tolto. Il suo spazio. E la sviluppata civiltà dell’Europa occidentale si è così magistralmente segnata l’ennesimo autogol!   

L’Hi-Rock festival si è dunque rivelato un progetto sfortunato. Già il primo giorno in sostanza i visitatori non erano molti. La sala non era nemmeno aperta per intero. Il palco era stato montato al centro e metà della sala è rimasta così inutilizzata. Al massimo c’erano buoni 4000 spettatori, il che ha portato all’organizzatore già in partenza un bel passivo concreto. Il giorno dopo nella sala non c’erano nemmeno 500 persone. Dunque la maggior parte dei visitatori del primo giorno, in attesa delle previsioni di cataclisma,  si era già dispersa verso casa. Ora seguirà la richiesta dei visitatori di rimborso, con tutto l’investimento in artisti non economici e tutta l’altra logistica. Probabilmente l’HiRock festival non ci sarà più. Almeno non a Inzell. Ci siamo persi i Toto, che avevano preparato una scaletta pazzesca. Ma anche se i Toto li abbiamo mancati stavolta, il danno peggiore è che siamo stati privati delle esibizioni di FM, Survivor e Rick Springfield. Sono infatti sui palchi d’Europa dei veri »esotismi« musicali. Dovremo rincorrerli in un’altra occasione. Che in futuro sarà sicuramente molto, molto rara.

Foto: Mitja Groznik & Jernej Vene

Scaletta

JOURNEY:
1. Separate Ways (Worlds Apart)
2. Any Way You Want It
3. Chain Reaction
4. Only the Young
5. Stone in Love
6. Keep on Runnin’ (voce: il batterista Dean Castronovo)
7. Edge of the Blade
8. Lights
9. assolo di tastiere – Jonathan Cain
10. Open Arms
11. Escape
12. Dead or Alive
13. assolo di chitarra – Neal Schon (Pineda lo annuncia come “la nostra nuova canzone”)
14. Wheel in the Sky
15. Faithfully
16. Be Good to Yourself
17. Don’t Stop Believin’

WHITESNAKE;
intro registrata: My Generation (brano dei The Who)
1. Give Me All Your Love
2. Ready an’ Willing
3. Can You Hear the Wind Blow
4. Don’t Break My Heart Again
5. Is This Love
6. Gambler
7. Love Will Set You Free
8. Pistols at Dawn
9. Guitar Duel (Doug Aldrich & Reb Beach)
10 Steal Your Heart Away (più assolo di batteria di Tommy Aldridge)
11. Forevermore
12. Best Years / Bad Boys
13. Fool for Your Loving
14. Here I Go Again
15. Still of the Night
outro registrata: We Wish You Well

EUROPE:
1. Riches to Rags
2. Firebox
3. Not Supposed to Sing the Blues
4. Scream of Anger
6. Superstitious
6. Love Is Not the Enemy
7. Carrie
8- Seven Doors Hotel
9. Rock the Night
10. Prelude
11. Last Look at Eden
12. The Final Countdown

BLACK STAR RIDERS:
1. All Hell Breaks Loose
2. Jailbreak
3. Bloodshot
4. Waiting For An Alibi
5. Hey Judas
6. Massacre
7. Kingdom Of The Lost
8. Kissin’ The Ground
9. Suicide
10. Valley Of The Stones
11. Before The War
12. Emerald
13. Bound For Glory
14. Cowboy Song
15. The Boys Are Back In Town

H.E.A.T.:
1. Breaking the Silence
2. Better Off Alone
3. 1000 Miles
4. Late Night Lady
5. Straight For Your Heart
6. Beg Beg Beg
7. Downtown
8. Falling Down
9. Heartbreaker
10. Danger Road
11. Living on the Run
12. It’s All About Tonight

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