Iron Maiden – Inferno a Belgrado

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Luogo: Beogradski sajam / Belgrado / Serbia
Data del concerto: 13.03.2007
Numero di spettatori: 12000
Prezzo del biglietto: 3000 Din – 5000 Din

Iron Maiden. Ultimamente se ne parla e se ne scrive in lungo e in largo. Evidentemente il mondo ha una fame bestiale di un nome grosso sul trono del metal, soprattutto dopo il pietoso (auto)crollo dei Metallica giù dal piedistallo! Per fortuna il nome Iron Maiden è quello che il titolo di sovrano se lo merita senza discussioni. Si attengono alle regole scritte dai grandi come un ubriaco si aggrappa alla staccionata. Tradizione inglese.

È successo che una delle pochissime date europee di marzo 2007 della band fosse piazzata a Belgrado, che per un vero fan degli Iron Maiden sloveno è a portata di mano. Il caldo e imprevedibile Balcani è proprio per questo una meta sempre invitante, e così eccoci alla dogana, dove il doganiere serbo ci inquadra subito: “Vi ste novinari?!?!” Evidentemente ce lo si leggeva in faccia. Non ha fatto storie con la sua routine di servizio, ci ha restituito i documenti con un sorriso e ci ha accompagnati con una frase ospitalissima che ci ha messo le ali ai piedi: “Eee, pa onda se lepo provedite!”

Già durante le soste ribolliva tutto, nei parcheggi davanti alle trattorie e proprio alle pompe di benzina. Orde di metallari scatenati si ritrovavano a branchi, facevano un casino da festa grande e si abbandonavano allegramente a suoni inebrianti e derivati alcolici di ogni provenienza. Si preannunciava una vera festa del metal. Iron Maiden in Serbia dopo 25 anni!

E davanti al palazzetto pure. Incredibile! File compatte, di cui non si vedeva né l’inizio né la fine, sembravano un bruco gigante e vorace che si sarebbe mangiato anche la propria ombra, se solo ci fosse riuscito. Ma dove diavolo si stiparanno tutti questi “poveracci” felicissimi?

E come da tradizione dell’imprevedibile Balcani, nemmeno stavolta sono mancati momenti di vero shock, che abbiamo vissuto tutti noi fotografi invitati al Beogradski sajam. L’organizzatore aveva piazzato la transenna di sicurezza così vicino al palco principale che la distanza tra le due non arrivava nemmeno a 1,5 metri! Così, dopo un comunicato ufficiale per motivi di sicurezza, noi fotografi presenti siamo stati spostati in una postazione a più di 50 metri di distanza, lontano, lontanissimo da una posizione che permettesse a un fotografo/giornalista di lavorare come si deve e di ottenere risultati della qualità desiderata e richiesta. Che roba, accidenti.

Come hanno fatto a non prevederlo, visto che si sa che ai concerti degli Iron Maiden tirano fuori dalle prime file impazzite chi sviene e lo innaffiano d’acqua! Ed è ormai una tradizione dei concerti degli Iron Maiden, che dura da quando Dickinson è tornato nella band nel 1999. Siamo entrati poco prima delle 20.00! Il palazzetto era pieno fino all’ultimo micrometro disponibile, l’aria stra-respirata, secca e rovente. Come farà la gente a reggere questa lunga notte?

Alle 20.00 in punto sale sul palco la band di supporto. Ecco di nuovo la figlia di Steve Harris, la monella Lauren Harris, che non ha ereditato chissà quali altissime virtù musicali paterne. La formazione della sua band è rimasta invariata da dicembre 2006 e il quartetto ha scaldato il pubblico per esattamente mezz’ora. Una scaletta cronometrata al millimetro. Glam rock di terza categoria che davanti agli Iron Maiden non ci stava proprio, ma è interessante vedere cosa significa portare il cognome del bassista e capo degli Iron Maiden. Basta che la gente ti dia retta e segua i tuoi ordini. Così anche la piccola Lauren, del tutto irrilevante sulla mappa mondiale del rock, ha fatto alzare in piedi come niente tutto il palazzetto, che si è messo a cantare in coro i soliti inni da stadio di calcio.

Ore 21.00! Un’introduzione che in un attimo ha creato l’atmosfera di una guerra, buio totale, sagome di rovine, barricate, un campo di battaglia disseminato di cadaveri… e subito ci sveglia Different World. Il palco prende fuoco, la gente impazzisce, sul palazzetto si abbatte una fiamma infernale e il sestetto attacca con tutta l’artiglieria disponibile. La prima parte gli Iron Maiden l’hanno dedicata all’album in studio attuale, “A Matter Of Life And Death” (2006). La macchina, ben oliata, ha cominciato a macinare. I fan perdevano la ragione e davvero, a guardare dal balcone dove stavamo noi, all’altro capo, in giù verso il palco, il palazzetto sembrava un pentolone in cui l’acqua era arrivata a bollore a 100 gradi!

Dickinson ha parlato al pubblico per la prima volta dopo il terzo pezzo e, col suo stile da istigatore, si è messo subito dalla sua parte la voce del popolo. Nel saluto ha ringraziato i fan arrivati dai paesi dell’Europa meridionale, e tra questi non ha ovviamente dimenticato di citare la Slovenia, mentre Bruce ha fatto la figura dello sbadato quando ha definito Belgrado capitale dello stato di Serbia e Montenegro. Il palazzetto gliel’ha perdonato, e a dire il vero da quelle parti lo stato cambia nome tanto spesso quanto un albero cambia fogliame, tanto che un europeo medio fatica a starci dietro.

Sono seguite Wrathchild (“Killers”, 1981) e The Trooper (“Piece Of Mind”, 1983), con Dickinson che ha di nuovo fatto il matto in modo teatrale con la bandiera inglese, a destra e a sinistra, su e giù. Il tizio è veloce e agile come una scimmia arrogante, carico di un’energia che nessun filamento di tungsteno reggerebbe. Bruce volante!

Segue un rallentamento del ritmo con il ritorno all’album “A Matter Of Life And Death”! Di quanto fossero pesanti le condizioni di vita nel palazzetto quella sera è prova il gesto di Bruce Dickinson che, durante l’esecuzione di The Reincarnation Of Benjamin Breeg, ha lasciato il palco e dietro le quinte ha preso un bicchiere d’acqua, dopo essersi avvolto con cura un asciugamano intorno al collo perché non si raffreddasse, poi ha afferrato un tubo di vetro allungato con cui ha respirato un po’ d’aria fresca e riempito il corpo di ossigeno. Evidentemente è una variante di routine ben collaudata, basata sulle esperienze passate del cantante nei tour precedenti. “Ovo je pravi pakao!” non era un’osservazione a caso di uno dei fan presenti. E siamo già a metà concerto.

Ecco il “numero della bestia”! Un pezzo che ha rimesso in piedi il pubblico. L’atmosfera è continuata a crescere con Fear Of The Dark, e il culmine è stato catturato in Run To The Hills, dove il palazzetto è esploso all’unisono oltre ogni dimensione empirica e sotto di te vedevi solo un mare in tempesta di corpi… In aria volavano teste, braccia, gambe… come se il diavolo rimestasse con un mestolo enorme in una zuppa bollente, così si agitavano e si lanciavano in giro i corpi dei poveri fan! Era come su un campo di battaglia! La folla cantava i versi come in trance, Dickinson incitava il pubblico con il solito: “Scream for me Belgrade!!!!”, e il pezzo Iron Maiden ha annunciato la chiusura della parte regolare. Il culmine è stato ovviamente ancora una volta Eddie. Stavolta sopra la batteria è spuntato un carro armato. Il portello si apre, ne sbirciano fuori occhietti cattivi, di un mostro cattivo, che scruta col binocolo e controlla se tutti i proiettili hanno colpito il bersaglio sacrificale. Dalla canna del carro armato infatti usciva fumo!

Nel bis i ragazzi, nella loro solita maniera, hanno segato via Two Minutes To Midnight (“Powerslave”, 1984), The Evil That Man Do (“Seventh Son Of A Seventh Son”, 1988) e hanno chiuso il concerto con il pezzo che probabilmente suonano meglio di tutti: Hallowed Be Thy Name (“Number Of The Beast”, 1982). Era finita.

Un concerto di appena un’ora e mezza. Gente derubata di minuti. Una vergogna. In più un audio pessimo nel palazzetto, che gli Iron Maiden dopo tutti questi anni non possono permettersi nemmeno in sogno. Gente derubata di un suono decente! È triste il fatto che con gli anni si dimentichino semplicemente dei fan. Alzano sempre più i prezzi della loro offerta, ma offrono sempre meno. Quindi la scaletta era assolutamente troppo corta, per non dire logora e prevedibile. Ma che vi frulla nel cervello, Iron Maiden? Vi siete dimenticati di suonare il vostro ricco repertorio? Dov’è il disco “Somewhere in Time”? Dov’è un altro pezzo da “Powerslave” oltre a una sbiadita Two Minutes To Midnight?

Pura routine. Arrivati, dato il minimo sindacale, preso i soldi e “ciao compagni”! Razionale. Finché la gente impazzisce, va tutto bene. E davvero, al concerto degli Iron Maiden la gente impazzisce. E gli Iron Maiden sono un mostro aziendale che continua a crescere e crescere. Quindi gli Iron Maiden non sono bruciati, ma hanno dato fuoco al Beogradski sajam, come fanno gli eccellenti gentiluomini inglesi che hanno perso per sbaglio un fiammifero mentre accendevano un sigaro. Insomma, senza il minimo sforzo né un atomo di energia in più. Solo con l’essenza. Un’essenza grande e, dopo tutti questi anni, venerabile, ma non eterna! Che torni almeno un pizzico della spontaneità e dell’ironia degli anni Ottanta, quando a giugno visiteranno lo stadio di Bežigrad, cosa che però, a chiederla ai “magnati del metal”, è follia, o per dirla con più gentilezza, utopia.

Scaletta

1. Different World
2. These Colours Don’t Run
3. Brighter Than A Thousand Suns
4. Wrathchild
5. The Trooper
6. The Reincarnation Of Benjamin Breeg
7. For The Greater Good Of God
8. The Number Of The Beast
9. Fear Of The Dark
10. Run The Hills
11. Iron Maiden
—bis—
12. Two Minutes To Midnight
13. The Evil That Man Do
14. Hallowed Be Thy Name

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