Jernej Zoran: Ptice letijo spet na jug

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Autoprodotto
Data di uscita: 2. 10. 2024
Produzione: Jernej Zoran
Durata dell’album:
Genere: Hard Rock
Voto: 9.0/10
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Jernej Zoran è uno dei musicisti più instancabili, creativamente sempre ispirati e, diciamolo pure, più prolifici del panorama rock sloveno! Il chitarrista della Dolenjska non smette mai di sfornare nuove avventure d’autore. Già prima dell’album «What Happens If I Press This Button?» (RockLine recensione), uscito nell’agosto 2021, aveva presentato un nuovo singolo originale, Oprostite (to ni moj svet). Però il tipo non ha deciso di raccogliere i nuovi pezzi nati subito dopo «What Happens If I Press This Button?» in un (mini) EP, come aveva fatto in carriera con «Gotscha!» (2017, RockLine recensione) o «Deuce» (2020, RockLine recensione), con cui colmava i vuoti temporali tra un vero album full-length e l’altro. Ha invece scelto di infilarli in un nuovo album in studio intitolato «Ptice letijo spet na jug». Se i conti non mi tradiscono, è il sesto album in studio solista di Jernej!

La particolarità dell’ultimo disco è che Jernej ci entra nei panni del cantautore con un’intensità mai vista prima nella sua carriera. L’album è di nuovo in parte vocale e in parte strumentale, ma stavolta Jernej ha deciso di prendersi addosso tutte le parti vocali, cosa che non aveva mai fatto in nessun album precedente. Questo dimostra soltanto che la poesia di questo disco ha per Jernej un peso enorme sul piano personale e confessionale, ed è proprio questo che l’ha portato a decidere che, in termini di «impressioni ed espressioni», la cosa più giusta fosse scriversi e cantarsi i versi da solo. Dall’inizio alla fine.

Sul nuovo album Jernej ha scelto stavolta musicisti esclusivamente della scena internazionale, quindi è l’unico a difendere i colori sloveni. Come chitarrista, cantante e (in parte) bassista. L’unico nome che aveva già lavorato con Jernej sul disco precedente e che lui ha tenuto anche per quest’ultimo è il bassista croato Darko Vlahović. Cinque pezzi cantati e tre strumentali fanno otto in totale. Si tratta di un album uscito dai tempi «del covid» e «del post covid», che ci hanno toccato tutti a livello individuale e ci hanno insegnato parecchio. Allo stesso tempo, è stato un periodo in cui potevi scavare dentro di te ed esplorare angoli della tua anima, e anche del tuo io, che fino ad allora non conoscevi. Qualunque cosa ciascuno pensi di uno dei periodi più neri dell’umanità, se ne poteva uscire ancora più ricchi e più forti. Il tempo della trasformazione personale ha agito in modo irreversibile sui «risvegliati». Eh sì. A livello individuale. Li ha rafforzati. Sono diventati ancora più forti. Va aggiunto che in quel periodo Jernej ha perso anche sua madre, per cui il nuovo album è dedicato in gran parte anche al suo ricordo. Jernej le ha riservato, proprio nel finale del disco, la title track, oltre al dolce e struggente strumentale di chiusura Makuahine, che in hawaiano significa «mamma».

Oprostite (to ni moj svet) apre l’album! Un pezzo funky! Il primo brano cantato! Nei testi c’è l’impronta della follia della classe dirigente, che ha accettato tutta la rovinosa inquietudine della politica «pandemica» e ha iniziato a imporre un mondo nuovo. Questo pezzo ti fa capire subito che arrangiatore sottile e abile sia Jernej. Lo ha dimostrato con sfarzo in tutte le uscite precedenti, eppure. Il «drive» del pezzo d’apertura è potentemente accattivante, conquistante e ti regala un ascolto scorrevolissimo. In apertura cattura l’attenzione di chi ascolta e lo tiene incollato al disco! È questo lo scopo dei brani d’apertura e la missione è riuscita! Allo stesso tempo, nei testi il pezzo ribolle di speranza e ribellione! E poi, certo, c’è anche la risposta a quello che ci interessa di più (probabilmente anche a Jernej, se sta leggendo questa recensione, anche se già la conosce). La voce di Jernej! Bisogna metterla in conto. Cosa? Lo scarto tra l’eccellenza chitarristica e la mediocrità vocale, però, come detto, per Jernej questo album è importantissimo proprio perché si carica la voce sulle spalle. Tutta questa poesia è, più che mai nella sua carriera, l’impronta dei frammenti più nascosti della sua anima, che si possono mettere a nudo nel modo più vivido e sincero solo se li canti tu stesso! Quindi non staremo a cercare il pelo nell’uovo, perché anche questo album è l’essenza della brillantezza compositiva e regala una valanga di piaceri d’ascolto, il che spinge la voce (in un’ottica strettamente razionale sull’album), accanto ai capolavori chitarristici di questo pittoresco maestro della sei corde (anche stavolta ce ne sono a bizzeffe), in secondo piano. Un «Ercole vocale» alla Glenn Hughes quindi non si rimpiange e nemmeno si cerca!

Nei suoi capolavori chitarristici Jernej Zoran dimostra ancora una volta di essere cresciuto ascoltando Jeff Beck, Eric Clapton, David Gilmour (il mid eight in Tu si zato) – con questi nomi, ovviamente, alla mia ottava recensione di un lavoro in studio di Jernej mi ripeto già un po’ troppo, e poi ahhhh,… Come faccio a dimenticarlo? I The Beatles, ovviamente (Greva tja). Sopra l’impalcatura di base, fondata sul fraseggio, Jernej ha riempito gli arrangiamenti con chitarre aggiuntive (anche acustiche), mentre le tastiere colorano e contrastano con grinta lo spazio disponibile nelle composizioni, convivendo  con la retorica della chitarra come chiave e serratura. Un capitolo a parte dell’album lo meritano i passaggi mid eight, che spezzano alla grande la dinamica dello svolgimento cambiando l’atmosfera dei singoli pezzi. Jernej ha un grande talento in questo. E tanta esperienza. Per questo difficilmente sbaglia una nota.  Il primo picco del genere nell’album è in Tu si zato, dove il pezzo, soprattutto nel finale, cresce in un fenomenale crescendo malinconico. Proprio da qui l’album inizia a salire di livello, per messaggio ed esecuzione, verso la fine. Subito dopo arriva infatti un grandissimo strumentale, Orionove solze. Dentro si intrecciano più linee di chitarra. Il quadro del paesaggio, all’interno della composizione ben strutturata, è riempito alla perfezione e l’atmosfera ti afferra con un’intensità particolarmente alta. Quindi, dopo l’uscita di Tu si zato, ecco un altro picco artistico del disco! Proprio in questi passaggi Jernej ricorda più chiaramente quanto sia importante per lui la compattezza musicale. Non «impazzisce» mai in una potenzialmente «sfrenata» scarica di note. Ognuna la affronta con furbizia. Con sentimento! Da grande perfezionista. Diciamo, da acrobata artistico! Modella i suoni, ne tira fuori passioni ed emozioni, mentre la chitarra geme e piange con orgoglio e parla anche con il tocco di una profondità segnata da mistica e straordinaria malinconia. Qualcosa che capisce solo l’artista stesso. La sua anima! E te la confessa solo attraverso la magia della musica, per toccare (a piacere) anche te. E a Jernej questo riesce di nuovo. È quello a cui Jernej ci ha abituati, anche se stavolta nella portata della sua espressione è addirittura più intenso, appassionato e diretto che mai, il che aggiunge al disco un ulteriore salto artistico, ampiezza e compiutezza. Fanno la loro parte anche i trucchetti, come l’uso occasionale del whammy. Ci sono stereo chorus, riverbero aggiunto con astuzia, wah-wah,… Il calore della produzione raggiunge una natura organica, tenendo presente che l’album è stato «incollato» insieme a partire da file. I singoli musicisti hanno registrato le loro parti ciascuno a casa propria, nel proprio studio, e poi sono state assemblate in un insieme. Eppure il risultato sonoro mantiene il calore e la vitalità del prodotto!

Generacija SFRJ è, dopo l’iniziale Oprostite (to ni moj svet), un altro pezzo cantato funkeggiante con grande abilità. Contorni bluesy, ma il passaggio «mid-eight» ribalta completamente l’umore e con esso anche la dinamica. La sezione ritmica e il fraseggio di Jernej attraverso un «wah wah ciccione» sviluppano una cinetica solida e giocosa, che aggiunge al pezzo una nota brillante di ascolto travolgente. E ancora una volta il passaggio mid-eight  è, dentro il pezzo, una storia a sé! La modulazione e il rientro da lì alla strofa sono, in questo mid-eight, i più astuti e particolari dell’album! Un passaggio mid-eight breve, ma condito con artistica e potentissima abilità, regala (anche ai gourmet della musica) una succosa sorpresa!  

Particolarmente intenso è poi il finale con due brani legati al ricordo della madre di Jernej. Il primo è la title track dell’album. È il pezzo portante, il centro del disco. Lo pervadono malinconia e struggimento. Accettazione e abbandono. Fino all’ultima nota, che svanisce nell’eco della mistica di una nuova nascita, di un nuovo incontro. Da qualche parte, un giorno….. Dopo questo brano, particolarmente intenso e colmo di una speciale ampiezza di profondità emotiva, c’è lo strumentale Makuahine, che in un certo senso ne è la continuazione! Questa composizione si sviluppa da una tonalità maggiore! Parla in modo giocoso e leggero, ma Jernej continua a mantenere dentro di essa la natura mistica del disco, il che gli fa vincere ancora una volta la mano con un poker d’assi, perché conserva l’intensità dei contrasti di atmosfera. Fino alla fine dell’album.

Jernej Zoran resta un artista che ogni amante del buon vecchio rock’n’roll deve andare a sentire. E non solo. Chiunque punti qualcosa su un buon (hard) rock della vecchia scuola! Musicale, profondo, spiritoso e artisticamente flessibile. Anche al sesto album in studio. Resta un cavaliere unico nel rock’n’roll sloveno. «Ptice letijo spet na jug» riporta tutto ciò con cui questo musicista ci ha viziati in passato, e Jernej con questo disco è entrato con grande abilità anche nel ruolo di cantante, convincendo ancora una volta con il suo talento, non solo di eccezionale chitarrista, ma anche di ottimo compositore e arrangiatore. Il nuovo album si può definire addirittura il più maturo della sua (car)riera di artista solista.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Oprostite (to ni moj svet)
2. Greva tja
3. Tjavendan
4. Tu si zato
5. Orionove solze
6. Generacija SFRJ
7. Ptice letijo spet na jug
8. Makuahine

Musicisti:
Jernej Zoran – voce, chitarra, basso

Musicisti ospiti:
Darko Vlahović – basso
Damiano Della Torre – tastiere
Nemias Terxeria – tastiere
Abramo Riti – tastiere
Brian Petry – batteria
Silvio Centamore – batteria
Borut Antončič – voce di accompagnamento nel brano n. 1


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