Killing Machine
Autore: Aleš Podbrežnik
Artista: Judas Priest
Etichetta: Columbia Records
Uscita: 1978
Durata: 45:41
Voto: 3.5/5
“Killing Machine” è il disco in cui i Judas Priest hanno mollato del tutto la complessità per buttarsi su una botta cruda e diretta. Pezzi come Victim Of Changes, Sinner o Beyond The Realms Of Death possiamo scordarceli subito.
In un solo anno i Judas Priest hanno quindi sfornato due album parecchio diversi. Oltre al salto stilistico c’è anche quello di produzione: “Killing Machine” l’ha prodotto James Guthrie, con cui i Judas Priest erano rimasti molto soddisfatti dopo il lavoro su Better By You, Better Than Me (“Stained Class” è stato prodotto interamente da Dennis Mackay, a parte il pezzo appena citato). “Killing Machine” ha un suono ancora più cristallino del predecessore, alti e bassi più distinti, contrasti sonori ancora più marcati, e nel complesso un quadro sonoro più pieno e un suono più profondo. Il punto cruciale è che Mackay è riuscito a tirare fuori dalla band in modo più convincente quello a cui i Judas Priest hanno sempre aspirato: suonare in modo estremamente, scioccantemente tagliente e rumoroso. Ed è qui che “Killing Machine” è la definitiva evoluzione di “Stained Class”. Vero, i Judas Priest hanno sacrificato un pizzico di raffinatezza, ma la maggiore compattezza dei pezzi, costruiti in modo più semplice, ha dato ancora più impatto e immediatezza alla loro essenza. Per di più, questo ottimo remaster offre per tutto il disco una base di riff ancora più precisa, cosa che si nota soprattutto nei passaggi e durante gli assoli di chitarra. Molto più espressivi e atmosferici anche i sintetizzatori in Before The Dawn.
Nel remaster del 2001 sono inclusi come bonus due brani: una versione primitiva di Rock Hard, Ride Free (uscita in origine su “Defenders Of The Faith”, 1984), intitolata Fight For Your Life, con le stesse strofe e lo stesso pre-ritornello ma con un ritornello completamente diverso, alcuni passaggi e assoli di chitarra differenti, e una “scheggia” live di Ride Like A Wind, uscita originariamente nel 1982 su “Screaming For Vengeance”. Qualcuno di voi, come me, potrebbe storcere il naso per la presenza di entrambi i pezzi su questo disco, visto che cronologicamente non seguono l’evoluzione della band, ma sono senza dubbio imprescindibili nella collezione di CD di ogni fan dei Judas Priest.
Questo album ha tutto. Mazzate efficaci come la fantastica opener terrorizzante e aggressiva Delivering The Goods, la crollante Rock Forever e Running Wild, e ovviamente la granata da cannone Hell Bent For Leather (così suonava il titolo originale del disco uscito negli USA). Tra i pezzi a tempo medio ci sono le erotiche Burnin’ Up ed Evil Fantasies e la title track, dai versi oscuri sul nostro sconfinato prostituirci per il denaro. Uno dei vertici melodici sta nella commerciale Evening Star, semplice ma efficace, suonata al primo colpo. Non poteva mancare nemmeno l’inno Take On The World, e ancora una volta hanno sfoggiato il loro geniale talento per le cover. Stavolta hanno scelto di rifare il classico dei Fleetwod Mac Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown). Il pezzo è già di suo pieno di tragicità, schizoide com’era il suo autore, il maestro dell'”anglo-blues” Peter Green, negli anni in cui lo scrisse, e nelle mani dei Judas Priest suona per giunta in modo vampiresco e malvagio. I Judas Priest hanno aggiunto anche la triste e delicata ballata acustica Before The Dawn, che mantiene un contatto genuino con i Settanta, così i contrasti del disco risultano davvero accentuati.
Al loro ruggito, diventato un marchio di fabbrica indelebile, hanno aggiunto il cuoio. Cuoio consumato e catene. L’idea del cuoio l’avrebbe portata nel gruppo nientemeno che Rob Halford, direttamente dai gay club disco notturni. Certo, il cuoio sul palco non era una novità. Prima dei Judas Priest ci si erano già agghindati Alice Cooper e i Kiss. Ma i Kiss, nei loro costumi, restavano sul palco tanto “irreali” quanto degli alieni perfetti, mentre Alice Cooper sembrava di nuovo un pazzo arlecchino d’occasione. I Judas Priest invece hanno davvero stregato la folla con l’immagine in pelle, perché hanno avvicinato alle masse la loro nuova moda, unita a un taglio di chitarra devastante, senza freni e in modo semplicissimo. Sul palco sembravano “gente del popolo”, ragazzi di strada venuti a prendersi ciò che è loro. Hanno mostrato alla massa che si può cogliere il frutto proibito e restare impuniti. Anche da questo lato, la popolarità dei Judas Priest ha cominciato a schizzare verso l’alto.
Tutti i pezzi di “Killing Machine” si incastrano alla perfezione. L’album è impreziosito da una dinamica straordinaria, i brani offrono umori diversi e un’atmosfera di alto livello. Rabbia e furia, tristezza, amore,… e il tutto riflette un’energia e una voglia fuori dal comune di “essere quello che senti di voler essere”. Di questa band è sempre piaciuta la sincerità e il coraggio. I Priest hanno sempre sperimentato senza paura e in tutta la loro storia è difficile trovare due album in cui non si avverta un cambiamento positivo in avanti.
I Judas Priest stavano per catapultarsi tra i nomi immortali del rock. “Killing Machine” rappresenta la consapevolezza di una band che si avvicina al culmine delle proprie forze, uno slancio creativo straordinario e una carica energetica irradiata dalla chimica del gruppo. Quando i cuori di tutti i membri battevano davvero per la stessa cosa (i versi di Rock Forever dicono tutto al riguardo). E una volta che capisci che con una forte volontà puoi realizzare ogni sogno, nessun ostacolo ti ferma sulla strada verso la meta. I Judas Priest erano semplicemente sulla strada giusta e in quel momento ne erano consapevoli più che mai. Mentre le discoteche, al ritmo di Boney M, Tina Turner e Bee Gees, si riempivano di corpi sudati e roventi, e la virosi ostinata di quella deformità chiamata punk aveva già da tempo divorato i giganti del progressive di inizio anni Settanta, l’embrione di una nuova dimensione musicale si preparava lentamente a venire al mondo. Si avvicinava il momento dell’esplosione e della rinascita generale dell’heavy metal, dopo la quale il mondo non fu mai più lo stesso.
Formazione
Rob Halford – voce
K.K. Downing – chitarra
Glenn Tipton – chitarra
Ian Hill – basso
Les Binks – batteria
Produzione
James Guthrie & Judas Priest
Tracklist
1. Delivering The Goods
2. Rock Forever
3. Evening Star
4. Hell Bent For Leather
5. Take On The World
6. Burnin’ Up
7. The Green Manalishi (With The Two-Pronged Crown)
8. Killing Machine
9. Running Wild
10. Before The Dawn
11. Evil Fantasies
BONUS TRACK DELL’EDIZIONE REMASTERIZZATA DEL 2001
12. Fight For Your
13. Riding In The Wind (Live)
Durata dell’album: 45:50