Jugulator

0 5

Autore: Aleš Podbrežnik

Artista: Judas Priest
Etichetta: Columbia Records
Uscita: year
Durata: 58:13
Voto: 3/5

Sono rimasto davvero scioccato e completamente disperato quando ho ascoltato questo disco per la prima volta nel 1997. Beh, con gli anni a quanto pare sono riuscito a imparare ad ascoltare con amore anche roba più estrema nel metal, e così questa recensione da parte mia ha finalmente senso, perché ora guardo a “Jugulator” senza più frustrazioni del tipo: “Buhuhu, che peccato che non ci sia più Halford!”

A sette anni dall’uscita di “Painkiller” (1990) i Judas Priest hanno colpito di nuovo, estremi e aggressivi come mai prima. “Painkiller” è un innocente passerotto, al confronto con la brutalità del nuovo disco. Il termine “estremo” di solito si usa per il death o il black metal e per le loro varianti intermedie, ma nel caso dei Judas Priest, se guardiamo oltre ciò che erano e ciò che con Jugulator sono diventati, è sicuramente un’espressione azzeccatissima. Halford non c’è più. Nella band è entrato il canadese Tim “Ripper” Owens, che con la sua potenza stende Halford al tappeto in ogni singola sequenza. Ripper non ha un timbro così riconoscibile come Rob Halford, e non è nemmeno una figura carismatica come lo era Rob, ma il ragazzo si è scrollato di dosso senza paura l’ombra della gloriosa eredità lasciata dal predecessore. Tim si è presentato su “Jugulator” senza un briciolo di timore o rispetto per Halford e ha cantato tutto a modo suo. Estremo, esattamente come i Judas Priest pretendevano da lui.

Se “Painkiller” serviva qualche deviazione verso l’aggressività a semitoni, “Jugulator” ne è pieno zeppo, perché i Priest mordono come pitbull impazziti. Se in questa scarsa ora di ascolto non ti esploderà la testa, dalla grandinata sconfinata di calci e pugni ti ritroverai comunque spremuto ed esausto, sprofondato in poltrona.

Alla title track possiamo senza problemi appiccicare l’etichetta di progressive. Si sa che i Judas Priest hanno sempre amato sperimentare liberamente, e anche stavolta non è andata diversamente. La title track contiene alcuni dei passaggi ritmici più intricati, un riffing massiccio, vivo e incandescente che cambia continuamente faccia attraverso i motivi, e le fenomenali acrobazie di Ripper, con cui avverte che è più potente di Halford, soprattutto nelle tonalità medie e basse, mentre con screams puliti e taglienti fa subito capire che con la voce può fare quello che gli pare. L’aggressività vocale di Tim nelle sezioni centrali accentua ancora di più l’atmosfera cupa e tetra servita dal riffing di chitarra a semitoni, che crea un clima eccezionale nei pezzi lungo tutto il disco..

Bloodstained contiene un fantastico riff principale di chitarra in pieno stile classico. Insieme a brani di calibro simile come Burn In Hell, Bullet Train, Death Row e Dead Meat è uno dei tanti momenti impressionanti dello “shredding” chitarristico impazzito di K.K. e Glenn. Questi pezzi sono tutti, uno dopo l’altro, diabolicamente tirati, pieni di groove e vivi, sputano fuoco con tutta la forza e portano contrasti eccitanti tra un rumore terrorizzante e brutalizzato e la melodia, per quella che ne è rimasta. Ma la nuova botta che i Judas Priest hanno raggiunto è il momento più devastante della storia della band. Lo straordinario contrasto in questi pezzi sta tra il siluramento del doppio pedale e il taglio secco delle chitarre. Tim adatta la voce in continuazione con una gamma variabile delle sue specialità. Questi pezzi sono momenti di esplosione e di detonazione totale, senza compromessi. È curioso che per la prima volta dopo tanti anni i duelli di chitarra perdano in qualche modo il loro primato nel linguaggio della band. Tutto ruota attorno al riffing incandescente, e anche Ripper, con tutta la sua ferocia, sminuisce l’espressività degli assoli di chitarra, travolgendo l’ascoltatore in modo così convincente.

Ci sono anche alcuni brani dai contorni drammatici e più atmosferici. Il primo è Abductors, dove piace soprattutto Ripper con i bruschi salti tra le sequenze basse più arroganti e rabbiose e gli “scream” ultrasonici completamente puliti. Uno di questi pezzi, in cui il senso del dramma di Ripper è messo in particolare risalto, è Brain Dead. Il culmine epico e il picco di atmosfera del disco è senza dubbio Cathedral Spires, dove nel ritornello al ragazzo si unisce un coro a più voci con cui la linea di base di Tim dialoga a meraviglia. È il brano più lungo che i Judas Priest abbiano mai scritto, con i suoi buoni 9 minuti. Cathedral Spires è allo stesso tempo il pezzo in cui i Judas Priest hanno messo più melodia in tutto il disco e sarà sicuramente quello che riuscirà meglio ad attirare l’attenzione dei fan dell'”era Halford”. Non posso dimenticare nemmeno Decapitate, che tradotto suona graziosamente così: “togliere la testa”. È il brano più lento, con un ritmo ondeggiante, colpi pesanti posati lungo la fortezza della batteria e di nuovo un riffing di chitarre pieno di groove. Il pezzo ha un’ottima profondità sonora, una pienezza espressiva con una curiosa tavolozza di voci multiple, deformate di proposito con effetti sonori che fanno davvero vivere una sensazione spaventosa nel brano. “You’ve lost your head sir!? Well, you will tomorrow!” Un horror pieno di “lick” di chitarra “scary”, insomma una creazione davvero interessante uscita dalla penna della band.

I Judas Priest hanno centrato il loro obiettivo. Il risultato è, ancora una volta, un disco dalle dimensioni uniche, ripetibile solo dalla band stessa. I testi sono pieni di rabbia, dolore e delusione per la vita dell’uomo comune, che vive il presente avvolto nell’incantesimo del controllo. Non si trova nemmeno una piccola scintilla di luce, né nella musica né nei testi. Il disco è un attacco totale della crudele realtà. I Judas Priest sono un incenerimento chitarristico aggressivo a semitoni che colpisce dritto in mezzo agli occhi, il canto sicuro e variabile di Ripper Owens, molto più aggressivo di Halford, e l’ottimo drumming di Scott Travis, che rispetto a “Painkiller” è ancora “cresciuto”: hanno messo insieme tutto in modo fantastico. Come sempre. Convincentissimi. Tutti i fattori si potenziano a vicenda. Essere devastanti, incisivi, i più rumorosi: tutto su “Jugulator” è tirato al massimo e spinto fino ai limiti estremi. Sempre per la loro strada. Con “Jugulator” i Judas Priest hanno attirato dalla loro parte nuovi fan, soprattutto tra gli amanti del thrash metal, ma hanno lasciato per strada gli irriducibili sostenitori dell’epoca classica con Rob Halford. Ma quest’ultima è una scemenza. “Jugulator” è un disco fantastico, che brilla con tutto il suo cuore sincero, tutto preso dalla sua missione. I Judas Priest hanno fatto ancora una volta ciò che è sempre stata la prassi della loro carriera. Di disco in disco hanno alzato il rumore e “Jugulator” è il disco più furioso e aggressivo della band dopo “Painkiller”. Solo uno dei tanti volti della band.

Formazione

Tim “Ripper” Owens – voce
Glenn Tipton – chitarra
K.K. Downing – chitarra
Ian Hill – basso
Scott Travis – batteria

Produzione

Glenn Tipton, K.K. Downing & Sean Lynch

Tracklist

1. Jugulator
2. Blood Stained
3. Dead Meat
4. Death Row
5. Decapitate
6. Burn in Hell
7. Brain Dead
8. Abductors
9. Bullet Train
10. Cathedral Spires

Durata dell’album: 58:07

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito utilizza i cookie per offrire il servizio web, i sistemi pubblicitari e le funzionalità che senza cookie non potremmo fornire. Visitando e utilizzando il sito, accetti l’uso dei cookie. Accetta Leggi tutto

Privacy e cookie