Judas Priest: Jugulator

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Etichetta: SPV/Steamhammer
Data di uscita: 16. 10. 1997
Produzione: Glenn Tipton
Durata dell’album: 58.13 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 8.0/10


Quando ho ascoltato questo disco per la prima volta, nel 1997, sono rimasto davvero scioccato e totalmente disperato. Con gli anni, a quanto pare, sono riuscito a imparare ad apprezzare con amore anche roba più estrema nel metal, ed ecco che questa recensione da parte mia ha finalmente senso: oggi guardo a “Jugulator” senza frustrazioni del tipo: “Buhuhu, peccato che Halford non ci sia più!”

Sette anni dopo l’uscita di “Painkiller” (1990), i Judas Priest sono tornati all’attacco in modo estremo e aggressivo come mai prima. Al confronto della brutalità del nuovo disco, “Painkiller” è un innocente passerotto. Il termine “estremo” di solito si usa per il death o il black metal e le loro varianti intermedie, ma nel caso dei Judas Priest, se guardiamo oltre ciò che sono stati e ciò che sono diventati con Jugulator, è sicuramente quello giusto. Halford non c’è più. Nella band è entrato il canadese Tim “Ripper” Owens, che con la sua potenza stende Halford al tappeto in ogni singolo passaggio. Ripper non ha un timbro riconoscibile come quello di Rob Halford, e nemmeno un carisma paragonabile a quello di Rob, ma il ragazzo si è scrollato di dosso senza paura l’ombra della scomoda eredità lasciata dal predecessore. Tim si è presentato su “Jugulator” senza un briciolo di imitazione o di timore reverenziale verso Halford e ha cantato tutto a modo suo. In modo estremo, proprio come i Judas Priest gli avevano chiesto.

Se “Painkiller” ci aveva servito qualche deviazione verso un’aggressività a semitoni, “Jugulator” ne è pieno zeppo, perché i Priest azzannano come pitbull impazziti. Se nel giro di un’oretta di ascolto non vi salterà la testa, vi ritroverete comunque spremuti e stremati, sprofondati nella poltrona sotto una grandinata infinita di calci e pugni.

Alla title track possiamo tranquillamente appiccicare l’etichetta di progressiva. È noto che i Judas Priest hanno sempre amato sperimentare liberamente, e anche stavolta non è andata diversamente. La title track contiene alcuni dei passaggi di linea ritmica più complicati, un riffing massiccio e rovente che cambia continuamente faccia attraverso i vari motivi, e le fenomenali acrobazie di Ripper, con cui fa capire di essere più forte di Halford, soprattutto nelle tonalità medie e basse, mentre con screaming puliti e taglienti avverte subito che col suo vocale può fare quello che vuole. La voce aggressiva di Tim nei passaggi centrali accentua ancora di più l’atmosfera cupa e tenebrosa servita dal riffing di chitarra a semitoni, creando un’atmosfera pazzesca che attraversa le canzoni lungo tutto il disco..

Bloodstained ha un riff di chitarra principale fantastico, di quelli classici ben fatti. Insieme a pezzi dello stesso calibro come Burn In Hell, Bullet Train, Death Row e Dead Meat, è uno dei tanti momenti impressionanti dello “shredding” forsennato di K.K. e Glenn. Sono tutti pezzi infernalmente tirati, vivi e pieni di groove, che vomitano fuoco con tutta la forza e portano contrasti elettrizzanti tra un rumore brutalizzato e terrorizzante e la melodia, per quella che ne è rimasta. Ma la nuova botta che i Judas Priest hanno raggiunto è il momento più devastante della storia della band. Il contrasto incredibile in questi pezzi sta tra il mitragliare del doppio pedale e il taglio secco delle chitarre. Tim adatta la voce in continuazione, con un ventaglio variabile delle sue specialità. Questi pezzi sono momenti di esplosione e di detonazione totale, senza compromessi. È curioso che, per la prima volta dopo tanti anni, i duelli di chitarra perdano in qualche modo il loro primato nel linguaggio della band. Tutto gira intorno al riffing incandescente, e anche l’espressività degli assoli di chitarra viene ridimensionata da Ripper, con tutta la sua ferocia, con cui sommerge l’ascoltatore in modo così convincente.

Ci sono anche alcuni pezzi dai contorni drammatici e più atmosferici. Il primo è Abductors, dove piace soprattutto Ripper, con i suoi improvvisi salti dai registri bassi più arroganti e incazzati a “scream” ultrasonici perfettamente puliti. Uno di quei pezzi in cui il senso del dramma di Ripper è particolarmente in evidenza è Brain Dead. Il culmine epico e atmosferico del disco è però senza dubbio Cathedral Spires, dove nel ritornello al ragazzo si unisce un coro a più voci con cui la linea di base di Tim dialoga alla grande. È la canzone più lunga che i Judas Priest abbiano mai scritto, con i suoi buoni 9 minuti. Cathedral Spires è anche il pezzo in cui i Judas Priest hanno offerto più melodia sul disco, e di sicuro, tra tutti, è quello che riuscirà meglio ad attirare l’attenzione dei fan della band dell'”era Halford”. Non posso dimenticare nemmeno Decapitate, che tradotta suona graziosamente così: “tagliare la testa”. È il pezzo più lento, con un ritmo rotolante, colpi pesanti piazzati lungo la fortezza della batteria e di nuovo riffing di chitarra pieno di groove. Il pezzo ha un’ottima profondità sonora e una pienezza espressiva, con una tavolozza interessante di voci multiple, deformate di proposito con effetti sonori che fanno davvero nascere una sensazione inquietante nel brano. “You’ve lost your head sir!? Well, you will tomorrow!” Una bomba piena di “lick” di chitarra “scary”, insomma una creazione molto interessante uscita dalla penna della band.

I Judas Priest hanno centrato il loro obiettivo. Il risultato è, ancora una volta, un disco di dimensioni uniche e perfette, replicabili solo dalla band stessa. I testi sono pieni di rabbia, dolore e delusione per la vita dell’uomo comune, che vive il presente avvolto nell’incantesimo del controllo e del dominio. Non si trova nemmeno una minuscola scintilla di luce, né nella musica né nei testi. Il disco è un attacco totale alla cruda realtà. I Judas Priest sono un incenerimento chitarristico aggressivo a semitoni che colpisce dritto tra gli occhi, il cantato sicuro e variabile di Ripper Owens, molto più aggressivo di quello di Halford, e l’ottima batteria di Scott Travis, che rispetto a “Painkiller” è ancora “cresciuta”: messi insieme in modo fantastico. Come sempre. Convincentissimo. Tutti i fattori si potenziano a vicenda. Essere distruttivi, incisivi, i più rumorosi: tutto su “Jugulator” è tirato al massimo e potenziato fino ai limiti estremi. Sempre per la propria strada. Con “Jugulator” i Judas Priest hanno portato dalla loro parte nuovi fan, soprattutto tra gli amanti del thrash metal, ma hanno lasciato per strada gli irriducibili difensori dell’epoca classica con Rob Halford. Ma quest’ultima è una sciocchezza. “Jugulator” è un disco fantastico, che brilla con tutto il suo cuore sincero, pieno della propria missione. I Judas Priest hanno fatto ancora una volta ciò che hanno sempre fatto in carriera. Da disco a disco hanno alzato il volume del loro casino, e “Jugulator” è il disco più furioso e aggressivo della band dopo “Painkiller”. Solo uno dei tanti volti della band.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Jugulator
2. Blood Stained
3. Dead Meat
4. Death Row
5. Decapitate
6. Burn in Hell
7. Brain Dead
8. Abductors
9. Bullet Train
10. Cathedral Spires

Formazione:
Tim “Ripper” Owens – voce
Glenn Tipton – chitarra
K.K. Downing – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria


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