Joe Satriani: Shapeshifting
Etichetta: Sony Music
Data di uscita: 10.04.2020
Produzione: Jim Scott
Durata dell’album: 46.35 min
Genere: Instrumental Rock / Art Rock
Voto. 9.0 / 10
Joe Satriani, lo stregone bronzeo della chitarra, ovvero il «Surfista d’argento» delle sei corde, torna con il suo diciottesimo album in studio, ma proprio diciottesimo, eh. L’ambasciatore per eccellenza del sistema solare quando si parla di rock strumentale incentrato sulla chitarra, con il nuovo disco intitolato «Shapeshifting», ha tirato fuori un po’ di mosse audaci per prendere le distanze da quello che offriva negli ultimi, diciamo, tre album in studio. Ha cambiato tutto. Dallo studio alla squadra che lo accompagna lì dentro. Produttore compreso.
Lui, che sul piano musicale e artistico ha già detto alle folle praticamente tutto quello che aveva da dire, ovviamente non la vede affatto così. La sua nuova confessione musicale non porta scosse telluriche né spostamenti dei poli magnetici del pianeta, eppure. Con «Shapeshifting» Satriani ha consegnato un album che parla in modo diverso rispetto agli ultimi tre. Ci sono brani che si alternano l’uno all’altro nell’espressione, sia nella scelta dei tempi ritmici sia nel fatto che si differenziano tra loro per genere, o meglio per fusione di generi. «Shapeshifting» non è così «democratico» come lo erano prima «Shockwave Supernova» (recensione di RockLine QUI) o «What Happens Next» (recensione di RockLine QUI), che possono vantare una dose maggiore di sperimentazione e di jam, e dove Satriani lasciava più spazio agli altri elementi del sound per svilupparsi (suonavano più «da band»). «Shapeshifting» rimette la chitarra in una posizione chiara e inequivocabile di centro espressivo. Non del tutto, d’accordo, perché Joe sa ancora piegarsi con grande astuzia alle strutture delle tastiere (Waiting) dove serve a costruire l’atmosfera giusta, o imbracciare la chitarra acustica con cui strimpella così piacevolmente sullo sfondo, eppure. Per lo più l’album si concentra innanzitutto sulle storie raccontate dalla sua chitarra, che stavolta torna a dominare in modo decisamente più marcato.
Sul piano della produzione l’album è cristallino, sofisticatissimo e sonoramente raffinato. Gli elementi dell’immagine sonora, soprattutto batteria e basso, costruiscono una profondità e un’ampiezza enormi dello spettro sonoro, in cui si inserisce il modo di suonare di Satriani. Il suono ti prende alla gola in chiave bombastica, ma tra tutte le finezze conserva un grande calore! Di questa diversità è responsabile in primo luogo il produttore Jim Scott, e naturalmente la «squadra» di strumentisti che stavolta fa compagnia a Joe in studio, tutti vecchie conoscenze. Kenny Aronoff ha collaborato con i Chickenfoot, Chris Chaney su alcuni vecchi lavori di Satch, e poi c’è l’eccezionale sperimentatore del suono e tastierista Eric Caudieux, che ha sentito particolarmente bene il modo di suonare di Satriani e ha curato certi pastelli sonori davvero spiritosi con cui dà all’album un fascino e una tinta tutti suoi, mentre al linguaggio della chitarra rafforza il carattere, l’emozione o la passione del momento. Di carattere, stavolta la chitarra è estremamente «sfuggente». Ogni pezzo è una storia compiuta, in cui Satch chiude in ogni punto un compromesso di arrangiamento tutto nuovo (la definizione degli arrangiamenti: ritmo e stile).
L’album è marcatamente personale e intimo. Satriani è tornato perfino agli spensierati anni Ottanta, come si vede chiaramente in Nineteen Eighty, dove ha reso omaggio alla figura dei suoi Squares (suono alla Eddie Van Halen e un classico rally rock’n’roll pieno di nostalgia), poi in Big Distortion, che ti catapulta dritto su qualche stadio sold out degli anni Ottanta con 120.000 spettatori, e tu te ne stai lì da solo nel cono di luce, mentre tra riverbero sparato e distorsione delle frasi applaudono (a ritmo di musica da ballo) tutte le 240.000 mani del posto. Anche Spirits, Ghosts And Outlaws, bella carica, si aggiunge a Nineteen Eighty a livello di energia. In questi momenti l’album incarna il sentimento dei tempi d’oro, quando Satriani pubblicava dischi come «The Extremist» o «Surfing With An Alien». Joe resta «un eterno bambinone» e irradia in ogni momento il calore ribollente di un grande ottimismo. È così anche nel nuovo album, che regala all’ascoltatore parecchi momenti divertenti e lucidi, come nel brano Ali Farka, Dick Dale, an Alien and Me, dove, come suggerisce il titolo, mette insieme in modo assai riuscito ornamenti arabi (ritmica compresa) ed elementi surf, e quell’«alieno» è in realtà Eric sulle vecchie strutture sonore della sintesi. Sicuramente un pezzo che spicca nell’album per la sua struttura perspicace ed è qualcosa che da Satch non avevamo ancora sentito. Come deviazione speciale va segnalata anche la gita reggae in Here the Blue River, dove Satch colora la frase guida e il ritmo anche con escursioni che, per esecuzione e suono, si avvicinano a una sfilza di «soundscape».
Ci sono momenti di grande raffinatezza, dove ti prende una finezza eccezionale, una distinzione sonora, l’ondeggiare degli elementi che compongono il paesaggio sonoro, con una contemplazione incredibile, ovvero con un alto grado di riconciliazione reciproca nella percezione, che esprime la sensibilità dei brani All For Love e Teardrops, così come la mistica di Falling Stars. A garantire una dose abbondante di divertimento e di giocosità ci pensano le strutture da «girotondo» di All My Friends Are Here, che è il punto assoluto di festa, e la conclusiva Yesterday’s Yesterday, leggera e «colorata» di fischi.
«Shapeshifting» è dunque l’album in cui Satriani è riuscito a consegnare esattamente quello che voleva. Una sequenza di tredici brani dal carattere molto diverso, che disegnano con vividezza la personalità, o meglio il dossier musicale, del suo modo di suonare la chitarra. Sembra perfino autobiografico, perché in certi momenti Satriani ripercorre con grande efficacia, in chiave energetica e nostalgica, la sua strada musicale fino agli inizi della carriera. In ogni istante Satch resta in guardia, al posto giusto quando si mette al lavoro, e conserva quell’elemento ben noto, interiorizzato e divertentemente «sfuggente» di giocosità burlona. Dal punto di vista artistico l’album non sorprende affatto. Però porta una deviazione percepibile rispetto a quello che Satch offriva negli ultimi anni di carriera. Per Satriani una transizione più che benvenuta, una rinfrescata artistica e, summa summarum, una nuova impresa riuscitissima.
autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Shapeshifting
2. Big Distortion
3. All For Love
4. Ali Farka, Dick Dale, an Alien And Me
5. Teardrops
6. Perfect Dust
7. Nineteen Eighty
8. All My Friends Are Here
9. Spirits, Ghosts And Outlaws
10. Falling Stars
11. Waiting
12. Here the Blue River
13. Yesterday’s Yesterday
Formazione:
Joe Satriani – chitarra
Eric Caudieux – tastiere
Chris Cheney – basso
Kenny Aronoff – batteria
Lisa Coleman – pianoforte nel brano n. 11, mandolino nel brano n. 13
