Judas Priest: Sad Wings Of Destiny

0 110

Etichetta: Gull Records
Data di uscita: 23. 3. 1976
Produzione: Jeffrey Calvert, Gereint “Max West” Hughes, Chris Tsangarides & Judas Priest
Durata dell’album: 39.12 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 9.0/10


Il debutto ‘Rocka Rolla’ (1974) non era riuscito a far sfondare la band a livello mediatico. I Judas Priest si guadagnarono qualche riga degna di nota sulla stampa solo con l’esibizione al Reading Festival, nell’estate del 1975. Rincuorati, tornarono in studio con Jeffrey Calvert e Max West per registrare il nuovo album, intitolato ‘Sad Wings Of Destiny’. Dietro le pelli la band sostituì di nuovo John Hinch con Alan Moore. Con ‘Sad Wings Of Destiny’ i Judas Priest sono molto più duri, sempre più rumorosi e decisamente più veloci rispetto all’esordio. È sorprendente quanti schemi di genere porti con sé questo disco, schemi che sarebbero diventati il marchio di fabbrica della N.W.O.B.H.M. Insieme all’eredità dei Black Sabbath anni Settanta e alle band heavy rock tipo Budgie e Montrose, ‘Sad Wings Of Destiny’ è un album fondamentale, comparso sulla scena a segnare il passo, e i Judas Priest sono una di quelle band che hanno spianato la strada ai gruppi successivi, la vera forza d’urto del movimento chiamato New Wave Of British Heavy Metal.

Due anni dopo l’esordio, i Priest misero davanti al pubblico molta, molta più musica, ma, cosa curiosa, anche con ‘Sad Wings Of Destiny’ la band non riuscì a convincere i media, e pure questo album, all’epoca, non ebbe un grande riconoscimento da parte della massa. La colpa maggiore era della Gull Records, un’etichetta troppo piccola e troppo debole per “spingere” il disco in modo visibile sul mercato, in mezzo alla feroce concorrenza dell’industria musicale: la gente semplicemente non sapeva né dell’album né, addirittura, che esistesse una band chiamata Judas Priest. Le cose andarono così in basso che alcuni membri della band dovettero rimettersi a lavorare, almeno per un po’, per riuscire a campare.

Ma quando negli anni successivi i fan scoprirono questo disco, diventò un album amatissimo dagli appassionati di hard rock e heavy metal, anzi, imprescindibile. I motivi sono abbastanza ovvi: dentro c’è quello che sarebbe stato indispensabile anche in tutti i dischi dei Judas Priest a venire, e che i ragazzi della band avrebbero poi continuato a potenziare con impegno. I riff! Per tutto il disco lo portano avanti con una tenuta heavy rock alta e incandescente, con l’unica eccezione di Prelude, tinta di Queen, un intro di grande gusto prima di Tyrant. Un riffing heavy semplice, brillante, sfrontato ed energico. Le fondamenta sono diventate solide, e lo strillo unico di Halford, ora più sicuro di sé, segna l’intero disco; inoltre i Priest hanno abbandonato gli inserti meditativi in stile flower power anni Settanta, di cui l’esordio è pieno zeppo, allontanandosi allo stesso tempo parecchio dalle radici blues.

La sensazione curiosa che mi prende sempre ascoltando l’opener Victim Of Changes è che sia una specie di seguito dell’esordio ‘Rocka Rolla’. Un pezzo più complesso nella struttura, di poco più di sette minuti, non è proprio quello che un amante della droga pesante si aspetterebbe da una canzone d’apertura. Il brano contiene le impressionanti linee vocali estremamente alte di Rob nella parte centrale. Si fondono alla perfezione con la canzone e con loro Rob porta il pezzo in modo brillante a un grande finale, tutto atmosfera elevata. Con The Ripper il disco prende finalmente la rincorsa giusta. In The Ripper Rob ci fa capire che, oltre al canto convenzionale, si trova a casa soprattutto sulle linee alte, e anzi, è proprio lì che Rob Halford è più forte. Un riff magistrale e martellante, un eccellente screaming melodico di Halford. Il verso ‘You’re in for surprise, you’re in for a shock!’ significa una cosa sola: i Judas Priest sono venuti a scatenare l’inferno. E non per niente. Il pezzo è costruito per colpire, dritto da hit; detto in parole povere, i Priest sono venuti a fare “business”. Per impatto e struttura dei riff il brano è formattato come da abecedario del metallaro. In pratica tutta la canzone trasuda un’energia incredibile, potenza, voglia, il carattere inarrestabile di una band venuta a prendersi ciò che le spetta.

Dream Deciever, con la chitarra acustica che per un attimo scappa quasi verso il flamenco spagnolo, è l’evoluzione assoluta del pezzo Run Of The Mill dell’esordio. Dream Deciever ha la stessa doppia faccia di Run Of The Mill, ma la botta di riff da una parte e l’attacco acustico dall’altra sono fusi con più gusto, e il pezzo è impreziosito dal canto di Rob, che suona incredibilmente deciso. È il brano più “anni Settanta” di tutti. Ma non è finita. La band getta benzina sul fuoco con il successivo Deciever, un vero sfasciatutto. Atmosfera e dinamica del disco ondeggiano di continuo su livelli altissimi. Prelude, strumentale, come composizione è un intro perfetto per Tyrant, e allo stesso tempo con lei i Priest tirano il freno a mano. Tyrant e Genocide sono i momenti con il riffing più tosto, quel genere semplice che ti fa subito ribollire il sangue nelle vene, un gustoso intreccio di motivi, assoli condivisi tra Glenn e K.K., che in due anni dall’uscita dell’esordio hanno fatto passi da gigante in quello per cui ancora oggi respirano all’unisono. In Tyrant la chitarra sinistra e quella destra mettono in scena un riffing a pari merito, in coppia. Sopra il riff di base hanno steso con arte una complessa armonia melodica a tre voci, che evoca un’atmosfera completamente nuova. Una finta che non era più una novità, ma un schema tipico di cui i gruppi new wave si sarebbero poi serviti in massa.

Genocide è forse una prosecuzione ancora un filo più dura, soprattutto perché il pezzo non ha i passaggi melodici di cui è così ben vestita Tyrant, e quindi i suoi riff mantengono una dose di aggressività leggermente maggiore. Non si torna indietro: se ‘Rocka Rolla’ contiene molte leve rock cliché degli anni Settanta, ora con Genocide e Tyrant i Judas Priest fanno pendere la bilancia in modo assoluto a favore dell’heavy rock / metal. Insomma, una roba che stava appena per diventare una tendenza molto apprezzata e ricercata. Il pianoforte di Glenn Tipton e la voce emozionante di Rob sono senza dubbio al centro di Epitaph. Un pezzo eccellente, dall’atmosfera grandiosa, che serve ad alzare il contrasto dell’intero disco e allo stesso tempo ricorda ancora una volta che i Judas Priest non hanno mai avuto paura di sperimentare. Il brano ha davvero un che di oscuro, come una terra devastata dove il sole non splende mai, dove regnano le macchine e il freddo intelletto maschile. Epitaph sfocia direttamente nel finale rovente di Island Of Domination. Un’ottima canzone di chiusura, che dimostra ancora una volta in che direzione si fossero indirizzati i Judas Priest.

‘Sad Wings of Destiny’ rappresenta un salto di genere pazzesco rispetto all’esordio. Più duro, più deciso, suonato con più sicurezza: si sente che i cuori dei ragazzi hanno iniziato a battere per un obiettivo comune.

Autore: Aleš Podbrežnik

Tracklist:
1. Victim Of Changes
2. The Ripper
3. Dreamer Deceiver
4. Deceiver
5. Prelude
6. Tyrant
7. Genocide
8. Epitaph
9. Island Of Domination

Formazione:
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Alan Moore – batteria

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie