I Brit Floyd ricreano alla perfezione la vera magia dei Pink Floyd (2012)
Autore: Peter Podbrežnik
Luogo: Hala Tivoli (sala piccola) / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 09.11.2012
Numero di spettatori: 4.200
Prezzo del biglietto: 35 €
I Brit Floyd hanno ricreato con successo la vera magia dei Pink Floyd e, con la sala stracolma, hanno superato le aspettative più ottimistiche
I Pink Floyd sono oggi l’unica band leggendaria dell’età d’oro del prog rock capace di scatenare emozioni forti e positive anche negli sloveni, che di solito sono piuttosto freddini verso la musica sperimentale degli ultimi quattro decenni del XX secolo, conoscono al massimo i due hit più grossi, »Another Brick In The Wall Part 2« e »Wish You Were Here«, e i soldi per i concerti preferiscono spenderli per i Piccoli Cantori di Vienna e per i nostri ‘fratelli e sorelle’ del sud. Ovviamente, almeno una parte dell’enorme popolarità che i Pink Floyd si godono ancora oggi da noi, a differenza dei loro colleghi prog commercialmente meno fortunati (li avvicinano solo i Genesis dell’era a tre e forse gli Yes degli anni Ottanta), va attribuita, oltre all’eredità musicale, anche alle produzioni sceniche megalomani con cui i loro concerti sono entrati da un pezzo tra i più riusciti e redditizi della storia del rock. Purtroppo i Pink Floyd hanno fatto il loro ultimo vero concerto nel 1995, se non contiamo la breve e simbolica reunion della formazione classica a Live 8 nel 2005, quando promuovevano il loro ultimo album in studio, »The Division Bell« (1994).
Da allora i fan, soprattutto i più giovani, che ai tempi d’oro della band non hanno avuto occasione di vederla dal vivo, non hanno potuto far altro che sperare devotamente che prima o poi si rimettessero insieme e organizzassero un nuovo tour mondiale. A causa della lunga rottura tra il bassista/cantante Roger Waters e il chitarrista/cantante David Gilmour, quella speranza sfiorava la fantascienza. Dopo l’esibizione a Live 8 i due si sono sì più o meno rappacificati, tanto che ora si parlano di nuovo e ogni tanto dividono pure il palco, ma l’ultima possibilità che i Pink Floyd organizzassero ancora un tour vero e proprio, e non solo un’apparizione simbolica in occasioni speciali, è andata con ogni probabilità in fumo per sempre con la morte del tastierista Richard Wright. La formazione classica dei Pink Floyd, insomma, non la vedremo mai più.
Per fortuna, se non altro come magra consolazione, a metà anni Novanta sono spuntate parecchie ‘tribute to’ band dei Pink Floyd di buon livello, che più o meno fedelmente portano avanti la loro leggendaria eredità musicale. Per qualità, al momento spiccano su tutte i Brit Floyd, come abbiamo potuto verificare di persona in una sala piccola del Tivoli piena fino all’orlo. I Brit Floyd possono vantare addirittura il sostegno di David Gilmour, visto che hanno suonato alla sua festa di compleanno, e hanno stretto contatti con tutti i membri dei Pink Floyd tranne Waters. Questo significa che non hanno bisogno di nessun permesso speciale per usare la riconoscibilissima scenografia dei Pink Floyd. Incredibile ma vero: la sala piccola del Tivoli ha fatto il tutto esaurito nel giorno della partita di hockey tra Slovenia e Francia, prova lampante che la maggior parte degli sloveni per la buona musica è ancora disposta a sganciare una cifra tutt’altro che trascurabile, anche se si tratta solo di un ‘surrogato’ di una band celebre che dalle nostre parti con ogni probabilità non avremmo mai visto, nemmeno se non avesse mai smesso di essere attiva.
Invece dei tre camion di attrezzatura scenica annunciati, oltre al tour bus se ne è visto solo uno, il che significava una produzione ridotta, senza i maiali gonfiabili di »Animals« e i grotteschi pupazzi di »The Wall«, ma almeno la maggior parte del pubblico, venuta al concerto soprattutto per la musica, probabilmente non si è fatta troppi problemi, anche se la megaproduzione scenica è sempre stata una parte importante della tradizione live dei Pink Floyd. Per cominciare, prima ancora che la band salisse sul palco, i Brit Floyd hanno fatto impazzire tutta la sala con un’illuminazione eccellente e proiezioni animate innovative, con cui hanno cercato di ricreare il più fedelmente possibile l’atmosfera dei loro grandi idoli. Forse sarebbe stato meglio coprire con dei teli la struttura metallica del palco, esteticamente piuttosto brutta, ma è solo un appunto di poco conto. La proiezione d’apertura, al centro di una struttura circolare che ricordava un po’ una ‘porta stellare’, era un collage di spezzoni di film dall’archivio dei Pink Floyd e delle copertine di tutta la loro discografia in studio.
Molti scettici in sala hanno dovuto mettere a tacere i loro dubbi sulla qualità dei Brit Floyd già nei primi minuti dell’evergreen leggendario »Shine On You Crazy Diamond (Part I-V)«, in mezzo al quale è comparsa una proiezione in computer grafica, realizzata alla grande, di un uomo in mezzo al deserto, e subito dopo, tra l’entusiasmo generale della folla, nel cerchio al centro è apparso per un attimo il volto del ‘diamante pazzo’, il cantante e chitarrista originale, purtroppo scomparso, Syd Barrett, a cui questo classico era stato dedicato fin dall’inizio, a imperitura memoria. L’assolo d’apertura l’ha suonato il chitarrista ritmico Bobby Harrison, che aveva le dita un filo troppo dure per imitare alla perfezione gli assoli di Dave Gilmour. Già dall’aspetto e dai movimenti sul palco si vedeva che è un ‘metallaro’ e non proprio una scelta ‘naturale’ per compiti di questo tipo. In compenso ha suonato in modo molto più convincente le linee di chitarra e la pedal steel di Gilmour, e se la sono cavata egregiamente anche le parti vocali, affidate al leader della band e direttore musicale Damian Darlington. Waters, alla voce e al basso, è stato sostituito in modo convincente da Ian Cattell, mentre al posto di Wright a vegliare sul regno delle tastiere c’era Rick Benbow. Una curiosità: Benbow è in realtà il tastierista ‘di riserva’ accanto a Rob Stinger, che quella sera non era sul palco. Al posto di Nick Mason, invece, dietro la batteria sedeva Arran Ahmun. I singoli membri dei Brit Floyd, certo, non assomigliano per niente a Waters, Gilmour, Wright, Mason o magari Barrett, cosa che ad alcune ‘tribute to’ band sembra importantissima, ma in compenso sono imitatori molto più azzeccati, sia come strumentisti sia come cantanti.
»Learning To Fly« ci ha riportati per un attimo negli anni Ottanta, più precisamente su »A Momentary Lapse Of Reason« (1987), album che tra i fan viene spesso snobbato e a cui i Brit Floyd hanno aggiunto dei tam tam africani per dare un tocco ritmico in più. Li ha suonati il polistrumentista Carl Brundson, che nel corso della serata, tra un pezzo e l’altro, ha coperto le parti di sax originali di Dick Parry e ogni tanto ha suonato anche percussioni, chitarra acustica e tastiere. In alcuni brani gli facevano compagnia anche le tre coriste, Emily Jollands, Jacquie Williams e Ola Bienkowska, che hanno fatto il loro lavoro alla grande, e nessuno si è fatto problemi per il fatto che i Pink Floyd sul palco avessero una corista in più. I Brit Floyd, comunque, ne hanno ‘a casa’ in riserva altre due. Invece dell’indiano che si trasforma in aquila, durante l’animazione di »Learning To Fly« abbiamo visto il volo di un deltaplanista, una delle poche piccole deviazioni dai concept visivi originali.
La scaletta di quella sera non poteva essere migliore e potrebbe essere un bel modello persino per gli stessi Pink Floyd. I Brit Floyd ci hanno infilato, oltre ai classici di rito che non possono mai mancare a nessun concerto dei Pink Floyd, cioè »Another Brick In The Wall Part 2«, »Wish You Were Here«, »Comfortably Numb«« e i quattro standard più amati di »Dark Side Of The Moon« (1973), anche alcune sorprese graditissime, che non ci si sarebbe aspettati per scontato. In pratica con i brani hanno toccato quasi tutte le fasi della carriera dei Pink Floyd, anche se i fan del primo periodo psichedelico non hanno proprio avuto di che rifarsi. Di quell’epoca hanno suonato solo »See Emily Play«, un pop-rocker psichedelico breve ma dolce del 1967, tra l’altro il secondo singolo dei Pink Floyd in carriera, in cui cantava ancora Syd Barrett. Anche se i Brit Floyd sono stati più convincenti sui pezzi del periodo ‘classico’ dei Pink Floyd (anni Settanta), anche questa breve incursione psichedelica l’hanno portata a casa alla grande. Come animazione è servito il capriolare scatenato di una ragazza gotica di umore stravagante in mezzo a un bosco.
Poi i Brit Floyd hanno deciso di atterrare su »Dark Side Of The Moon« ed ecco due esecuzioni eccellenti di altrettanti classici di quel capolavoro, »Money« e »Us And Them«, sostenute sullo sfondo da animazioni di critica sociale azzeccatissime. »The Happiest Days Of Our Lives« e »Another Brick In The Wall Part 2«, su cui il pubblico, soprattutto i più giovani per cui era l’unico pezzo dei Pink Floyd che conoscevano (speriamo che in sala non ce ne fossero molti), è esploso in un’estasi totale, erano ovviamente attesissime, anche se non così presto, nella prima parte del concerto. L’indimenticabile e malinconica chiusura di »The Divison Bell«, »High Hopes«, durante la quale è stato proiettato il video originale con le bandiere, la campana della chiesa e una persona accanto a un’auto, persa nella nostalgia, è stata una delle sorprese più grosse della serata. È stato bello sentire anche »Pigs (Three Different)«, un altro grande classico di critica sociale di Waters, il che vuol dire che per un po’ hanno toccato anche l’album cult »Animals« (1977). Il maiale volante gonfiabile stavolta non è comparso in sala, ma in compenso è apparso per tutto il tempo sullo sfondo, nella proiezione animata, con gli occhi accesi e le zanne ricurve. Dopo »Pigs« Damian Darlington, che la sua esperienza da ‘tribute to’ dei Pink Floyd l’ha accumulata per ben 17 anni nella sua precedente band, gli Australian Pink Floyd, ha annunciato una pausa di venti minuti, niente di strano, visto che una pratica simile la usavano ai loro tempi anche gli stessi Pink Floyd, nei concerti da più di tre ore.
La pausa di venti minuti è diventata di mezz’ora, ma nessuno in sala ha fatto troppe storie, tanto i Brit Floyd in quel tempo hanno fatto il pieno di energie per la seconda parte del concerto, quasi più impegnativa. Per ‘scaldarsi’ sono tornati nel lontano passato, più precisamente all’album »Meddle« (1971), e hanno suonato con sicurezza e una precisione eccezionale il super-epic prog di oltre venti minuti »Echoes«, che con la sua natura ambient variabile e i numerosi cambi di tempo per tanti in sala è stata l’esecuzione più attesa di tutta la serata. Poi, più o meno come previsto, sono tornati a »Dark Side Of The Moon« e hanno suonato una versione eccezionale di »Time« e una ancora migliore di »The Great Gig In The Sky«, nel mezzo della quale la cantante Ola Bienkowska ha lasciato a bocca aperta tutta la sala con la sua fantastica performance vocale (senza parole). Ha dimostrato di avvicinarsi molto alla prova originale di Clare Torry. Su »Have a Cigar« hanno di nuovo entusiasmato con una fedeltà estrema all’originale, mentre »Wish You Were Here«, dove Darlington, che si vedeva si stesse divertendo un mondo con la chitarra acustica, si è ritrovato di nuovo nei panni di Gilmour, è stata eseguita in modo particolarmente convincente. Il titolo di più grande sorpresa della serata è andato più o meno a »One Of These Days«, classico strumentale di »Meddle« (se non contiamo l’improvvisazione vocale distorta), su cui sono emerse in modo particolare le doti strumentali dei singoli membri dei Brit Floyd nel copiare con coerenza la struttura originale di questo complesso evergreen.
Dopo la breve pausa Damian e la sua banda hanno annunciato l’esecuzione di quasi tutta la seconda metà del doppio capolavoro concettuale »The Wall« (1979), in cui hanno copiato con tutti i mezzi a disposizione la scenografia che Roger Waters usa nei suoi attuali concerti solisti. Così, per esempio, Ian Cattell, che ‘interpretava’ Roger Waters, durante »Nobody Home« si è ritrovato su un divano davanti alla tv in mezzo a una finta camera d’albergo, mentre durante »Comfortably Numb«, come da pronostico un altro dei picchi della serata, soprattutto per la riuscita imitazione dell’iconico assolo di chitarra di Gilmour, vestito da dottore ha fatto un’iniezione di calmanti a un ‘Pink’ catatonico steso sul divano. Nel frattempo ci hanno incantati proiezioni animate generate al computer, che in modo innovativo seguivano l’eredità visiva del film cult »The Wall«, con tanto di insegnante, madre e moglie. Come bis hanno suonato, come previsto, il vivace hit »Run Like Hell«, durante il quale Cattell si è messo una giacca di pelle e degli occhiali da sole, con cui nello stile dell’iconografia di Waters ha cercato di creare il personaggio di un dittatore tirannico (ricordava molto di più Albert Wesker, il cattivo principale della serie di horror fantascientifici Resident Evil), e insieme ai suoi compagni ha creato un’ultima volta un’atmosfera indimenticabile, che ha commosso visibilmente la maggior parte del pubblico.
I Brit Floyd hanno confezionato un concerto splendido, simulando i loro grandi idoli come meglio non si poteva e, con la loro sicurezza, il loro affiatamento e un’eccezionale chimica sul palco tra i singoli membri, hanno soddisfatto, se non proprio entusiasmato, tutti in sala, perfino i più pignoli. Il pubblico, in estasi, anche molto dopo che i Brit Floyd avevano salutato il palco, chiedeva un altro bis, ma dopo tre ore il concerto è finito senza appello. I Brit Floyd, insomma, si sono meritati fino in fondo la fama di miglior sostituto live possibile dei Pink Floyd in questo momento. È bello che questo concerto abbia suscitato tanto interesse tra la gente. Sarebbe bello, però, se gli sloveni mostrassero lo stesso entusiasmo di massa che sfoderano ogni volta che qualcosa sa di Pink Floyd anche verso i loro colleghi musicali, soprattutto prog, che il pane concertistico guadagnato a fatica se lo vanno ancora a prendere nel resto dell’Europa centrale, occidentale e orientale e che, quando vengono dalle nostre parti, di solito arrivano al massimo a Trieste.
Scaletta
1.Introductory Medley
2.Shine On You Crazy Diamond (Parts I-V)
3.Learning to Fly
4.See Emily Play
5.Money
6.Us and Them
7.The Happiest Days of Our Lives
8.Another Brick in the Wall Part 2
9.High Hopes
10.Pigs (Three Different Ones)
11.Echoes
12.Time
13.The Great Gig in the Sky
14.Have a Cigar
15.Wish You Were Here
16.One of These Days
17.Hey You
18.Is There Anybody Out There?
19.Nobody Home
20.Vera
21.Bring the Boys Back Home
22.Comfortably Numb
bis:
23.Run Like Hell
Galleria fotografica




































