Jazz Cerkno 2016 – terzo giorno!

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Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Luogo: Cerkno / Stari plac / Slovenia
Data del concerto: 21.05.2016
Pubblico: 400
Prezzo del biglietto: 37,00€

Il terzo e ultimo giorno della tradizionale ventunesima edizione del festival jazz di Cerkno è stato vivacissimo già dalla mattina. Il programma collaterale ha offerto una camminata degli »affamati« in compagnia di Daria Corstesea, che ha illustrato ai presenti qualche astuta superstizione alimentare, e come sempre i partecipanti ne sono usciti, ancora una volta, felicemente vivi. Intanto Boštjan Gombač (Katalena) e Blaž Celarec hanno insegnato ai bambini, in un laboratorio, come si usano gli strumenti d’argilla, con tanto di concerto collettivo finale: la combriccola ha messo alla prova i propri strumenti di terracotta sul palco principale dello Stari plac. Nel pomeriggio, negli spazi della scuola, si sono esibiti Joe McPhee e Daunik Lazro (Pourtant Les Cimes), due sassofonisti che arrivano da due mondi diversi del jazz e che hanno messo in scena, senza dubbio, una voluttà da concerto. Purtroppo l’autore di questo pezzo non c’era: bisognava alleggerire un po’ il processore cerebrale dopo i bagordi, così da farlo funzionare meglio all’arrivo del primo gruppo sul palco principale del terzo giorno di festival, ovvero il fulminato avant-trio Transitory Museum of Minds.

Si tratta di una band formata da tre musicisti che arrivano da tre venti musicali scalcagnati e tutti loro: il batterista e percussionista sloveno di stanza a New York Dre Hočevar, il sassofonista Michael Wroblewski e il tastierista Christian Balvig. L’anno scorso Hočevar si è scelto questo trio, e il concerto in questione doveva addirittura essere registrato per una possibile uscita su disco. Che il trio abbia offerto un puzzle musicale strano, anzi insolito e sfacciatamente provocatorio, non c’è nemmeno bisogno di sottolinearlo. A prendersi per primo l’attenzione è stato soprattutto Christian Balvig. Con un «giocattolo» sonoro elettronico (una specie di »sequencer«), da cui tirava fuori una pletora dei suoni più insoliti, ogni tanto addirittura d’altri tempi (»new wave«), e con la manipolazione sonora »artificiale« faceva letteralmente ridere con il suo riverbero lucido, mentre si univa al sassofono e alle percussioni. Balvig faceva smorfie così appassionate mentre girava e stravolgeva le manopole e ogni tanto saltava a colpi secchi sul piano, che le sue facce, insieme ai suoni, non facevano che amplificare il carattere lucido del trio. Una combinazione divertente, che respira e suona per il momento d’ispirazione e secondo il principio di trasformare la »provocazione« del momento, fatta di sensazioni interiori, in una storia musicale unica, quella che il trio segue e a cui si abbandona in libera improvvisazione.

Universal Indians with Joe McPhee non è una combinazione meno brillante! Gli Universal Indians sono un trio che ruota attorno a due musicisti norvegesi, Tollef Ostvang (batteria) e Rune Strom (contrabbasso), che avevamo già visto il 16.04.2016 sempre a Cerkno, al Bar Gabrijel di lì, quando hanno suonato con la formazione All Included. A completare il trio c’è il sassofonista americano John Dikeman. Perché la cosa non fosse troppo »semplice«, da qualche anno il trio suona anche insieme a un veterano, in buona misura pure bizzarro del jazz, se non proprio innovatore: il sassofonista Joe McPhee. Quest’ultimo, come detto, quel giorno a Cerkno aveva già suonato, ma evidentemente il tipo, che a dirlo e scriverlo ha la bellezza di 77 anni, è ancora bello vispo e scalpitante. Il quartetto ha attaccato sfrenato e appassionato, con un album illustrato musicale jazzisticamente furbo e burrascoso, dove i quattro si passavano di continuo, nella maniera libera e spensierata del formato free, acrobazie soliste di una comunicazione straordinariamente affiatata, senz’altro formattata al limite dello spontaneo ma con uno sviluppo sempre imprevedibile, dove la storia del free jazz riesce sempre a stare in equilibrio per un pelo, senza spingersi troppo oltre i confini del fraseggio e senza affogare in una potenziale masturbazione senza capo né coda. Comunicazione straordinaria, percezione straordinaria, ospitalità musicale straordinaria, dove il quartetto trova sempre un punto in comune, un incrocio musicale in cui si incontra e si fonde, per poi riprendere il largo, ognuno per la sua strada.

Qualcosa di simile vale anche per il gruppo che ha chiuso il terzo giorno e quindi offerto l’ultimo atto del festival Jazz Cerkno. Sono i norvegesi Cortex, guidati dal trombettista Thomas Johansson. Anche lui l’avevamo già incrociato un mese fa a Cerkno in compagnia di Tollef Ostvang e Rune Strom, quando si era esibito con la formazione All Included. Il quartetto, completato come da copione dalla sezione ritmica di batteria e contrabbasso e movimentato da un sax contralto in più, in più di un momento ha ricordato i predecessori Universal Indians o, in generale, ha accontentato come minimo i gusti per l’approccio scandinavo alla cultura free jazz. Un quartetto di musicisti esperti, che suonano in tanti altri progetti e formazioni, è suonato com’era prevedibile audace, passionale ed energico, stuzzicando con il suo contenuto free jazz autoctono e con ingegnosi innesti di libera improvvisazione, che però non si è mai spinta troppo lontano dai motivi guida. Špas teater e bagordi del sabato a Cerkno sono andati avanti fino a notte fonda, ben dopo che i Cortex avevano suonato l’ultima nota e spento la luce sull’edizione di quest’anno del festival Jazz Cerkno.

Come sempre, e come da tradizione. Jazz Cerkno resta il punto d’incontro degli artisti jazz più strani e, a livello di visione, letteralmente »fulminati«, quelli che scatenano la nostra fantasia e riempiono le nostre anime e i nostri cuori vagabondi di una ribollente passione artistica. Anche dopo Boštjan Cvek. Lunga vita a Jazz Cerkno!  Ci vediamo di nuovo là l’anno prossimo.

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