In Flames: I, The Mask
Etichetta: Nuclear Blast
Data di uscita: 1/3/2019
Produzione: Howard Benson
Durata dell’album: 50:47 min
Per gli svedesi In Flames, oggi considerati uno dei principali portabandiera del melodic death metal, è già sorprendente che siano ancora in piedi. Nell’ultimo decennio la band ha passato cambi di formazione, ha stravolto il proprio stile, si è messa contro un bel po’ di fan e in qualche modo è riuscita a restare a galla. Del tipico melodic death metal non è rimasto granché, ma gli In Flames, pur avendo iniziato a suonare per platee più grandi, si sono comunque guadagnati un esercito di sostenitori.
Gli unici membri di lunga data, Anders Friden e Björn Gelotte, alla fine sono stati ripagati per tutti gli sforzi che a un certo punto sembravano inutili. Gli In Flames sono senza dubbio anche piuttosto imprenditivi: oggi hanno perfino un loro festival e un’infinità di altri prodotti. La musica, però, conferma che la band se la gode nella sua comfort zone. Gli In Flames hanno trovato uno stile e l’hanno rifinito. Ed è proprio quello che riflette I, The Mask. A grandi linee, oggi gli In Flames suonano un mix tra rock alternativo e melodic death metal, così il passato non l’hanno dimenticato.
L’album si apre con Voices, che mostra subito l’immagine attuale degli In Flames. Un pezzo a medio tempo, con un sacco di melodia e un ritornello potente, che fa capire che anche oggi gli In Flames sono capaci di tirare fuori un brano più che decente. Magari senza picchi, ma già con la title track gli In Flames passano a una marcia più alta e viene in mente il classico melodic death metal, ovviamente con un suono moderno. La velocità, comunque, gli In Flames non la metteranno più in primo piano, come dimostra la più melodica Call My Name. Con I Am Above, invece, provano che sanno anche picchiare un po’ più duro. Come contrappeso, già col pezzo successivo propongono la più lenta e a tratti perfino sognante Follow Me. Di varietà nel disco non ce n’è certo poca, quindi persino con gli In Flames non si riesce a prevedere tutto.
Come insieme, I, The Mask non convince fino in fondo. Però ci sono brani che tengono ancora viva la fiducia nella band. Nella seconda metà del disco lo confermano We Will Remember, che funziona come ringraziamento ai fan, la più veloce Burn e la contagiosa Deep Inside, in cui hanno usato in modo ingegnoso la scala araba. Il tutto si chiude con la lenta Stay With Me, dai toni da ballad, che parte acustica e, tra melodie e voci, porta gli In Flames a chiudere con un picco emotivo. Proprio sul finale Anders Friden conferma di essersi dato parecchio da fare col canto negli ultimi anni e di essere riuscito a migliorarlo. Rispetto ai primi lavori la differenza è lampante.
Nei testi Anders Friden resta molto personale, nel suo stile caratteristico, anche se la critica sociale è più che evidente. L’album non è concettuale, ma si concentra parecchio su cosa fa la gente sui social quando «si mette la maschera». Secondo lui, comunque, l’interpretazione dei testi spetta a chi ascolta.
Stavolta gli In Flames hanno fatto un lavoro più che solido. La domanda principale è: si può davvero rimproverare qualcosa agli In Flames? Le chitarre sono ancora un fattore forte, le melodie hanno un ruolo importante, cosa che da sempre caratterizza la band. Il chitarrista Björn Gelotte il suo mestiere lo conosce di sicuro. Manca un po’ di aggressività, cosa che si nota soprattutto nella voce. Nemmeno la sezione ritmica è debole, quindi, nel complesso, gli In Flames non calano. Quello che forse dà più fastidio è che i brani hanno una tipica struttura pop, dove conta solo il ritornello. Qui si può rimproverare agli In Flames di lavorare troppo con lo stampino.
Quando il disco gira, è chiaro che gli In Flames non hanno risparmiato sulla produzione. La band ha lavorato di nuovo con l’esperto Howard Benson, che ha ricevuto un bel po’ di premi per il suo lavoro. Le registrazioni si sono svolte a Los Angeles, il che non stupisce nemmeno più di tanto. Gli In Flames è da un pezzo che vogliono suonare più americani. Nel disco non ci sono aggiunte inutili, c’è un filo rosso e i brani sono adatti all’airplay radiofonico. Insomma, è il disco giusto per le masse, ma con dentro parecchio impegno.
I fan della prima ora questo disco non lo cagheranno nemmeno di striscio. Ma anche gli In Flames non sono più la giovane band che paga le bollette suonando nei localini. Nonostante tutte le critiche, gli In Flames in qualche modo sono rimasti a galla. Evidentemente la formula funziona e, visto il seguito che hanno, possono continuare a godersi la loro comfort zone.
7,5/10
Tracklist:
- Voices
- I, The Mask
- Call My Name
- I Am Above
- Follow Me
- (This is Our) House
- We Will Remember
- In This Life
- Burn
- Deep Inside
- All The Pain
- Stay With Me
Formazione:
Anders Friden – voce
Björn Gelotte – chitarra solista
Niclas Engelin – chitarra ritmica
Bryce Paul Newman – basso
Tanner Wayne – batteria