Jethro Tull: A
Etichetta: Chrysalis Records
Data di uscita: 29/8/1980
Produzione: Ian Anderson & Robin Black
Durata dell’album: 42.30 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 8.5/10
Finito il tour di «Stormwatch» (1979), Ian Anderson, lontano discendente dell’irrequieto dio greco Pan e dell’astuto pifferaio di Hamelin, decise di registrare il suo primo album solista, con cui voleva dimostrare a certi saccenti inconsolabili che i Jethro Tull non sono affatto solo un altro nome per la Ian Anderson Band. Allo scopo chiamò in soccorso il fulmineo Eddie Jobson, uno dei più grandi polistrumentisti dell’epoca, che fino ad allora si era fatto notare collaborando con leggende come King Crimson (con cui non è mai stato un membro ufficiale, ma diede una mano a re-incidere alcune parti strumentali del loro secondo live «USA»), Roxy Music, Frank Zappa e UK. Eddie si portò dietro anche il batterista Mark Craney, con cui in quel periodo stava registrando il primo album solista di Jobson. Con loro due e con il fresco bassista dei Tull David Pegg (noto soprattutto come storico bassista dei Fairport Convention) al fianco, Ian entrò in studio per tirare fuori qualcosa di diverso rispetto al sound dei Jethro Tull di allora, intriso di folk rock. A un certo punto si accorse di sentire la mancanza di un chitarrista elettrico e fece una mossa di cui oggi si pente parecchio. Per una collaborazione, pensata in origine solo per alcuni pezzi, invitò infatti il suo vecchio compagno di merende nei Tull Martin «Lancelot» Barre. Così i membri dei Tull di allora salirono a tre. Alla fine Martin suonò in tutti i brani dell’album, perché tra loro si era creata una chimica pazzesca. Ian voleva voltare le spalle al folk rock impregnato di acustica e creare qualcosa di moderno per quei tempi, un hard rock elettrificato e condito di finezze elettroniche. Nel frattempo fece capire chiaramente agli altri tre membri dei Tull di allora (cioè John Evans, David Palmer e Barriemore Barlow) che, finito l’esperimento solista, contava di nuovo su di loro. Ma poi arrivò la grande sorpresa. Quando i capoccia della Chrysalis, con Terry Ellis in testa, ascoltarono l’album, vollero a tutti i costi che «A» (A come Anderson) uscisse come album dei Jethro Tull e non come progetto solista di Ian. Allo stesso tempo Ellis, all’insaputa di Ian, fece circolare la voce che Jobson era diventato il nuovo membro della formazione, anche se sull’album figura ufficialmente solo come ospite speciale. Quando gli altri tre della vecchia squadra Tull scoprirono dai giornali di non far più parte del gruppo, rimasero ovviamente di sasso, e Ian ancora oggi si rammarica che la loro avventura sia finita in quel modo. Jobson aveva chiarito fin dall’inizio di essere solo un ospite speciale e non un membro ufficiale, e che dopo il tour intendeva dedicarsi ad altri progetti. Ma il danno ormai era fatto: Evans e Palmer non tornarono mai più e Ian dovette rinunciare per un bel pezzo a quel suono naturale e sincero di tastiere e arrangiamenti orchestrali che avevano contraddistinto la band negli anni ’70.
L’elemento chiave che ha reso «A» un esperimento così speciale e un album totalmente a sé nell’intera discografia dei Tull è senza dubbio il contributo musicale dell’androgino maestro Jobson, che ha portato nel gruppo il suono possente e orchestrale del piano elettrico e dei sintetizzatori, modernissimi per l’epoca, che con un piede erano già negli anni ’80, mentre il suo violino elettrico, all’interno di alcuni brani, manteneva dall’altra parte quei passaggi folk rock tipici del loro sound di fine anni ’70. Anche per questo «A» si può considerare un album di transizione, a metà strada tra il folk prog rock e l’hard rock sintetico con elementi new wave che avrebbe dominato la loro musica per tutti gli anni ’80. Craney, dal canto suo, ha portato un modo di suonare la batteria estremamente massiccio e dinamico, tipico anche del suo predecessore di scuola jazz, il che non sorprende considerando la sua collaborazione con il leggendario violinista francese Jean-Luc Ponty. Nonostante con l’arrivo degli anni ’80 ci si potesse aspettare una svendita totale della magia originaria dei Tull a favore di un pop robotizzato (cosa che in effetti è successa quattro anni dopo), non è così: su «A» si trova ancora una serie di gioielli luminosi conditi di folk, anche se senza grandi favoriti come quelli che caratterizzavano i loro capolavori.
L’opener «Crossfire» è un hard rocker energico in puro stile Tull, che ti spara l’adrenalina in circolo anche se hai la testa più addormentata del mondo, condito con sottili passaggi di piano, possenti finezze chitarristiche di Martin e una dolce melodia di flauto che crea una combinazione dinamica di folk e hard rock. Qui, e per gran parte dell’album, Ian è in una delle sue migliori forme vocali. In effetti, la maggior parte dei loro lavori migliori degli anni ’80 verrà costruita proprio con questa ricetta. Nel «Flyingdale Flyer», carica di energia dal taglio commerciale uscita anche come singolo, Jobson mostra per la prima volta in modo più chiaro il suo virtuosismo con i sintetizzatori ambient, che si fondono alla perfezione con i passaggi brillanti di flauto e chitarra. L’epico ritornello mostra l’interesse lirico di Ian per l’aviazione, che stavolta ha preso il posto della navigazione nella lista delle sue passioni. «Working John, Working Joe», un pezzo un po’ monotono a livello ritmico ma rovente, in cui Ian torna a toccare i problemi sociali dell’Inghilterra thatcheriana e la vita sotto l’occhio vigile del Grande Fratello, si regge su un ritornello a più voci e su un riff affilato che torna più volte. Gli ottimi arrangiamenti ambient di Jobson alle tastiere e la voce di Ian, dal timbro da martire sofferente, tirano fuori questo brano solido dal grigiore della media. Nell’epica e drammatica «Black Sunday», una delle creazioni più pittoresche dell’album, i Tull dimostrano ancora una volta, in modo magistrale, la loro energica miscela di hard rock, suoni elettronici e arrangiamenti celtici alle tastiere. Suoni drammatici di sintetizzatore annunciano l’introduzione a un tempo brillante, dove regna un’intesa straordinaria tra flauto e chitarra. L’espressività drammatica della voce di Ian, sostenuta da passaggi di chitarra seghettati e da brillanti inserti jazz al piano, nello stile di quelli dei tempi di Jobson negli UK, è una vera leccornia per tutti gli amanti del dramma celtico. Particolarmente succosa è la seconda parte della composizione, quando entra in modo splendido il classico assolo di chitarra di Barre, a cui si aggiunge anche l’assolo di flauto di Ian, che crea una genuina malinconia celtica. «Protect And Survive» è un’altra grande classica dei Tull, che ancora oggi ogni tanto finisce nel loro repertorio dal vivo. L’ottimo motivo celtico di flauto in apertura, accompagnato da un ritmo al galoppo e da suoni ambient di tastiera, crea l’atmosfera dei preparativi per una battaglia. Qui possiamo anche ammirare le mitragliate infuocate di Craney sui tamburi. Ian sperimenta per la prima volta, per un breve momento, con un effetto digitale che robotizza la voce, un giochino a cui si dedicherà volentieri anche negli album successivi. Il guizzo affilato di «Batteries Not Included» è uno dei maggiori esperimenti elettronici dell’album, dove i suoni dei synth elettronici accompagnano un ritmo incisivo e una voce digitalizzata, che però anche in condizioni così estreme si riconosce senza problemi. A completare il ritmo possente e variegato, intriso di brillanti suoni di flauto, sono le ottime parti di violino elettrico, che integrano alla perfezione il suono tradizionalmente tagliente della chitarra di Martin. Anche i suoni elettronici delle tastiere si incastrano incredibilmente bene nel ritmo al galoppo. «Uniform» sarebbe un brano piuttosto noioso, se non lo salvassero i suoni schizoidi del violino elettrico di Jobson, che per tutto il tempo navigano tra il folk rock tradizionale e l’elettronica, creando un’atmosfera «uniformata». È uno dei rari momenti dell’album in cui il violino di Jobson riesce per un attimo a mettere in ombra perfino il flauto di Ian, e già solo per questo il pezzo merita un’attenzione in più. «4.W.D. (Low Ratio)» è un esperimento piuttosto bizzarro, riuscito solo in parte, al confine tra il pub rock in stile Dire Straits e il tradizionale folk prog dei Tull. Suoni di piano da bar, un ritmo funky e giochetti di flauto creano l’atmosfera di un pomeriggio sonnolento. La voce di Ian, che nel ritornello passa attraverso uno speciale effetto basso, il fantasioso assolo di Barre e i numerosi effetti elettronici sono i pregi principali di questo brano piuttosto nella media. La allegra compagnia torna alle sue tradizionali sperimentazioni folk rock con lo strumentale birichino «The Pine Marten’s Jig», dove, mentre si avviano verso il rifugio di caccia, fanno una deviazione anche in un pub scozzese. Oltre al classico folk rock, stavolta molto vicino ai compagni di Pegg nei Fairport Convention, qui si trovano anche tante trovate interessanti, portate dalle ottime armonie tra il flauto di Ian e il violino di Eddie. Si sentono bene anche Martin con i suoi caratteristici ganci hard rock alla chitarra e il basso melodico e gorgheggiante di David. La ballata conclusiva «And Further On» è un’altra classica elegia celtica nella loro migliore tradizione, adornata dalla voce straziante di Ian, da passaggi orchestrali ambient di piano e sintetizzatori e dalle parti di chitarra ruvide ma allo stesso tempo sottili di Martin, che offrono la chiusura perfetta per uno degli album più insoliti nella storia del gruppo.
L’attuale ristampa di «A» farà felici tutti gli amanti dei video, perché porta un DVD bonus che contiene l’intero «Slipstream», il loro primo video live ufficiale. Si tratta di un’ottima registrazione di un concerto del tour di «A», che presenta questa formazione particolare e di breve durata anche come eccellente interprete di alcuni dei classici più amati dei Tull. La maggior parte dei brani è accompagnata anche da video straordinariamente spiritosi, che mostrano l’eccezionale talento d’attore di Ian, spesso al limite dell’autoparodia e del carisma senza confini. Ian interpreta così, tra le altre cose, anche il suo alter ego Aqualung all’apertura e alla chiusura dello spettacolo e nell’esecuzione dell’omonimo classico, il bonario conte Dracula in «Sweet Dream» e il vecchio libidinoso in «Too Old To Rock’n’Roll To Young To Die», che secondo me è il loro video più divertente e in cui tutta la formazione brilla in vari travestimenti. Il repertorio è comunque limitato e privato di un bel po’ di classici. Eppure, oltre a «Black Sunday» e «Flyingdale Flyer», pezzi di «A» suonati con energia, questa formazione suona a modo suo anche classici più vecchi come la ballata celtica acustica «Dun Ringill», «Songs From The Wood», «Heavy Horses», dove Jobson infila anche un ottimo assolo di violino elettrico, «Skating Away On The Thin Ice Of A New Day» e «Locomotive Breath». Anche se mancano parecchi favoriti, è un documento interessante di questa incarnazione effimera del gruppo, che sul palco indossa tute da paracadutista bianche con il simbolo A, vera incarnazione del kitsch da moda anni ’80. Comunque, tutto sbiadisce al pensiero che i Tull hanno in magazzino molti, molti video migliori degli anni ’70, davanti ai quali registrazioni come «Slipstream» finiscono in un angolino.
«A», insieme alla burla da Grammy «Crest Of A Knave» (1987), è senza dubbio uno degli esperimenti più divertenti dell’intera discografia dei Tull, che alla fine si è rivelato perfino sorprendentemente ascoltabile e ha sfornato parecchie perle interessanti. Nonostante le sperimentazioni occasionali con i suoni elettronici (che però, a differenza dei tentativi futuri, sono suonati come si deve e non suonano sintetici), c’è ancora abbastanza del classico sound folk rock da potersi godere il disco senza problemi. E questo nonostante sia ormai lontano dalla genuina magia folk dei loro album passati. Se fosse uscito come esordio di Ian meriterebbe un bel dieci pieno, così invece è solo un esperimento solido, che già annunciava la graduale sintetizzazione del suono e tempi creativamente più duri per i vecchi gatti del rock progressivo, che in qualche modo dovevano farsi strada attraverso gli inospitali anni ’80. «A» è un album di transizione dinamico che la maggior parte dei fan saprà guardare con comprensione, come figlio della sua epoca. Il merito principale se l’album non delude affatto e se il passaggio al nuovo sound non è troppo spietato va proprio a Jobson e Craney, che hanno lasciato il gruppo subito dopo il tour. Jobson negli anni seguenti si è dedicato alla musica per film e TV (per esempio per la serie Miami Vice), mentre Craney è morto tragicamente il 26/11/2005 per complicazioni legate a un trapianto non riuscito. A lui Ian, come è giusto che sia, ha dedicato la ristampa dell’album, che resta l’unico ricordo del suo primo album solista che non lo è mai diventato.
Autore: Peter “Dr. ProgRock” Podbrežnik
Tracklist:
1. Crossfire (3:54)
2. Fylingdale Flyer (4:36)
3. Working John, Working Joe (5:04)
4. Black Sunday (6:36)
5. Protect and Survive (3:37)
6. Batteries Not Included (3:53)
7. Uniform (3:34)
8. 4.W.D. (Low Ratio) (3:42)
9. The Pine Marten’s Jig (3:28)
10. And Further On (4:22)
Durata totale dell’album: 42.46min
Bonus DVD-Video from 2004 remastered edition – “Slipstream”:
1. Introduction (3:15)
2. Black Sunday (6:44)
3. Dun Ringill (2:30)
4. Fylingdale Flyer (4:02)
5. Songs from the Wood (4:54)
6. Heavy Horses (6:06)
7. Sweet Dream (4:04)
8. Too Old to Rock ‘n’ Roll, Too Young to Die (5:58)
9. Skating Away on the Thin Ice of the New Day (3:14)
10. Aqualung (8:58)
11. Locomotive Breath (7:30)
Durata totale dell’album: 57.15 min
Formazione:
Ian Anderson – voce, flauto
Martin Barre – chitarra
Dave Pegg – basso
Mark Craney – batteria
Musicisti ospiti:
Eddie Jobson – tastiere, violino elettrico
David Mallet – regista del film del concerto (DVD)
