Judas Priest: Sin After Sin
Etichetta: Columbia Records
Data di uscita: 8 .4. 1977
Produzione: Roger Glover & Judas Priest
Durata dell’album: 40.07 min
Genere: Heavy Metal
Voto: 8.5/10
Il futuro era tutt’altro che chiaro per i Judas Priest: dopo “Sad Wings Of Destiny” (1976), che non era riuscito a far accorgere la scena rock dell’esistenza di una nuova band, i ragazzi si erano ritrovati in un vicolo cieco. Mollare o tener duro? La fede fu più forte e proprio allora una grossa casa discografica, ricca e potente, da sempre uno dei nomi più pesanti del music business, prese sotto la sua ala la piccola band. Ai ragazzi questo diede di sicuro una bella spinta e restituì loro l’autostima di cui avevano un disperato bisogno. Con “Sin After Sin” i Judas Priest aprirono un nuovo capitolo della loro storia. A dargli una mano nella produzione dell’album fu nientemeno che Roger Glover, bassista dei Deep Purple.
Certo, “Sin After Sin” non è ancora il salto sui binari che negli anni Ottanta avrebbero fatto dei Judas Priest delle leggende immortali. Pezzi come l’opener Sinner (almeno nella sua parte centrale), Last Rose Of Summer, Here Comes The Tears o addirittura buona parte di Raw Deal non svelano ancora per niente quello che negli anni Ottanta avrebbe trasformato i Priest nella bibbia dell’heavy metal.
Nel sound i Judas Priest non avevano ancora sviluppato quella ferocia costante e quell’aggressività devastante, anche se dal punto di vista sonoro si facevano sempre più audaci e arroganti. Anche l’aspetto, all’epoca, ricordava più dei hippie “in ritardo”: della pelle borchiata e della fissa di Halford per le Harley Davidson sul palco, cioè di quegli elementi che in gran parte contribuirono alla fama successiva della band, non c’era ancora nemmeno l’ombra. “Sin After Sin” non offre ancora il vero heavy metal, ma è un disco interessante, fatto dello scontro con l’hard rock degli anni Settanta, in cui i Judas Priest innestavano a modo loro nuove idee musicali originali. Insomma, qualcosa che stava giusto per trasformarsi in heavy metal rock. Un album che dal punto di vista del genere oscilla ancora parecchio, e questo si riflette anche nella sua dinamica.
L’album si apre con un riff tirato a lucido, affilato come una punta. In Sinner Halford canta schiumante e rauco, direttamente dalla gola, con uno stile che nei due dischi precedenti non aveva mai usato. Ma nel ritornello strilla con tutta l’intensità, limpido come cristallo, e questo porta nel pezzo un contrasto ambientale fantastico. Nel mezzo Sinner si porta dietro, tra le chitarre che serpeggiano, sfumature psichedeliche, tipiche della moda dei primi anni Settanta. Queste tengono l’ascoltatore sempre in bilico: la canzone potrebbe virare verso qualcosa di simile all’opener Victim Of Changes del disco precedente? Ma il riff di base, espressivo, mantiene per tutto il tempo la posizione dominante, e il pezzo si chiude furioso e malfamato com’era iniziato. Diamonds And Rust è una cover di Joan Baez. In produzione le chitarre sono spinte indietro, come se facessero da orchestra a riempire il quadro sonoro, mentre in primo piano avanza la linea ritmica con il basso pulsante da una parte e la voce pulita, atmosferica e sentita di Rob dall’altra. Porta un contrasto fantastico nel disco, soprattutto perché il suo beat di base suona come preso da qualche discoteca degli anni Settanta. Starbreaker è senza dubbio uno dei picchi incandescenti del disco, che accenderà all’istante il cuore di ogni vero fan dell’heavy metal. Un riff aperto, semplice, tagliente, bruciante. Senza giri di parole e senza complicazioni, e proprio per questo offre la giusta dose di selvaggia furia indomata e di vero spirito ribelle, di cui i testi di disobbedienza dei Judas Priest sono pieni zeppi.
Last Rose Of Summer abbassa l’intensità e toglie all’album una bella fetta della sua dinamica, tanto che hai la sensazione che “Sin After Sin” abbia un inizio e una fine pulsanti e carichi, mentre la parte centrale del disco resta tiepida e meno espressiva. Certo, non è proprio così, perché i Priest danno gas in Let Us Prey/Call For The Priest, mentre la Raw Deal di sei minuti a medio ritmo, con le sue melodie R&B, toglie di nuovo slancio al disco, a parte gli ultimi due minuti, quando i Priest finalmente lasciano correre il riff, che si chiude in modo atmosferico attraverso i versi del ritornello “I’m Going! No Loss!” Here Comes The Tears è un’altra ballata, si apre dolce nello stile di Last Rose Of Summer, e Rob brilla con il suo senso della morbidezza e della delicatezza. Il pezzo è un trucco spiritoso e l’intensità cresce di giro in giro, soprattutto quando entrano l’accompagnamento variegato di pianoforte e chitarre acustiche e gli attacchi d’acciaio di una distorsione piena di autodistruzione, che alla fine manda il mondo in frantumi. L’ascoltatore ora desidera il colpo finale, e lo ottiene, perché l’atmosfera di crollo del pezzo precedente passa direttamente nell’incandescente Dissident Aggressor, che insieme a Starbreaker contiene in pratica il massimo di ciò che i Judas Priest avrebbero portato in tutti i loro lavori in studio successivi. Un attacco metal perfetto, le acrobazie vocali di Halford con scream eccezionali, in alcuni punti divisi tra canale sinistro e destro, fanno salire dinamica e atmosfera. Il disco così s’increspa in un’onda proprio sul finale, con tutta l’aggressività che i Priest avevano allora in corpo.
Il primo brano bonus è un’ottima cover di un successo dei Gun, intitolata Race With The Devil (“Gun”, 1969), ed è un’ottima soluzione per il remaster del 2001, cosa che non posso dire della versione “live” di Jawbreaker. Jawbreaker è un pezzo nato nel 1984. Quindi nei sette anni dall’uscita di “Sin After Sin” la band ha fatto un enorme salto di qualità, e in questo caso sarebbe stato meglio che i Judas Priest, se proprio non avevano trovato materiale del periodo di registrazione di “Sin After Sin”, questo bonus track non lo avessero incluso affatto. Anche l’intera retrospettiva offerta dai remaster ristampati sarebbe così risultata più sensata e un insieme più bello (e di miglior gusto).
“Sin After Sin” è il proseguimento della storia dei guai dei Judas Priest con i batteristi. Alan Moore aveva lasciato la band e a dare una mano ai Judas Priest arrivò l’ottimo Simon Phillips, all’epoca session man rinomato e molto stimato negli ambienti musicali, che oggi suona nei Toto. Anche per questo il salto di qualità rispetto a “Sad Wings Of Destiny” è più che evidente. Il disco è suonato con molta più sicurezza e il duo di chitarre Downing/Tipton risulta più compatto. Peccato che Simon non si sia unito alla band, perché il suo lavoro si fondeva alla perfezione con l’immagine musicale dei Judas Priest di quel periodo. Per il tour in arrivo, alla ricerca di un batterista disponibile, i Judas Priest reclutarono Les Binks.
Autore: Aleš Podbrežnik
Tracklist:
1. Sinner
2. Diamonds And Rust
3. Starbreaker
4. Last Rose Of Summer
5. Let Us Prey/Call For The Priest
6. Raw Deal
7. Here Come The Tears
8. Dissident Aggressor
tracce aggiuntive nella ristampa remaster, 2001:
9. Race With The Devil
10. Jawbreaker (live)
Formazione:
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Musicista ospite:
Simon Phillips – batteria
