Joe Bonamassa: Time Clocks
Etichetta: Provogue/Mascot Label Group
Data di uscita: 29. 10. 2021
Produzione: Kevin Shirley
Durata dell’album: 56.50 min
Genere: Blues Rock
Voto: 9.0/10
Joe Bonamassa è uno che, se si facesse prendere da indifferenza e apatia, potrebbe pure sbroccare. Vista la situazione in cui viviamo – eh già, tra poco sono due anni – non ci sarebbe da stupirsi. I concerti, bene o male, sono tornati, ma si svolgono sempre sotto la luce dell’incertezza e di preoccupazioni più o meno grandi su cosa porterà il domani. E a quanto pare il buon musicista americano, soprattutto ultimamente, se ne va in giro con una sacca incredibile di idee e ambizioni che devono per forza essere realizzate. Per gli standard creativi dell’ambizioso Bonamassa, quando si parla dell’obbligo di tirare fuori qualcosa di nuovo, mai come ora il discorso regge. Bonamassa, che resta incastrato in questa incertezza da concerti da cui puoi uscire solo passando più tempo in studio a registrare nuova musica. Lo scorso ottobre Bonamassa ha pubblicato l’album «Royal Tea» (2020, RockLine recensione), è passato un anno ed ecco il successore, il sedicesimo album in studio: “Time Clocks”.
Il tempo scorre e Joe lo supererebbe volentieri di corsa. Salterebbe un po’ di cose che nel suo quotidiano di oggi di sicuro non gli vanno a genio nemmeno un po’. Ma non si può. «Royal Tea» era il disco in cui Joe ha ridefinito ancora una volta la sua statura artistica e la sua unicità, servendo un lavoro incredibilmente sensuale, intimo e rifinito, oltre che teatrale e ricco di idee, dove non mancavano né i dettagli né le pennellate raffinate di una meccanica fine, elegante, pacata e senza pretese negli arrangiamenti, sorretta da una produzione organica e vellutata. In pratica, il disco più maturo di Bonamassa fino a quel momento, per certi versi. Forse Joe l’ha sentito. Che il cerchio si era chiuso, che da lì in avanti avrebbe rischiato di ripetersi, anche se il suo stile e il suo approccio avevano detto la loro già da un pezzo. Così ha fatto un salto un po’ più in là, restando però anche con «Time Clocks» sempre riconoscibile e dal suono ancora bello «di casa».
Bonamassa è Bonamassa. Soprattutto negli ultimi album. Anche «Time Clocks» è così. Sul nuovo disco è tornato a servire un suono di chitarra molto più arruffato, grezzo, perfino ruvido, che giura sull’elementare voracità del blues rock. Il disco si avvicina alle sfere dell’hard rock, anche se dalla testa ai piedi resta un manifesto bluesrock fatto e finito, civettuolo quanto basta, in cui il nostro è riuscito a infilare ben 56 minuti di musica in nove brani, il che significa che ispirazione, fantasia e impegno hanno di nuovo trovato casa all’indirizzo giusto. Il nuovo album, insomma, l’ha registrato in un’atmosfera bella claustrofobica. Si trovava a New York, dopo essere riuscito in qualche modo a incontrare Kevin Shirley, che al picco del lockdown era rimasto bloccato in Australia.
Già l’iniziale Notches, rumorosa e affilata in chiave rock, picchia duro: porta uno dei riff portanti più marcati, su cui si regge un epico blues rock drammatico di sette minuti, pieno di svolte atmosferiche. Bonamassa conferma subito di aver passato a pieni voti tutti gli esami anche sul fronte della voce. Negli anni è diventato un cantante eccellente. Rispetto a «Royal Tea», questo disco sarà in una certa misura più interessante anche per i fan dei Black Country Communion, perché ci sono parecchie idee e vibrazioni che si intenderebbero senza freni con la ricetta compositiva di Bonamassa in compagnia della «margherita morta» Hughes, di Sherinian e di Bonham.
The Heart That Never Waits è la seconda in scaletta. Parla in modo amaro, e questa valanga di emozioni è rafforzata da un ritmo super compatto e da un taglio blues asciutto, in cui Bonamassa se la cava con un incredibile gioco di prestigio tra tante immagini espressive, a colpi di acrobazie sosoliste. Sai, quel grip ciccione, più seghettato che melodioso, che guida, conduce e spinge avanti il chitarrista e dà ai pezzi un’impronta chiarissima della sua unicità espressiva. La voce è dosata con maestria insieme ai cori femminili (ormai uno standard per Bonamassa), e il brano nel complesso è uno dei più coi piedi per terra. Soprattutto quando si parla di versi legati ai guai col tempo. Semplice. Al tempo bisogna dare tempo. Uno dei momenti più erotici del disco.
Joe è un maestro del mistero. La title track, struggente e particolarmente drammatica, è considerata uno dei vertici dell’album. Soprattutto sul piano compositivo. Un velo di country nel passaggio alla strofa e un ritornello solenne ma malinconico che non lascia respirare chi ascolta. L’incastro tra fraseggio di chitarra e linee di Hammond succose è il mattone di base che riempie il quadro sonoro. Stavolta la presenza dell’Hammond è particolarmente importante. Il pezzo Questions And Answers porta un cambio d’atmosfera totale, con Bonamassa al centro dei testi a farsi domande molto maschili su perché mai la donna sia dovuta essere così incredibilmente stronza. Dramma. Beh, il picco di malinconia concentrata in un posto solo arriva con Mind’s Eye, a metà scaletta. Il pezzo è costruito per offrire al chitarrista una cornice brillante da cui spiccare il volo in uno degli assoli più affascinanti del disco, dove il mix di svolte musicali e struggimento blues è particolarmente mordace, di quelli che ti entrano sotto pelle. Il dramma dei drammi. Un brano confessionale che con la sua sincerità spezza anche il cuore più di granito.
Curtain Call è un pezzo di una razza particolare. Una deviazione vera e propria. È il punto più oscuro del disco, ma brillantemente intriso di natura mistica. Addirittura il brano più ambizioso quanto ad arrangiamenti. Mi azzardo a dire che è pure il più «progressivo». Bonamassa lo avrebbe potuto regalare senza problemi al nuovo album dei BCC, se quest’anno per caso se ne fosse registrato uno. Frase iniziale contorta, sviluppo che prosegue con orchestrazioni, un pizzico di melos orientale (nella strofa), dove tra l’altro diventa subito chiaro che il tipo conosce benissimo il pezzo dei Led Zeppelin Kashmir. L’assolo di questo brano è di per sé uno dei picchi dell’intero album. Un lamento che ti toglie il terreno da sotto i piedi e non finisce mai. Il sussurro celtico e il mistero arrivano senza fatica subito dopo con The Loyal Kind, una brillante power blues ballad. A questo qui la dinamite non manca nemmeno per un attimo. In ogni istante del nuovo disco, con la sua natura chitarristica e una voce sensuale e sentita, è sempre al posto giusto. Non gli sfugge niente. Il pezzo è affascinante soprattutto per come cresce, gradualmente, l’atmosfera vorace. Il crescendo di questo dramma teatrale lo porta un riff contorto, imbronciato e tagliato senza compromessi nel ritornello. Hanging On A Loser, dopo di lei, porta più lucidità e più ironia con un sentimento boogie canzonatorio. Il disco si chiude con il fantastico blues rocker Known Unknowns, particolarmente solido e definito dal punto di vista chitarristico, con un sacco di fronzoli e trucchi di contorno, tutti quelli che Bonamassa tira fuori dal cilindro. Bonamassa mantiene a ogni passo una musicalità eccezionale e la teatralità di un’atmosfera in crescendo. Il capolavoro finale dell’album.
Insomma, anche per «Time Clocks» di lodi non ne mancano di certo. In poco più di un anno – sì, l’anno è girato da appena qualche giorno – il nostro ha sfornato un disco del tutto fresco, di carattere parecchio diverso dal predecessore più sofisticato, di nuovo un po’ più rumoroso, più rock, ma allo stesso tempo ricchissimo di idee varie, che sono il motore di nove eccezionali pezzi blues rock senza cali di qualità. Joe Bonamassa, in questa sua nuova avventura musicale che stavolta mette al centro la corsa contro il tempo, ha dato di nuovo il meglio di sé.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Pilgrimage
2. Notches
3. The Heart That Never Waits
4. Time Clocks
5. Questions And Answers
6. Mind’s Eye
7. Curtain Call
8. The Loyal Kind
9. Hanging On A Loser
10. Known Unknowns
Formazione:
Joe Bonamassa – voce, chitarre
Musicisti ospiti:
Steve Mackey – basso
Lachy Doley – pianoforte
Bunna Lawrie – didgeridoo
Bobby Summerfield – percussioni
Anton Fig – batteria, percussioni
Mahalia Barnes – cori
Juanita Tippins – cori
Prinnie Stevens – cori
