Inmate, il primogenito nato senza cesareo: tracciata la nuova via dell’evoluzione (2012)
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Velenje / eMCe Plac / Slovenia
Data del concerto: 30.03.2012
Numero di spettatori: 200
Prezzo del biglietto: 4 € con prenotazione (6 € il giorno del concerto)
La Slovenia – un fazzoletto di terra con appena due milioni di anime e un intero reggimento di musicisti validi, di talento ma non sempre ispirati – è un vero crogiolo di buone idee, eppure tra i nomi sul piedistallo della creatività sono pochi quelli che superano la prova del tempo. La scena metal di casa nostra non fa eccezione: di ragazzi e ragazze tosti, graffianti e devoti ai ritmi più duri ne abbiamo parecchi, solo che la maggior parte la vive come un hobby della domenica, tipo coltivare orchidee o collezionare centrini. Da adolescenti costruiscono un altare su cui sacrificherebbero tutto – tempo, anima e corpo – poi da adulti si buttano su qualcosa di più redditizio, sensato e soprattutto più “ecologico e adatto all’età”. Grazie agli dèi dell’Olimpo per le splendide eccezioni! Quando scrivo di questa cordata stiriana della valle di Šalek, di rapsodi del metal e nomadi della melodia, i Inmate, non posso ignorare che rappresentano tutto ciò che in musica un tempo mi era più vicino di oggi, ma nonostante tutto mi riempiono cuore e testa della gioia di sapere che ogni tanto saltano fuori eccezioni pronte a lavorare sodo e con dedizione per il successo, a scolpire un’idea grezza e plasmarla in qualcosa di promettente e duraturo, resistendo alle macine del tempo, alla ristrettezza di provincia e alle aspettative di un mondo che predilige la “costruttività”. Il nuovo disco del quintetto stiriano, fresco, tosto, esteticamente curato e soprattutto attesissimo, l’album Free At Last, è finalmente qui, e dopo quattro anni di impazienza lo si potrebbe ribattezzare senza fatica “here at last”, se ci concediamo un giochino.
Proprio la notizia del battesimo in grande stile a Velenje – la mia ex città, centro della mentalità del socialismo reale, del proletariato e dei grandi ideali che oggi appassiscono e si spengono con tanta ostinazione – è stata una ragione in più per occupare il centro giovanile cittadino, che da qualche anno parassita con successo, o meglio convive in simbiosi con lo sport nel cuore istantaneo della vita velenjese: la Rdeča dvorana. Accesso istantaneo a cultura, estetica, arte, musica e alcol, a un tiro di schioppo dalla caserma dei pompieri, casomai servisse spegnere passioni e aspettative troppo alte? Più che un buon viatico per partire verso l’epicentro stiriano dell’offerta creativa, l’ultimo giorno di marzo dell’apocalittico 2012!
Già il programma stava sopra la grigia media slovena fatta di mediocri e di spenti, soprattutto di insicuri: stavolta fin dall’ouverture la serata prometteva molto più di un semplice concerto – oltre alla mostra della talentuosa fotografa Tilyen Mucik, che collabora fruttuosamente con i ragazzi degli Inmate da più di due anni e che aveva occupato la “sagrestia” del mixer, accanto a una raccolta di ritratti dei membri della band i presenti potevano ammirare un bellissimo mosaico di giochi professionali di luci e ombre, mentre un piccolo spuntino ha tirato su l’umore. Prima dei festeggiati sarebbe salito sul palco anche il quintetto celjano – anzi, per essere precisi, savinjano-šaleško – devoto alle melodie metalcore, i Last Day Here; poi ci saremmo guardati un breve documentario e infine saremmo stati investiti da una ricca porzione del debutto targato Inmate. Tutto questo senza grasso superfluo, chiacchiere e cosmesi inutile aveva alzato l’asticella per una serata davvero eccezionale. Gli standard alti sono sempre una bella cosa e li avrebbe riconosciuti volentieri anche la folla di un duecento persone o poco più che si è ammassata all’ingresso dell’eMCe: piccolo, ma con un buon impianto audio e luci, e con un bancone strategicamente piazzato e sempre ben fornito.
L’ouverture è già stata fin troppo lunga, quindi mi lascio andare alla musica della serata. I minuti sono volati e il tempo ha perso ogni importanza quando sul palco sono saliti, a casa loro, i già piuttosto affermati Last Day Here. È quasi incredibile, ma dal debutto From Pieces Created sono passati un bel po’ di anni – cinque, per essere precisi – e i ragazzi sono invecchiati un pochino e maturati. Io non vado matto per le melodie ingenue e per gli standard da mal di vivere che possono saziare e nutrire le orecchie e l’anima di adolescenti poco critiche, quelle che vanno ai concerti solo per mangiarsi con gli occhi dei bei ragazzi che non hanno granché da dire, eppure: i Last Day Here sono maestri nella manipolazione e nella comunicazione col pubblico. L’equilibrio tra un basso bello grasso, ben domato da Tomi Senventer, la ritmica solida di un batterista puntuale e adatto alla musica come Saša Corse e soprattutto il dialogo discreto e leggero delle chitarre nelle mani di Uroša Boršiča e Jureta Gorjanca funziona dal vivo in modo solido e sicuro, anche se il debutto a me suonava più come un noioso mosaico di standard sentiti e risentiti mille volte. A incollare un insieme fragile e sfuggente in un proiettile compatto, per quanto sdolcinato, di emotività e magnetismo da palco ci pensa il “dio dell’erotismo” dalla voce morbida di Šoštanj (l’ho sentito dire in una chiacchierata da una ragazzina arrivata al concerto, evidentemente, in piena ovulazione …) Marko Duplišak. Se i Goo Goo Dolls hanno fissato lo standard delle belle voci pulite, aggiungeteci un po’ di Incubus in trip metalcore e, durante la piacevole corsa in terza con la mano sul freno a mano, si presenta il nucleo del debutto, con brani come l’oscura Hide, This Time e la conclusiva Saved From Falling, mentre il riempitivo dell’inizio dinamico è nuovo! Suona un po’ come gli Avanged Sevenfold, eppure… in estate esce l’attesissimo seguito del primo atto dell’epopea musicale di questo quintetto promettente del nostro lato soleggiato delle Alpi e, a giudicare almeno dalla reazione del pubblico, possiamo aspettarci vivacità e soprattutto un’accoglienza fragorosa. Un’esibizione solida, dinamica e soprattutto un po’ troppo leggera ha lasciato però le mie orecchie parecchio fredde, quindi il clou della serata è arrivato solo con il geniale documentarietto che permette al pubblico di sbirciare dietro le quinte del lavoro in studio e di sfamare la belva guardona che altrimenti nutrirebbe la sua curiosità con la stampa gossip e le voci non verificate.
Gli Inmate hanno infatti preparato un filmato di un buon quarto d’ora (o poco più) che presenta l’anima del gruppo, i suoi desideri, le sue paure, lo scheletro di ciò che gli Inmate rappresentano; su una buona impalcatura possono crescere sia i muscoli che spingono la belva più in alto e più lontano della concorrenza, sia lo spazio per i battiti succosi di un cuore che sente dolore, passione e desideri e riempie i polmoni d’aria in grado di gridare fuori tutta l’energia statica di immagini accumulate, con sicurezza, a voce alta e senza compromessi. Proprio questo mi consegna lo sbarco di durezza sonora della melodia svedese, che preferisco, condita il giusto con metalcore e brutalità, e che fa girare il chakra del cuore più veloce che durante la fiacca ouverture. Le luci si accendono di rosso, come se lo avessero bagnato col sudore sanguigno di quattro anni di gravidanza musicale. Le silhouette del duo di chitarre formato da Aleša Krofliča e Andreja Bezjaka, dopo i fischi dell’introduzione, il soffio mistico degli dèi nordici e l’intro degli Inmate, si preparano al seguito tonante della serata. Non resta indietro nemmeno il bassista Sašo Bandalo, che col batterista Juretom Grudnom prende l’iniziativa nel brano Without Warning. Sembra che nelle orecchie scivoli la poetica degli In Flames, ma senza inutile patetismo vocale! A quello pensa il dinamico frontman della band – l’indistruttibile Mike Miklavžina! “Now I stand here like a man / Thid truth is your confession / I wanna start all over again / To find compassion” è il verso che scivola nelle orecchie come manna dolce e che fa da baricentro, da asse e da linea di forza attorno a cui graviterà tutto quel che accade. Il suono compatto di chitarre ben rodate batte sul tempo l’ansia iniziale con la maniera della prima fascia. La successiva ondata di suono vorticoso richiama alla memoria gli Arch Enemy, ma al posto di Angela sul palco c’è un tornado maschile di emozioni, con un desiderio ardente e una dedizione alla causa giusta! Dopo l’promettente Written In Blood, che non lascia nulla al caso, perché oltre al suono di chitarra solido e impenetrabile, dalla succosità distorta, agli inserti granitici del basso e alla ritmica solida della doppia cassa si intrecciano nell’insieme sonoro anche armonie vocali, apportate dalla già citata prima voce degli apripista Last Day Here, il seguito è simile a una catarsi di fuoco. Overcome è uno dei momenti migliori e più riconoscibili della serata. L’intro elettronico risuona come l’eco del Big Bang nello spazio e poi gli Inmate cominciano a radere al suolo tutto ciò che hanno davanti. Piedi sui monitor, mani in aria e l’odore di sudore inonda il vuoto pneumatico dell’universo di Velenje. Ai lati, le scritte col nome della band sono come uno strumento di ulteriore indottrinamento a cui nessuno riuscirà a sfuggire! Forse si sono calati nel mosh pit e nella gola della folla, presto, magari già alle prossime manifestazioni, tuonerà con sicurezza il grido di battaglia del ritornello: “This is not the end!/ You have to fight! / You have to scream! / You have to resist! / You have to overcome!”. Non offre meno la melodica e satura Healing, che soddisfa tutti gli standard tecnici e le aspettative, ma io l’estasi in piedi l’ho vissuta davanti a un’onda davvero solida e devastante di esplosione di piacere (spero che la Orbit non mi denunci …) con il brano Fire, Walk With Me! Gli Inmate in questi anni sono maturati e sbocciati nel fiore più bello della nostra scena. Sono diventati una delle orchidee nere più preziose nell’incubatrice delle idee più genuine di casa nostra: al posto di miele e polline, che a molti può dare la nausea o far abbuffare più del dovuto, sui petali induriti scorre il succo di cherosene e napalm altamente reattivi. Col ritmo militaresco del brano Angels arriviamo a metà di una serata ricca, mentre un po’ più di dolcezza sulle ferite aperte nelle prime linee di combattimento la strofina l’infernale Promises e credetemi – quando gli Inmate hanno promesso di dare il massimo, la parola l’hanno mantenuta maledettamente bene. Non c’è tempo per i salamelecchi e, a parte i saluti cordiali e incoraggianti al pubblico, mi è rimasto impresso che Mike non si perde in dialoghi inutili: gli Inmate agiscono come un tutt’uno, paragonabile più di ogni altra cosa a un rullo compressore in missione di guerra, cinque guerrieri del frastuono vestiti di nero, sotto la bacchetta di un generale energico nel vivo del vortice, con Mike addobbato di fasce rosse sulle maniche, che premono a tutta e senza pietà. Il gioco di chitarre di entrambi gli strumenti diventa, nella sua succosità organica, una vera necessità per mantenere le funzioni vitali di base. Inexorable Path inonda i confini con la ritmica davvero eccezionale del brano Lost In Words, e sotto gli strati di fracasso c’è sempre abbastanza morbidezza e bellezza. Gli Inmate sono maestri nel giocare con gli standard, e l’abito finale è tagliato perfettamente sul loro profilo melodico davvero inconfondibile. Out Of Darkness è la parte più sensuale di un set davvero eccezionale; tra i battiti del cuore le mani scattano in aria e il pubblico respira, pulsa e ondeggia al ritmo di un finale più che gustoso di una serata eccezionale. L’incisività non si smussa, la forza dei colpi non cala né si indebolisce. Sul palco si unisce Marko, che canta nel microfono le sue linee melodiose, e gli Inmate a modo loro rafforzano l’effetto degli eccezionali tedeschi Raunchy e Caliban, incidendo a lettere cubitali il proprio nome nel cervelletto e nella coscienza. Dopo l’ultimo sfumare della statica della natura e dell’organicità resta solo il tempo del commiato, un grande applauso e standing ovation, e aggiungere altro sarebbe, a essere sinceri, superfluo. Il gran finale porta la sorpresa della serata. I Kaoz sono stati a lungo la pietra angolare più dura della scena metal di Velenje e dopo un decennio di attività intensa e rumorosa hanno insediato il nome Kaoz come sinonimo di qualità thrash e di sincerità metal. Il brano Try Me Punk, come omaggio ai giganti di Velenje, ha portato il gran finale della serata. Accanto ai giovani talenti sale sul palco un veterano del metal sloveno, Dejan Đorđević – Đoko. “Try me punk, get ready for chaos / Try me punk Let madness run through your veins / I am not insane / You are not insane / We are not insane /madness runs through all our veins” tuona sotto le volte del MC e la folla di cento teste sostiene con le gole il suono che esce dalle casse. Il metal in forma smagliante e con i controfiocchi diventa un ricordo del passato. Il presente e il futuro si aprono la strada, mano nella mano con il passato, ancora più in profondità nei cuori della gioventù moderna, e i veterani di un tempo si asciugano forse qualche lacrima e, con la consapevolezza che una volta era diverso e magari perfino meglio, chiudono la serata del venerdì con un retrogusto di sentimentalismo, ma di certo non di rimpianto. Free At Last è stato lanciato, e con esso verso gli oceani della coscienza globale, oltre all’equipaggio di cinque uomini della corazzata Inmate, si dirige anche una folla di fedeli appena conquistati.
La melodia non ha ceduto di un millimetro in termini di durezza e rettitudine. Il retrogusto di leggerezza thrash dei Lazarus A.D. è del tutto naturale, perché l’evoluzione degli artisti da palco Inmate ha battuto numerose strade di alta qualità e per nulla molli, miei cari! La chimica del quintetto è eccezionale e, nonostante un suono a tratti soffocato dalla sala stracolma del pienissimo MC di Velenje, quel che si è sentito ha soddisfatto ogni aspettativa, e la curiosità ha lasciato il posto alla fede nei miracoli. Il primogenito Free At Last è accompagnato da salve di lodi, estetica e dalla promessa che i seguiti saranno sempre più belli e migliori. Dopo aver provato gli Inmate potrete confermare che, dopo una corsa a tutto gas, si fa fatica a staccare il piede dall’acceleratore, e dai ragazzi non ci si poteva aspettare niente di meno. Gli Inmate sono infatti la realizzazione di tutti i desideri finora taciuti e rappresentano una minaccia concreta per tutti i mezzi artisti e i poser smidollati – ed è giusto che li temano! Dopo quel che si è sentito è infatti arrivato il momento di una selezione radicale e di una ripulita di quelle sfere della musica che non potranno più permettersi stronzate e mancanza di idee! Grazie agli dèi dell’Olimpo! Amen!
Scaletta
LAST DAY HERE:
1. ‘till It Ends
2. Second Time Waiting
3. Hide
4. Believe
5. Made Mistakes
6. Against the Wall
7. This Time
8. How I Wanted
9. hope
10. Someone Else
11. This Life Of Yours
12. Saved From Falling
INMATE:
Outmate (documentario sulla realizzazione di Free at last)
1. Inmate
2. Without Warning
3. Written In Blood
4. Overcome
5. Healing
6. Fire, Walk With Me
7. Angels
8. Promises
9. Victorious
10. Inexorable Path
11. Lost In Words
12. Out Of The Darkness
13. Try me punk (cover dei Kaoz)
14. Free At Last
Galleria fotografica





























