Inside
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Eloy
Etichetta: EMI Records
Uscita: 1973
Voto: 3.5/5
Con il secondo album, “Inside”, gli Eloy cambiano rotta sonora e si tuffano nel mondo multidimensionale dello space rock, lasciandosi alle spalle gran parte del sound hard/blues rock che permeava l’omonimo debutto. È anche il primo disco in cui a prendere in mano il microfono è il chitarrista e boss della band Frank Bornemann, che da allora non ha più mollato il ruolo di cantante principale, nonostante ancora oggi alcuni fan del prog rock non vadano matti per il suo timbro e lo indichino come il motivo principale per cui gli Eloy non sono mai riusciti a conquistargli il cuore. Frank si è ritrovato alla voce dopo la rottura con il cantante originale Erich Schriever, con cui si era separato per via di direzioni sonore diverse e delle convinzioni politiche radicali di sinistra di Erich. Quest’ultimo era sì un cantante tecnicamente molto migliore di Frank, ma secondo me non si sarebbe trovato granché a suo agio nel nuovo corso sonoro della band, dove da un album all’altro si sentiva sempre meno l’influenza del blues, anche nell’approccio chitarristico di Bornemann. Anche se il suo marcato accento tedesco dà fastidio a parecchia gente ed è considerato il loro difetto principale, a me personalmente non disturba: è abbastanza particolare, in produzione non sta mai in primo piano e, oltretutto, è una delle loro firme più riconoscibili. Inoltre, da “Inside” in poi hanno puntato sempre più su lunghe sezioni strumentali che sulle armonie vocali, con cui poi in seguito hanno sperimentato parecchio, cercando di arricchirle. D’altra parte, di rado una band rock (prog) tedesca di quel periodo poteva vantare voci smaglianti, figuriamoci un accento anglosassone corretto. I testi ingenui di sinistra del debutto, in gran parte figli del loro tempo, per fortuna sono spariti, lasciando il posto soprattutto a tematiche fantascientifiche, che si sposavano bene con la nuova direzione sonora e con l’atmosfera più cupa.
La differenza sonora più importante rispetto al debutto sta soprattutto nel fatto che stavolta la chitarra di Frank, con i suoi tipici assoli bluesy e i riff secchi e potenti, sta decisamente meno in primo piano, anche se resta un elemento importante nei passaggi più incisivi. Il sound hard rock quindi è tutt’altro che sparito e la maggior parte dei cambi di tempo è ancora intrisa di un mix di riff di chitarra taglienti, ritmo saltellante e organi rombanti. In compenso sono spariti molti dei motivi blues rock del debutto, sostituiti da sezioni strumentali più lunghe, spesso dalle tinte psichedeliche e imprevedibili, con più spazio per gli organi di Wiezorck (altre tastiere su questo album non le usava), che spesso creano un’atmosfera mistica. Il batterista originale Helmut Draht è stato sostituito con successo da Fritz Randow, che negli anni successivi si sarebbe fatto un nome anche nel mondo dell’heavy metal, come membro di Victory, Saxon e Sinner. Il miglioramento alla batteria è evidente, e i passaggi massicci di Fritz, senza risparmiare sui piatti, sono una delle principali fonti dell’impatto travolgente che soffia su certe sezioni. Se sul debutto pesavano soprattutto band hard/art rock come Uriah Heep o Deep Purple, qui si nota anche una bella influenza dei Pink Floyd, che si farà sentire sempre di più a ogni album successivo, e in certi punti anche dei Jethro Tull.
“Land Of No Body”, più di 17 minuti, è il loro primo lungo epos space rock, con una marea di cambi di tempo imprevedibili e sezioni energiche tra ritmica, organo e chitarra. Dopo l’intro cupo con un riff di chitarra che suona parecchio alla Black Sabbath, entrano a sorpresa gli organi, che aumentano ancora il clima plumbeo di un mondo senza anima, devastato da una catastrofe nucleare. Segue un passaggio drammatico su batteria saltellante e un basso potente ma elegante, poi un riff di chitarra infuocato, in cui si sente chiaramente la loro influenza (ovviamente ignorata dalla maggior parte degli ascoltatori) sullo sviluppo dell’heavy metal. Le parti speziate di hammond e chitarra tengono la tensione alta per tutto il tempo. L’effetto space rock però esplode davvero in una sezione strumentale eccellente, con tante passate drammatiche di organo, accompagnate sullo sfondo dalle linee imponenti del basso di Stöcker. Le trame d’organo di Wieczorke sono in primo luogo le “colpevoli” di tanti suoni oscuri e psichedelici e, di conseguenza, dell’atmosfera cupa e apocalittica. Nella sezione centrale arriva un crescendo drammatico di organo e batteria saltellante, più un grande assolo sulla chitarra di Frank. Quest’ultimo stavolta sorprende anche a livello vocale, perché canta alcune linee altissime e strillate, che affondano le radici in certi pezzi di Uriah Heep e Deep Purple e che in seguito sarebbero diventate uno degli elementi importanti dell’heavy metal. La sezione finale, con intervalli malinconici tra organo, ritmo saltellante e riff di chitarra, richiama in modo incredibile un motivo del classico degli Iron Maiden “Phantom Of The Opera”. Anche se dubito parecchio che questi ultimi abbiano mai sentito nominare gli Eloy, nonostante la comprovata simpatia del loro boss per il prog rock, la somiglianza è quasi impressionante. Un motivo malinconico-drammatico simile, tra l’altro, l’hanno usato anche i Camel in uno dei loro primi lavori. La durata non è mai garanzia di riuscita, nemmeno nel mondo del prog rock, ma secondo me questo è senza dubbio il pezzo migliore del disco.
Segue la title track “Inside”, che si apre con colpi di campane e una splendida melodia malinconica di chitarra acustica. Dopo questa intro romantica e psichedelica, entrano di colpo strati di organo quasi “indemoniati” che, come una bolla di sapone, spazzano via la romantica atmosfera in un istante e creano un clima quasi da brividi. Qui si sente come Wieczorke all’organo sia migliorato più che evidentemente rispetto al debutto, mentre il talento chitarristico di Frank non è mai stato in discussione, e anche stavolta non risparmia riff e assoli melodrammatici. L’ingresso di un ottimo riff di chitarra malinconico, accompagnato sullo sfondo da una chitarra ritmica aggiuntiva, è una vera goduria per le orecchie. Segue un passaggio infuocato con parti di chitarra energiche che si fondono con gli organi. Anche la voce malinconica fa bene il suo lavoro di narratore della storia dell’eterna aspirazione dell’uomo a innalzarsi verso le stelle e a staccarsi dai legami terrestri. I singoli cambi di tempo riescono davvero a creare l’atmosfera futuristica di qualcuno che si è perso nella grigia quotidianità robotizzata degli esseri umani.
Se fino a questo punto il disco suonava relativamente originale, su “Future City”, soprattutto nell’intro e nella sezione finale, si sente un’influenza più che evidente dei Jethro Tull, in particolare del loro amatissimo e allora attualissimo album “Aqualung” (1971). Non lo confermano solo il ritmo cupo dell’intro e gli effetti oscuri sulle percussioni, ma anche la voce di Frank, che qui prova più che palesemente (senza successo, ovviamente) a centrare il timbro di Ian Anderson. I numerosi passaggi tra sezioni elettriche e acustiche creano un buon equilibrio tra drammaticità e sognante lentezza. Nella sezione centrale c’è anche un ottimo pezzo strumentale dal sapore latino su percussioni e tamburi “sciamanici”, più un grande assolo di chitarra con un uso evidente del wah-wah. Dopo il crescendo drammatico sulle percussioni psichedeliche rientra quel motivo folk rock oscuro dell’inizio, con un riff sporco e Frank nel “ruolo” di Ian Anderson, che però canta comunque troppo col naso per riuscire a centrare l’unico timbro da “trovatore”. Comunque un esperimento piuttosto divertente, che non molte band hanno osato affrontare; magari con l’aggiunta di un flauto sarebbe riuscito almeno in parte.
La conclusiva “Up And Down” contiene un’intro dalle tinte psichedeliche su organi rombanti, tanti effetti psichedelici e passaggi imponenti di chitarra, inizialmente accompagnati da un ritmo lento e tranquillo, finché con il primo cambio di tempo entra un motivo epico-drammatico. Frank qui canta di nuovo con un altro timbro (è più che evidente che non era ancora riuscito a decidere in che modo cantare, visto che era ben consapevole dei suoi limiti vocali), che comunque si inserisce bene tra le ondate space rock e le parti energiche con intervalli tra chitarra e organo. Il pezzo diventa davvero interessante con l’ingresso di un ottimo motivo con batteria saltellante e chitarra, a cui si aggiunge anche un suono solenne di organo. Segue un crescendo ritmico epico su batteria, basso e organo, che insieme ricreano ancora l’atmosfera futuristica. A un certo punto entra anche una voce narrante che, per via del forte accento tedesco, suona piuttosto incomprensibile. La sezione finale, con passaggi infuocati di organo che Wieczorke fa passare attraverso un effetto speciale che crea un suono echeggiante, e una marcia su batteria saltellante, porta la composizione al suo brusco finale.
Con “Inside” gli Eloy sono migliorati sotto ogni aspetto e hanno mostrato molta più originalità sonora e imprevedibilità rispetto al debutto hard rock. L’album ha sempre un ottimo flusso e sezioni complesse con il giusto equilibrio tra impatto e sogno. Allo stesso tempo riesce anche a creare un’atmosfera futuristica, da sempre fondamentale per un buon space rock. Anche se ci sono solo quattro composizioni, sono tutte molto buone, e la più lunga è una delle loro migliori in assoluto; e anche se sono arrivati album parecchio migliori di “Inside”, questo è senza dubbio il loro album più importante, quello che li ha catapultati da oscuri ragazzini dell’art/hard rock tra i migliori rappresentanti del progressive rock tedesco. Il signor Bornemann da allora non ha fatto altro che affinare le sue visioni di viaggi spaziali verso galassie sconosciute e di città mistiche ai confini dell’immaginabile. E la sua voce dialettale, per quanto possa suonare controversa a qualche anglofilo, è sempre servita bene a raccontare concetti di fantascienza e a fare da elemento distintivo della band, tanto che poi nessuno ha più potuto bollarli a torto come una specie di Pink Floyd o Yes tedeschi.
Formazione
Frank Bornemann – voce, chitarra, percussioni
Wolfgang Stöcker – basso
Manfred Wieczorke – organo, percussioni, cori
Fritz Randow – batteria, percussioni, chitarra acustica, flauto
Produzione
Eloy
Tracklist
1. Land Of No body (17:14)
2. Inside (6:35)
3. Future City (5:35)
4. Up And Down (8:23)
Bonus track della ristampa:
5. Daybreak (3:39)
6. On the road (2:30)
Durata album: 43:07