John Waite – L’unica verità che conosco sulla musica è quella che trovo davanti al mio microfono (2012)
Luogo: Teatro Miela (Dom pristaniških delavcev) / Trieste / Italia
Data dell’intervista: 06.05.2011
Il 06.05.2011 a Trieste è salito sul palco l’eccezionale vocalist britannico con passaporto americano John Waite, conosciuto soprattutto per il suo percorso nella band rock classica The Babys e poi nel supergruppo di rock melodico Bad English, ma ancora di più per il suo hit devastante Missing You, con cui ha rimescolato da cima a fondo le vette delle classifiche musicali negli anni Ottanta. John Waite e la sua band si sono fermati qui nell’ambito del nuovo tour europeo, dedicato alla presentazione del suo nuovo album solista in studio “Rough And Tumble” (uscito il 21.01.2011 per Frontiers Records). Prima del concerto al Teatro Miela di Trieste, però, il nostro uomo si è ritagliato venti minuti e ha radunato attorno a sé, in una conferenza stampa, tutta la combriccola dei media, con cui ha chiacchierato un po’ di sé come musicista, del nuovo album, dell’industria musicale e di altro ancora.
Stasera assisteremo a uno dei tuoi primi concerti da solista, se non addirittura il primo in Italia, da quando hai suonato qui l’ultima volta con i Bad English. Come ti senti?
John: Sì. L’Italia è un paese bellissimo, ammiro in generale l’architettura che c’è da voi. Prima di arrivare a Trieste sono stato a Milano, che è un’altra città splendida. Dopo i concerti con i Bad English mi ero preso due settimane di pausa per venire in Italia, che poi si sono trasformate in un mese intero, il che vuol dire che da queste parti mi trovo di sicuro bene.
Senti qualche differenza particolare o importante tra i tuoi concerti negli anni Ottanta e quelli di oggi?
John: Dopo la fine della storia con i Bad English mi sono dedicato alla carriera solista. Ho dato la precedenza alla scrittura di canzoni orecchiabili. Volevo il successo commerciale. Ma con gli anni, invecchiando e maturando, cominci a scrivere canzoni diverse, musica diversa. A quel punto non puoi più usare la filosofia da teenager, perché alle spalle hai già una storia, e così maturi soprattutto in termini di poesia: i versi diventano molto più importanti, anche più profondi nell’espressione, ti toccano con più forza. Quello che contava nei Bad English, per esempio, erano ovviamente i testi, ma ancora più importante era quel suono enorme, quella produzione enorme. Per l’epoca quel suono era qualcosa di speciale e noi, da questo punto di vista, eravamo diversi, fuori dal comune e quindi interessanti. Anche oggi, quando scrivo musica, mi sembrano importanti tutte e due le cose, ma conto sul fatto di scrivere musica che poi posso suonare dal vivo. Oggi per me è difficile portare dal vivo canzoni che non siano state composte in una versione “unplugged”.
È questa la tua formula moderna?
John: Sì. Mi piacerebbe mantenere il tutto il più semplice possibile, una forma diretta di espressione sincera, diciamo autentica. Per gli album e per la traduzione di quelle versioni da studio sul palco. Oggi la maggior parte delle band registra al computer, i nastri sono roba del passato. Le band che apprezzo di più e che amo di più, come Thin Lizzy, Free o Mott the Hoople, cioè gruppi del periodo che va dalla fine dei Sessanta alla fine dei Settanta, suonavano molto dal vivo e in modo spartano, la produzione non era così importante, stava sullo sfondo. Quello che contava era la struttura, il carattere delle canzoni stesse. E anche oggi, quando creo musica, per me è la cosa più importante.
Un ritorno alle radici, al sound rock originario.
John: Sì. Quando ero nei The Babys eravamo considerati una band dal suono nudo e diretto. Avevamo l’organo Hammond, il pianoforte e nessun sintetizzatore. Personalmente non sono un grande sostenitore dell’unione tra rock e sintetizzatori, mi sembra che le due cose insieme non funzionino proprio come una coppia ideale. Il rock è la chitarra, l’accento nel rock è sulla chitarra, e questo vale anche per me: è lì che sono tornato. E naturalmente al mio modo di cantare, a mettere la voce, l’interpretazione vocale, al di sopra di tutto. Penso che basti un accompagnamento concreto di chitarra. Se ci butti dentro anche un sacco di tastiere, l’interpretazione vocale comincia a perdere carattere e peso, e così anche il carattere stesso del brano non lascia più emozioni intense. In quel caso non percepisci con la stessa forza intimità e passione, perché tutti i singoli elementi del suono si fanno concorrenza. Inoltre il minimalismo, per esempio quello di un trio, è una sfida enorme, perché devi essere molto, molto bravo, avere una solida preparazione musicale: la formazione di base di un trio non ti permette di nasconderti dietro nessun abbellimento cosmetico. Per riassumere il tutto: sì, mi piacciono le sfide. E l’autenticità è una sfida.
Quindi oggi, nel tuo modo di fare musica, la chitarra è il pilastro principale dell’accompagnamento?
John: Le forme che ottieni con le tastiere… allora, diciamo così. Le tastiere sono uno strumento enorme. Con una mano suoni le note basse, copri i bassi, con l’altra crei la melodia. Quando metti insieme le due cose, lo spazio è già molto pieno di base, e questo ti avvicina all’effetto finale di sinfonicità, che però dall’altra parte tiene in posizione di inferiorità il feeling rock. E in tutti quei vecchi pezzi blues, o Elli Fitzgerald, o quello che vuoi tu,… insomma, quei brani che mi stanno particolarmente a cuore avevano una produzione semplicissima. Se la chitarra è suonata nel modo giusto, per esempio quando mi metto nei panni dell’interpretazione vocale, e mi accompagna il suono giusto di chitarra, so esattamente qual è il mio posto nella voce e so esattamente cosa ci sto facendo, con la voce. Per me la chitarra è un punto di riferimento molto migliore nel quadro sonoro del rock.
Se ti guardi indietro, attraverso la tua ricca carriera musicale, per te come musicista cosa conta di più? Far parte di una grande rock band o essere un artista solista?
John: Ai tempi in cui nei The Babys regnava la democrazia, mi trovavo benissimo come membro della band. Scrivevo melodie, versi che poi tutti nel gruppo suonavamo dal vivo con grande piacere, suonando insieme. Con i Bad English era più dura. I Bad English avevano un carattere sonoro chiaro, molto più definito e rifinito, che di conseguenza sopportava peggio le deviazioni, quindi c’era meno democrazia. Gli arrangiamenti diventavano sempre più impegnativi e più complessi. Non fraintendermi. Per me personalmente tutti e due i dischi dei Bad English sono ottimi, però il suono stesso, l’aspetto stesso dei brani con quel tipo di produzione sembra un po’ troppo artefatto. Mi piace suonare e creare con persone, con musicisti che hanno un carattere musicale formato, una personalità musicale formata. Uno di questi è il mio attuale chitarrista Kyle Cook. Per dire, quando Kyle suona un semplice Mi minore alla chitarra, con la sua mano, con il suo suono, l’effetto è speciale, perché quel suono e quelle sensazioni le può tirare fuori solo Kyle e nessun altro. Kyle è un chitarrista fantastico. Io e Kyle siamo in giro da quattro mesi, a girare tanti palchi. Ed è un’esperienza unica. Kyle ha portato il livello di espressione e interpretazione della nostra squadra a un livello ancora più alto.
Quanto sei soddisfatto del tuo nuovo album in studio “Rough And Tumble”?
John: Ne sono molto soddisfatto. Se l’è cavata molto bene anche in classifica. Nessuno di noi si aspettava che raggiungesse il primo posto nella classifica americana “Classic rock”, oscillando tra il 6°, il 5°, il 7°, il 15° posto, e poco prima di lasciare gli USA è risalito di nuovo al quinto posto. Soprattutto considerando che è un album rock più diretto, che mette insieme Free e i primi Tina Turner, per me personalmente è stato molto esaltante vedere quanto il pubblico abbia accolto bene la musica del nostro album.
Secondo te il vero rock n` roll sta tornando?
John: Credo che alla gente piacciano le cose semplici. Io so di amare le cose semplici. E questo vale per tutta l’arte, per tutte le sfere dell’espressione artistica, dalla pittura alla scrittura di romanzi, alla musica,… e se, per esempio, gonfi troppo il tutto attorno alla sua idea di base, l’essenza di quell’idea, la sua intensità, la forza d’impatto dell’informazione nella sua essenza, si perde, si annacqua. Per questo devi stare molto attento e ragionare con grande lucidità quando ti metti a creare, per riuscire a fare le cose in modo semplice, comprensibile a tutto l’universo, ma senza che sembrino banali. Puoi essere molto penetrante già solo unendo due motivi, ma ci vuole un grande talento per mettere insieme i due motivi giusti, nel modo giusto.
Quale musica e quali artisti ti hanno colpito di più agli esordi della tua carriera musicale?
John: La musica country e western. Ero un fan di Marty Robbins. Stavo davanti alla vetrina del negozio di dischi Kenneth Record Shop a Lancaster e non dimenticherò mai quella copertina rosa del suo album “Gunfighter Ballads and Trail Songs” (l’album è uscito per la prima volta nel 1959, n.d.r.), con un cowboy pistolero vestito di nero con la pistola in mano, e poi il suo brano El Passo e le canzoni sull’America. Secondo me io sono diventato americano a cinque anni, guardando la copertina di quell’album. Marty è passato dai cowboy e dagli indiani a Elvis Presley e ai The Beatles, fino al rock n` roll come lo conosciamo oggi. Anche adesso ascolto musica americana. Di recente ho ascoltato molto Howlin` Wolf e tanti altri bluesman. Ed è roba grossa! Molto più grossa di quanto sembri a prima vista. Tutta la filosofia che c’è dietro. Poco tempo fa nella band abbiamo parlato molto di Robert Johnson, della poesia che ha creato. La sua poesia sembra scritta da uno con almeno un’istruzione superiore. Invece era un uomo semplice. Aveva un dono, un cuore, aveva le palle per osare. Ero ispirato dalla musica cowboy, ed è per questo che amo anche il country.
E cosa gira oggi sul tuo iPod?
John: Oh. Ascoltiamo di tutto. Quando viaggiamo in furgone durante i tour, ognuno di noi mette insieme la sua lista e poi uniamo le liste dei preferiti in un’unica lista comune. Quindi tutto quello che sta tra Dusty Springfield e… di nuovo Howlin` Wolf. Quella semplicità compensa tutto. Quando senti il cuore nella musica. Ed è questo l’essenziale. Non conta chi ha creato la musica, da dove viene. Conta che sia intrisa di anima.
E le band moderne?
John: A dirti la verità, oggi non ascolto più molto la radio. Semplicemente perché è molto frammentata nei contenuti. Scelgo io tra rock classico, jazz e country. Cerco l’eclettismo negli artisti. Ma quando prendo in mano la mia chitarra, la musica diventa rock, anche se continuo ad ascoltare tantissima musica diversa.
Come componi la musica?
John: Per l’ultimo album… è andata così: mentre attraversavamo i Paesi Bassi ho cominciato a scrivere un libro. Era un libro con le pagine bianche. All’inizio avevo paura di scrivere su un grande libro vuoto, per non rovinarlo. Perché appena ci scrivi qualcosa, gli togli la verginità. Il libro è un’opera d’arte. Ho cominciato a scrivere quei pezzi di puzzle in quel momento e in un modo tale che mi restassero sempre nel cuore. Ogni momento che è seguito. Quindi non creavo solo per un momento preciso. La maggior parte delle idee le pesco quando sono per le strade di una città, nei paesini, quando semplicemente passeggio…. Mentre registravamo, se mi veniva l’idea per un verso, smettevamo di registrare e infilavamo il verso lì, sul momento, costruendo i singoli brani in questo modo. Immagina: un verso, cambio di accordo, un verso, di nuovo cambio di accordo.,.. come se incollassi qualcosa. E in fondo è proprio incollare. Incollare i suoni. Per i migliori brani del nuovo album “Rough And Tumble” mi sono bastate due ore per finirli. Erano stati scritti un solo giorno prima di partire per lo studio, dove poi sono stati registrati. Quindi non ci sono regole, ma una cosa è sicura. Le cose migliori ti arrivano quando non pianifichi niente.
Intendi dire d’istinto?
John: Sì, puoi dirla così. Se chiudi gli occhi, vedi il mondo. Tutto quello che devi fare è chiudere gli occhi e andare avanti, e così arrivi all’essenziale. È allora che nascono le canzoni migliori. Le peggiori sono quelle in cui sono tutti seduti in una stanza e si chiedono a vicenda: “Qualcuno ha un’idea?” e poi tutti a masticare matite, e così io non riesco a lavorare.
Nella tua carriera hai collaborato con tanti grossi nomi del rock, da Ringo Starr a Neal Schon e così via… Chi ti ha affascinato di più e con chi hai preferito lavorare?
John: Penso che qui non esista una risposta adatta. Tirare fuori uno solo tra loro sarebbe scorretto. Verso di me e verso tutti questi ragazzi. In ognuno di noi ci sono più persone, e anche questi ragazzi cambiano con gli anni, e cambia il loro modo di percepire, di cogliere l’ambiente, di scrivere musica, e così via…. Inoltre dipende tutto dall’umore del giorno, da come suonerai poi alle prove, in studio,… Tutti questi fattori si sommano. Tutti questi ragazzi portano la musica dentro di sé, portano i loro accordi. Nella carriera ho collaborato con alcuni musicisti straordinari. E anche sul piano umano sono grandi persone. Da questo punto di vista posso ritenermi molto fortunato.
Come accoglie oggi la gente la tua musica ai concerti?
John: Mi sforzo di conquistare un pubblico il più ampio possibile. Dai 23 anni in poi sono abituato a ver gente venire ai miei concerti. Mi piacerebbe capire tutti i nostri ascoltatori che vengono ai concerti, com’è per loro accogliere quello che offriamo sul palco. Il motivo per cui giriamo da tre anni di fila per i palchi d’Europa è che vogliamo sfondare in Europa. Il pubblico europeo ascolta davvero quello che fai sul palco. Anche quando, come è successo a Londra, annuncio un brano nuovo, tutti aspettano con trepidazione di sentire come suonerà. Poi confrontano quel brano con uno vecchio della fine dei Settanta e si addentrano a discutere con quale chitarra sia stato suonato questo o quel pezzo e cose così. Sembra che il pubblico europeo ami davvero la musica, la percepisca, la capisca e l’accolga con molta più profondità e ampiezza di quello americano. Quest’ultimo prende la musica come qualcosa di scontato, il pubblico europeo invece è serissimo su questo punto. E solo una reazione così ti dà la vera conferma di essere sulla strada giusta e conferma, in fondo, tutto il senso del tuo fare musica.
Dopo la fine dell’era Bad English, hai mai pensato di riunirvi almeno per qualche concerto?
John: Penso che non funzionerebbe. Con i Bad English abbiamo chiuso la nostra storia al culmine. Amo entrambi gli album, ci sono tanti brani a cui tengo molto, soprattutto nel secondo, ma la creazione del secondo album in studio ci ha quasi distrutti. L’abbiamo scritto in appena sei settimane, poi sono seguite le registrazioni. L’album era finito, completato in appena due mesi. Il lavoro era enorme e penso che allora avremmo dovuto fare il disco con più pause, più lunghe. Sono contento che i ragazzi dei Journey stiano facendo le cose che amano fare (l’ultima frase era una stoccata all’ex compagno di Bad English di John, il chitarrista Neal Schon, n.d.r).
Come vivi i cambiamenti repentini dell’industria musicale di oggi?
John: In realtà non me ne preoccupo proprio. L’unica verità che conosco sulla musica è quella di quando salgo dietro il mio microfono. Tutto il resto è una stronzata (risata). Ora che c’è internet, chiunque può registrare il proprio album. E avere in tasca un contratto con una grande etichetta ti dà la possibilità di avere un grosso hit. Oggi, per dire, con internet la gente qui a Trieste può scaricare musica nata negli USA, ed è fantastico. Prima era così: avevi i costi per registrare l’album, poi giravi il video e avevi un nuovo costo, poi ti serviva un addetto stampa che piazzasse un video nelle trasmissioni televisive o un hit alla radio e dovevi pagarlo apposta, poi su tutto ti beccavi tasse enormi, che dovevi saldare. Oggi puoi controllare tutto da solo e tenere tutte le redini in mano. Oggi ti rispettano quando pubblichi un album, ti occupi tu della tutela del diritto d’autore e hai le cose sotto controllo, e non devi startene nell’ufficio di qualcuno a pregarlo: “Per favore, aiutatemi!” “Rough And Tumble” è stato creato in totale indipendenza da chiunque e pubblicato tramite diverse etichette. Puoi prendere tu le decisioni sulla tua musica.
Come procede la promozione dell’album “Rough And Tumble?
John: Fuori c’è il singolo If You Ever Get Lonely, e stiamo pensando di pubblicare anche un singolo per il brano Evil. Se Evil dovesse prendere piede, suoneremo in giro fino alla fine dell’anno. Se invece non succede, faremo solo qualche data e ci dedicheremo alla creazione di nuovo materiale. Due anni fa abbiamo pubblicato un album dal vivo. Mi piace essere sempre occupato.
foto: Jernej Vene & Aleš Podbrežnik
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