Kansas: The Prelude Implicit
Etichetta: IndiseOut Music
Data di uscita: 23/9/2016
Produzione: Phil Ehart, Richard Williams & Zak Rizvi
Durata dell’album: 53.23 min
Genere: Progressive Rock
Voto: 8.5/10
«The Prelude Implicit» è il primo album in studio dei Kansas dopo sedici anni e, allo stesso tempo, il primo con tre nuovi membri: il cantante/tastierista Ronnie Platt, il tastierista David Manion e il chitarrista ritmico Zak Rizvi. Platt è arrivato al posto del cantante originale dei Kansas Steve Walsh, che nel 2014 aveva deciso di andare in pensione, annunciando di fatto una nuova era per questi longevi maestri del prog rock americano. Fin dall’album in studio precedente, «Somewhere to Elsewhere» (2000), su cui aveva suonato per l’ultima volta il loro songwriter chiave e chitarrista originale Kerry Livgren, i Kansas avevano grossi problemi a scrivere materiale nuovo, perché dopo la (seconda) uscita di scena di Livgren tutto il peso della composizione era ricaduto su Walsh. Quest’ultimo, in quel periodo, non aveva proprio trovato l’ispirazione giusta per nuove creazioni, mentre gli altri membri storici dei Kansas, cioè il batterista Phil Ehart, il chitarrista Rich Williams, il violinista David Ragsdale e il bassista Billy Greer, nel 2009 avevano tentato la fortuna con il side project Native Window, che, a dirla tutta, aveva impressionato ben pochi fan di lunga data.
L’arrivo di Platt, Manion e Rizvi ha portato nuova energia nei Kansas e, dopo tanti anni, si sono rimessi a scrivere materiale nuovo. Con Rizvi i Kansas hanno finalmente riavuto un chitarrista ritmico in più, mentre Manion è il primo tastierista dei Kansas dopo Greg Robert. Entrambi hanno lasciato un segno importante sul disco come autori. Lo stesso vale per Platt, che aveva davanti il compito ingrato di sostituire il carismatico Walsh. Il timbro della sua voce sta a metà strada tra quello del giovane Walsh e quello di John Elefante, per cui non è difficile innamorarsene, e si può già parlare di una scelta più che azzeccata.
«The Prelude Implicit» è, in generale, un album molto equilibrato, che naviga bene tra il progressive rock sinfonico dei tempi d’oro dei Kansas e il rock melodico che li aveva conquistati negli anni Ottanta. Lo si sente chiaro e tondo già nell’opener «With This Heart», che con arrangiamenti sinfonici regali, passaggi di chitarra affilatissimi e una possente prova vocale di Platt spazza via in un attimo ogni dubbio sulla credibilità dell’ultima versione della leggendaria band. Ancora meglio è la un po’ nostalgica «Visibility Zero», dove a farla da padrona è soprattutto il violino di Ragsdale. Allo stesso tempo è davvero interessante sentire quanto Williams sia cresciuto come chitarrista principale dei Kansas dall’addio (definitivo) di Livgren. Nella power ballad «The Unsung Heroes», leggermente zuccherata ma sopportabile, ai Kansas ha dato una mano nella scrittura Geoff Byrd, amico di Ehart, che i più conoscono come il primo musicista riuscito a sfondare presso il grande pubblico grazie a internet. Uno dei pezzi più interessanti del disco è sicuramente la rinfrescante e al tempo stesso un po’ più incisiva «Rhytm in the Spirit», che al sound tradizionale dei Kansas, incentrato sulle armonie tra violino e chitarra, aggiunge anche alcune idee sonore nuove e interessanti, su una base leggera, quasi ‘timida’, jazzata.
Nella romantico-malinconica «Refugee» ha collaborato come autore il chitarrista britannico Mike Slamer, vecchio compare di Greer dai tempi dei Seventh Key ed ex membro degli ex Streets di Walsh. Gli amanti dell’epico symphonic prog come quello che i Kansas facevano negli anni Settanta troveranno pane per i loro denti nell’ottimo pezzo epico «The Voyage of Eight Eighteen», che senza dubbio rientra tra i loro lavori migliori senza la presenza di Livgren e farà presto il suo ingresso tra i classici dei Kansas. Armonie sinfoniche sontuose e passaggi complessi sono incoronati da una possente prova di canto e da assoli di chitarra e violino da applausi. Un tale livello di audacia sperimentale non si sentiva dai Kansas da un bel pezzo, forse addirittura dalla fine degli anni Settanta.
L’atmosfera mistica e imponente continua in «Camouflage», che si fa vanto di un ritornello bellissimo, quasi AOR, mentre i riff di chitarra incisivi e le ricche armonie sinfoniche ricordano parecchio gli anni Settanta. «Summer», di impronta rock melodico e con Greer alla voce principale, con il suo ritmo veloce, la natura melodica e i passaggi furbi è un pezzo solido, ma non esattamente entusiasmante.
Un po’ più interessante risulta «Crowded Isolation», dove entusiasmano soprattutto le armonie vocali epiche, che non si lodano mai abbastanza, mentre il tutto viene smosso anche da campionamenti programmati sulle tastiere e da sottili passaggi di violino. «Section 60» è uno strumentale rispettabile, che regala un finale pomposo e drammatico al disco. Come bonus track, proprio in fondo alla versione speciale di «The Prelude Implicit», trovi un inno dello stato americano del Kansas riarrangiato in modo interessante e cantato, «Home On The Range», scritto nel 1872 da Daniel E. Kelley, e il brano folk tradizionale americano «Oh Shenadoah», con cui la band ha reso omaggio alle proprie radici musicali e alla propria terra.
Con «The Prelude Implicit» i Kansas, come la fenice mitologica raffigurata su una copertina esteticamente non proprio riuscitissima, sono risorti dalle ceneri e hanno creato un album molto migliore di quanto i più avrebbero pensato, visto che non ci sono più né Walsh né Livgren, in passato i due songwriter chiave delle leggende del prog rock americano di Topeka. L’arrivo dei tre nuovi membri è stata proprio quell’iniezione di energia fresca di cui i membri storici, come autori e come musicisti, avevano un bisogno disperato, perché in questo modo si sono assicurati un futuro più lungo e al contempo hanno dimostrato di saper ancora fare un album in studio di qualità, che magari non rientra tra i loro più grandi capolavori, ma è comunque meglio della maggior parte del materiale uscito senza Livgren in formazione. Mossa saggia anche la firma con l’etichetta tedesca di orientamento prog Inside Out Music, con cui collaborano dal 2009 in poi, che farà sicuramente in modo che il nuovo album raggiunga più amanti della buona musica di quanti ne avrebbe raggiunti altrimenti.
Autore: Peter Podbrežnik
Tracklist:
1. With This Heart (4:13)
2. Visibility Zero (4:28)
3. The Unsung Heroes (5:02)
4. Rhythm in the Spirit (5:58)
5. Refugee (4:23)
6. The Voyage of Eight Eighteen (8:18)
7. Camouflage (6:42)
8. Summer (4:07)
9. Crowded Isolation (6:11)
10. Section 60 (3:59)
Formazione:
Ronnie Platt – voce principale, piano su “The Voyage of Eight Eighteen”
Rich Williams – chitarra elettrica e acustica
Billy Greer – basso, voce di accompagnamento, voce principale su “Summer”
Phil Ehart – batteria, percussioni
David Ragsdale – violino, voce di accompagnamento
David Manion – tastiere
Zak Rizvi – chitarra elettrica, voce di accompagnamento
