I portatori d’acciaio fanno di nuovo piazza pulita della gioventù lubianese
Foto: Nina Grad
Luogo: Gala Hala
Data del concerto: 09.10.2012
Pubblico: tutto esaurito
Prezzo del biglietto: 20 €
Il fiore pagano della gioventù slovena è tornato da poco a ballare la sua danza del piacere: dopo le tante incursioni vichinghe e i riti panslavi e miscredenti a Metelkova, era arrivato il momento di una nuova invasione, stavolta di Finlandesi con l’elmetto in testa e la guerra nel sangue. Gli Ensiferum sono i portabandiera del folkoid heroic metal finlandese, qualunque cosa voglia dire, e nell’ambito del loro tour europeo autocelebrativo intitolato Bearers Of The Sword (Ensiferum in latino significa proprio questo) dopo una pausa di qualche anno hanno spiegato di nuovo gli stendardi di battaglia, sfoderando gli attributi fondamentali per cui gli intenditori di folk metal e pagan li annoverano tra i portabandiera più influenti di un genere ormai un po’ abusato.
Dopo il boom metallaro del millennio, che ha contagiato la comunità metal più progressista con suoni di cornamuse, violini, flauti e canti da sbronza piuttosto monotoni e saghe sulle grandi imprese dei bis-bis-bis-bis-bisnonni, è rimasto ben poco che non sia già stato messo in versi e urlato tra saltellanti seghe da festa; ma è anche vero che certe cose alle masse semplicemente non vengono a noia. La prova era anche lo spettacolo delle tenute da battaglia di ragazzi e ragazze davvero da ogni angolo. Oltre ai brutalisti nostrani e agli appassionati incalliti di metal a tinte vichinghe c’erano anche rappresentanti di tribù dall’Italia e dalla Croazia, e tutti avevano una cosa in comune – righe nere tracciate con la matita della mamma; al posto delle pitture emo, stavolta quasi tutti sembravano un raduno di tifosi di football americano, solo che al posto delle maglie sportive c’erano felpe e magliette abbellite con le facce di Amon Amarth, Ensiferum ed Eliuveitie. Cosa aspettarsi dunque dalla serata? Era la domanda con cui un ignaro passante poteva scervellarsi.
Il fatto che non tutto sia uguale quando arriva col freddo vento del nord dalle terre nordiche l’ha confermato, davanti a una Gala bella piena, già la prima band di supporto, Profane Omen. Invece delle saghe su un passato possente, questi demolitori finlandesi del groove metal si nutrono di temi più recenti; in una storia lunga tredici anni, dopo due demo underground molto apprezzati e tre taglienti proiettili thrasheggianti di metal pantera-izzato, nel 2006 si sono incoronati con il titolo di miglior novità finlandese almeno per quanto riguarda il metal, e già dopo l’opener Base dall’eccezionale album Inherit The Void non c’era ben poco da tenere in serbo. L’unità da sbarco, composta dal duo di chitarre, assassini a sei corde Williami Kurki e Anti Kokkonen (quest’ultimo ricorda parecchio una versione più pericolosa del chitarrista dei NOFX Eric Melvin), dal bassista Antti Seroff, dall’eccezionale brillante dietro pelli e piatti Samuli Mikkonen e dallo sbalorditivo cantante, urlatore e intrattenitore dalle mille sfaccettature Jules Näveri, è affilata come la punta di un pugnale infernale, e di una musica così andrebbero fieri sia il compianto Dimebag sia la cavalleria al seguito della divina Pantera. Sfumature di sensualità più heavy metal su una miscela ad alto numero di ottani di kerosene e propano il quintetto le serve già nella prelibatezza successiva dall’album Destroy, e quando dalle casse rimbombano i ritmi raffinati e i riff quasi barocchi e pacchiani di Wastehead, anche le prime linee di battaglia del tempio lubianese della cultura urbana si mettono in moto con più decisione. Di ottimo umore, i membri del commando sul palco si scambiano occhiate col pubblico, e dopo l’eccezionale cannoneggiamento di Predator, nell’abbraccio infernalmente dolce dei denti, si scioglie definitivamente anche la mia anima, di solito piuttosto riservata. Come ricevere una dose di Lamb Of God di giocosità eccezionale e leggera brama distruttiva di dominio, mentre il momento da ballad del brano thrashizzato Pit Of My Thoughts riporta le passioni in una sfera di controllo più facile. La doccia un po’ più fredda nel mezzo, a metrica rallentata, per fortuna riparte di nuovo a tutta con il colpo brutale di God In The Bottle, e i Profane Omen, con un martello da dieci tonnellate, incidono con precisione chirurgica l’atmosfera un po’ sonnolenta della folla ipnotizzata dalla ballad. L’eccezionale sintesi di death metal, groove, tempi nu-metal, aggressività e grande esecuzione sfocia in amore al primo ascolto. Bound To Strive è un caso da manuale di come la melodia non uccida sempre la forza demoniaca della bestia metallica, schizofrenica ma comunque bella. I Profane Omen passano con sensibilità da decenni di heavy a momenti più familiari degli anni Novanta, quando sul palco dominavano lo swing, l’adrenalina e la libido d’acciaio del grande Phil e dei tipi grossi del Texas, e il gran finale è stato il culmine del disco Beaten Into Submission – il brano Painbox, così sporco e sexy che puzza proprio! I Profane Omen sul palco se la sono cavata da padroni e hanno dato tanta energia come se suonassero davanti a un palazzetto sold out, nonostante la maggior parte del pubblico avesse evidentemente deciso di conservare le forze per le star della serata. Che tipico e prevedibile! Ai ragazzi della band, e soprattutto all’oratore straordinariamente comunicativo e dall’eccezionale estensione vocale, il cantante Jules, che oltre ai Profane Omen si guadagna il pane anche negli Enemy Of The Sun e in passato ha fatto la sua corvée nei Misery Inc., va senza dubbio il merito di un concerto di qualità eccezionale e suonato con vero sentimento!
Dopo qualche minuto di pausa per soddisfare tutte le esigenze organiche e inorganiche, dopo l’aspra acquavite assaggiata come aperitivo della serata è arrivato il momento di qualcosa di più morbido. Gli Amoral sono una band che dal 1997, quando arava il terreno con thrash e death metal, ha scelto di passare a una versione sfigatella ma discretamente rodata di power heavy metal, che però, nonostante i riff un po’ più tecnicamente ferrati e le chitarre progressivamente farcite, non suona come una pallida copia di Dream Theatre, King’s X o Helloween, come succede fin troppo spesso. Il quintetto di Helsinki si nutre del genio del membro fondatore e straordinario tecnico Ben Varon, a cui fanno da validi contraltari il collega Masi Hukari alle sei corde e Pekka Johansson alle cinque; dietro le pelli suda convincente Juhana Karlsson, mentre il podio centrale resta dominio dell’eccezionale e ancora una volta molto talentuoso intrattenitore e cantante Ari Koivunen. Dopo il brano Mute dall’album Reptile Ride i ragazzi si rilassano completamente e, senza troppo peso delle aspettative del pubblico, aprono ancora di più le valvole con Hours Of Simplicity, che con la sua metrica e i suoi schemi vecchi di trent’anni ammazza un po’ almeno la mia libido da godereccio, anche se tutti gli amanti degli Ugly Kid Joe e delle band per cui i petti femminili tremavano, per non essere crudele, vent’anni fa, si scioglierebbero ascoltandola. Boh, ogni orecchio ha il suo pittore, ma che i ragazzi abbiano parecchie ambizioni da DT lo mostra il preludio di chitarra di Exit, sul quale anche la gioventù slovena passa a un sognante dondolio. Exit non è certo un brano da circle pit di distruzione, perciò la potenza dei colpi si sentiva solo nelle prime tre file, di casi gravi di erezione incurabile ce n’erano pochi, e sulla stessa falsariga tira avanti anche Release; dopo il brano tecnicamente piuttosto ambizioso ma poco convincente (Won’t Go) Home mi viene quasi voglia che i ragazzi ci ripensino e passino a qualcosa di più concreto. Dopo il pezzettino da posa Wrapped In Barbwire è chiaro che a rosicchiarmi il cervellino, al posto del morso di un grizzly, è stato un orsetto Haribo che al mattino si stiracchia sugli Europe e altre seghe mentali. Dopo qualche altra sofferenza arriviamo anche al momento del brano dall’impostazione più epica, Beneath, che suona come l’ouverture alla storia d’amore di Frodo e del suo amico Sam; perciò, prima del finale di un concerto per il resto suonato bene, che i ragazzi hanno evidentemente dedicato solo a qualche smidollato italiano amante del metal zuccherato, preferisco riempirmi i polmoni con il fresco ottobrino davanti alla Gala.
Fuori dalla porta, sorpresa! Il concerto era completamente sold out e non erano rimasti biglietti nemmeno per quei pochi sfortunati che si erano consolati pensando che ci fosse ancora tempo più che sufficiente per comprarli. Il successo pieno degli organizzatori mi metteva però un po’ d’ansia, visto che davanti alla porta, nell’aria irrespirabile della Gala, pullulavano i fan della portata principale della serata. Io speravo che il gran finale fosse all’altezza delle attese, ma con sane riserve e un’assicurazione contro la delusione totale. La sala scoppiava e, quasi all’ingresso, mi sono fermato davanti a un muro vivente di folla sterminata, caduta in trance già durante l’intro strumentale di Symbols, che, come sull’ultimo disco Unsung Heroes, dopo l’arrivo eroico dei Finlandesi agghindati con colori di guerra si riversa in una stampede piuttosto prevedibile di polka metal e fiabe eroiche. La formazione degli Ensiferum, composta dopo numerosi cambi da Petri Lindroos, chitarrista e urlatore, Semi Hinkka, bassista dalla gola soave, Emmi Silvennoinen, tastierista nascosta sullo sfondo, Janne Parviainen alla batteria e Markus Toivonen, unico membro della formazione originale, evidentemente serve i tre accordi giusti, visto che su In My Sword I Trust è caduta in trance l’intera comunità lubianese. Dopo un ritornello attaccaticcio da cento gole, gli Ensiferum si sono appesi alla cintura gli scalpi della folla in un colpo solo. Alla folla non ha dato fastidio nemmeno l’intro alla Atari del brano piuttosto bizzarro e involontariamente comico Guardians Of Fate, una versione comica di Amon Amarth in accelerazione che mi mette almeno un po’ in uno stato tra riso e disperazione, visto che nel vuoto totale era difficile seguire i miei pensieri, figuriamoci quello che succedeva sul palco completamente accerchiato. I riff taglienti depilavano i polpacci delle orecchie, mentre l’atmosfera bellica delle orde barbariche sollevava lo spirito delle masse con una combinazione tagliente – melodiosa di imprese vocali davvero eroiche di un bizzarro coro, e al tempo stesso uccideva la mia voglia di vivere. Il brano From Afar dall’omonimo album conferma il sospetto che negli Ensiferum tutto suoni uguale – pacchiano, pretenzioso, gonfiato e così infernalmente monotono che devo applaudire tutti quelli che, oltre a tutti i testi, sono riusciti a ricordarsi quando finiva il pezzo precedente e iniziava quello nuovo, visto che io a fatica distinguevo il culo dalla testa; ad ogni modo, ogni esperienza serve a qualcosa. Il legame tra le star della serata e il pubblico era davvero forte e indissolubile, e questo ha fatto capire che i vincitori della battaglia di talenti di stavolta hanno falciato con le loro lame tutta la nidiata eretica dei dubbiosi insubordinati. Resto comunque dell’idea che vadano ammirati tutti quelli che in cinque album dicono le stesse cose e per giunta non si discostano dal canone di base nemmeno tra il primo e l’ultimo brano. Forse mi sbaglio, ma la differenza tra l’esordio Ensiferum del 2001, il disco uscito tre anni dopo, Iron, il terzo »brillante« Victory Songs o l’album From Afar e il gran finale dal disco uscito quest’anno, Unsung Heroes, è minima, se non nulla. Come ascoltare i Mötörhead, solo che con loro mi diverto, mentre con queste cretinate vichinghe ormai mi rompo a morte! Eppure – chi sono io per giudicare il gusto delle masse? E il gusto della folla era ben sazio di tutti gli standard di tutti i dischi, e i gridi gutturali di piacere hanno accompagnato brani come Blood Is A Price For Glory e Iron; finita la prima parte regolare del concerto, ai tipi pigiati e alle principesse imbarbarite si è scatenato tutto di nuovo anche nei bis, come Twilight Tavern, Lai Lai Hei e, diavolo, non l’avrei mai detto, Battle Song. L’ouverture di Rossini dal William Tell è stata l’ultima ancora di salvezza per non dare di matto, e così, davanti al calpestio dell’orda surriscaldata di vichinghi balcanici e di nuovi guerrieri col latte ancora sui denti, me ne sono andato nella notte, sapendo che la serata, almeno per me, era riuscita per un terzo.
Al primo ascolto mi sono innamorato della prima band della serata, con la seconda mi sono beccato una carie da zucchero, con la terza sono quasi diventato sordo del tutto! In effetti devo ammettere che i primi due terzi, antipasto e zuppa, erano commestibili e facili da digerire, ma dopo il dolce ho dovuto bere qualcosa perché mi era venuta la diarrea. Beh, i sintomi erano più d’uno, ma è anche vero che vale la pena, in mezzo a tutto lo scandire delle masse, tenersi la propria spina dorsale e un pizzico di gusto proprio. Non lo nascondo, ma è anche vero che la serata, per molti vittoria piena e godimento, somigliava piuttosto all’usurpazione di un popolo di minoranza. Il baluardo lubianese della coscienza slava è caduto. Sono rimasti solo i resti inceneriti di stalle saccheggiate e le stamberghe sporche di un dettato ottuso di coscienza istantanea e monotona; dallo sfondo si sentiva il pianto di bambini violati e sfiniti, a cui gli invasori avevano lavato il cervello a furia di ripetizioni, e solo a pochi è riuscito, nonostante il bombardamento costante, restare sul proprio mucchio di letame e dire, a battaglia finita: »Non è tutto oro quel che luccica e non tutti quelli che portano l’acciaio sono eroi del mio altare di venerazione!«
Scaletta
PROFANE OMEN:
1. Base
2. Wastehead
3. Predator
4. Pit Of My Thoughts
5. God In A Bottle
6. Bound To Strive
7. Painbox
AMORAL:
1. Mute
2. Hours Of Simplicity
3. Exit
4. Release
5. (Won’t Go) Home
6. Wrapped In Barbwire
7. Same Difference
8. Beneath
ENSIFERUM:
- Symbols
- In My Sword I Trust
- Guardians of Fate
- From Afar
- Burning Leaves
- Pohjola
- Heathen Throne
- Blood is the Price of Glory
- One More Magic Potion
- Hero in a Dream
- Unsung Heroes
- Iron
————-bis: ————
- Twilight Tavern
- Lai Lai Hei
- Battle Song
- William Tell Overture Finale (Gioachino Rossini cover)
Galleria fotografica

























