Judas Priest: Ram It Down
Etichetta: Columbia Records
Data di uscita: 17. 5. 1988
Produzione: Tom Allom
Durata dell’album: 49.33 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 7.5/10
Con un urlo supersonico e un bombardamento a tappeto di tutta l’artiglieria a disposizione della band, “Ram It Down” annuncia già dopo i primi istanti il ritorno alle radici. Eh eh, dov’è finito il melodiare patinato sui sintetizzatori? Non c’è (quasi!) più. I Priest sono (quasi!) ‘micidiali’ su “Ram It Down”. Il suono di tutta la band è stato alzato di qualche potenza e i Judas Priest devastano, seviziano i motori e, soprattutto, da vecchi volponi, tornano a fare davvero effetto shock. Insomma, un ritorno alle radici, ma nello stesso respiro si tengono ancora qualche leva portata in dote da “Turbo” (1986).
Che razza di mix fantastico di assoli ci servono K.K. e Glenn nella title track. Ancora oggi è uno dei duelli di chitarra più rifiniti mai messi su nastro. Dentro ci sono ornamenti di prima scelta, licks affilati come rasoi, giochi spiritosi di leva del tremolo, e gli assoli sono una vera tortura per le dita. Davvero un pezzo che ti divori con gusto. Una conferma continua della crescita dei due chitarristi nell’heavy metal. L’intro di Glenn ribadisce ancora una volta che i Judas Priest su “Ram It Down” non scherzano più: sono tornati a offrire a tutti i fanatici del metal un bel pugno di dinamite. Se guardiamo indietro al repertorio più vecchio dei Judas Priest, “Ram It Down” rappresentava fino ad allora una vera esplosione sonora. Come And Get It è già bella pericolosa, ma la bomba Hard As Iron, ottima, ti risucchia anche l’ultimo briciolo di senno “sano” e i Priest ci portano dritti in un sogno heavy metal perfetto.
Il sesto brano è un ottimo dramma ambientale: Blood Red Skies. Qui i Priest usano i sintetizzatori per chitarra con grande gusto e senza rovinare il quadro sonoro: anzi, i “synth” ora lo riempiono in modo fantastico e creano nel pezzo un’atmosfera eccezionale. Un brano pieno di epicità pomposa, in cui il cantante Rob Halford è al centro della scena con il suo sesto senso artistico. La canzone è un’avventura commovente, un vero mix di emozioni: rabbia, amarezza, struggimento e, nel cuore, il fuoco ardente della passione amorosa. Attenzione: nel suono di Blood Red Skies si sente un ritmo “campionato”. Si nota anche nell’ottima cover di Johnny B. Goode di C. Berry e nel metallaccio rotolante Monsters Of Rock. Parecchie parti di batteria sono programmate. Un esperimento che il gruppo aveva già provato su “Turbo”, ma che stavolta va a braccetto con un suono più sfacciatamente distorto di entrambe le chitarre. Era sempre più evidente che Holland non riusciva a reggere certi compiti, mentre il gruppo voleva sviluppare sempre più aggressività e velocità devastante. Molti pezzi di “Ram It Down” arrivano dal periodo di registrazione dell’album “Turbo”. La Columbia Records aveva infatti rifiutato l’idea di pubblicare un doppio album Turbo (si sarebbe chiamato “Turbo Twins”) da vendere al prezzo di un album singolo. Così quel materiale ha trovato posto su “Ram It Down”.
Le bonus track di questo remaster sono le versioni live di Night Comes Down e Bloodstone. Dal vivo i Judas Priest sono, come già detto mille volte, impeccabili e, come sempre, acciaio della qualità più pregiata. L’unica cosa frustrante è che le versioni live dei pezzi di “Ram It Down” non si trovano su nessuna uscita ufficiale della band. Beh, speriamo che in futuro recuperino anche questo.
“Ram It Down” nel suo insieme non raggiunge il livello di “Screaming For Vengeance”, “Defenders Of The Faith” o “British Steel”. Almeno per quanto riguarda la coerenza. Love Zone e Love You To Death sono i punti più deboli e faticano a reggere il confronto col resto del materiale sonico e col dramma atmosferico di Blood Red Skies. D’altra parte ci sono pezzi come Hard As Iron, I’m A Rocker, Heavy Metal e, naturalmente, la title track, che sono dei veri demolitori, ma diventava sempre più chiaro ed evidente che i Judas Priest, senza un batterista tecnicamente molto più ferrato, non sarebbero mai riusciti a realizzare certe aspirazioni musicali nei lavori futuri.
Per questo “Ram It Down” è un album che lascia un’impressione tiepida, né calda né fredda. Contiene elementi che sono un’evoluzione artistica dei lavori passati, ma d’altra parte alcune leve (la batteria programmata, l’aggiunta dei sintetizzatori, anche la produzione) frenano la belva, che non riesce a spezzare ogni catena e a liberarsi. A portare tutto questo, due anni dopo, ci ha pensato “Painkiller”.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Ram It Down
2. Heavy Metal
3. Love Zone
4. Come And Get It
5. Hard As Iron
6. Blood Red Skies
7. I’m A Rocker
8. Johnny B. Goode
9. Love You To Death
10. Monsters Of Rock
tracce aggiuntive nella ristampa rimasterizzata del 2001:
11. Night Comes Down (Live)
12. Bloodstone (Live)
Formazione:
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Dave Holland – batteria
