The Prelude Implicit

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Kansas
Etichetta: Inside Out Records
Uscita: 2016
Durata: 53:23
Voto: 4/5

»The Prelude Implicit« è il primo album in studio dei Kansas dopo sedici anni e al tempo stesso il primo con tre nuovi membri: il cantante/tastierista Ronnie Platt, il tastierista David Manion e il chitarrista ritmico Zak Rizvi. Platt è arrivato per sostituire il cantante originale dei Kansas Steve Walsh, che nel 2014 aveva deciso di ritirarsi, il che ha segnato in automatico l’inizio di una nuova era per questi longevi campioni del prog rock americano. Già dal precedente album in studio, »Somewhere to Elsewhere« (2000), l’ultimo con il loro compositore chiave e chitarrista originale Kerry Livgren, i Kansas facevano una fatica enorme a scrivere materiale nuovo, perché dopo il (secondo) addio di Livgren tutto il peso della scrittura dei nuovi pezzi era ricaduto su Walsh. Quest’ultimo, in quel periodo, non aveva trovato la giusta ispirazione per nuove creazioni, mentre gli altri membri storici, cioè il batterista Phil Ehart, il chitarrista Rich Williams, il violinista David Ragsdale e il bassista Billy Greer, nel 2009 avevano tentato la fortuna con un side project, i Native Window, che, a dirla tutta, aveva impressionato ben pochi dei fan di lunga data.

L’arrivo di Platt, Manion e Rizvi ha portato nuova energia nei Kansas e dopo tanti anni la band si è rimessa a scrivere materiale nuovo. Con Rizvi i Kansas hanno finalmente di nuovo un chitarrista ritmico in più, mentre Manion è il primo tastierista dei Kansas dopo Greg Robert. Entrambi hanno lasciato sull’album un’impronta compositiva importante. Lo stesso vale per Platt, che aveva davanti a sé il compito difficilissimo di sostituire il carismatico Walsh. Il timbro della sua voce sta più o meno a metà strada tra quello del giovane Walsh e quello di John Elefante, quindi è facilissimo affezionarsi e si può parlare senza dubbio di una scelta azzeccatissima.

»The Prelude Implicit« è in generale un album molto equilibrato, che naviga bene tra il rock progressivo sinfonico dei tempi d’oro dei Kansas e il rock melodico che li aveva baciati negli anni Ottanta.  Lo si sente chiaramente già nell’opener »With This Heart«, che con i suoi arrangiamenti sinfonici regali, i passaggi di chitarra ruvidi e la potente prova vocale di Platt spazza via in un attimo ogni dubbio sulla credibilità dell’ultima versione della leggendaria band. Ancora meglio riesce la leggermente nostalgica »Visibility Zero«, dove a regnare è soprattutto il violino di Ragsdale. Ed è interessantissimo sentire quanto Williams sia cresciuto come chitarrista principale dei Kansas dall’addio (definitivo) di Livgren. Sulla power ballad appena zuccherata, in modo sopportabilissimo, »The Unsung Heroes« ha dato una mano alla scrittura Geoff Byrd, amico di Ehart, che i più conoscono come il primo musicista riuscito a sfondare presso il grande pubblico grazie a internet. Uno dei pezzi più interessanti dell’album è senza dubbio la rinfrescante e un po’ più incisiva »Rhytm in the Spirit«, che al sound tradizionale dei Kansas, con l’accento sulle armonie tra violino e chitarra, aggiunge anche qualche interessante idea sonora nuova, su una base lievemente jazzata, quasi ‘timida’.

Sulla romantico-malinconica »Refugee« ha collaborato come compositore il chitarrista britannico Mike Slamer, vecchio compare di Greer nei Seventh Key e ex membro degli Streets, la ex band di Walsh. Gli amanti del progrock sinfonico epico, quello che i Kansas facevano negli anni Settanta, si sentiranno a casa con l’ottimo epico »The Voyage of Eight Eighteen«, che senza dubbio rientra tra le cose migliori fatte senza Livgren e farà presto il suo ingresso tra i classici dei Kansas. Armonie sinfoniche sontuose e passaggi complessi sono incoronati da una potente prova vocale e da assoli di chitarra e violino da applausi. Un tale livello di audacia sperimentale dai Kansas non lo si sentiva davvero da un bel pezzo, forse addirittura dalla fine degli anni Settanta.

L’atmosfera mistica e imponente prosegue in »Camouflage«, che vanta un ritornello bellissimo, quasi AOR, mentre i riff di chitarra incisivi e le ricche armonie sinfoniche ricordano parecchio i Settanta. La melodic rock »Summer«, con Greer alla voce solista, con il suo tempo veloce, la natura melodica e i passaggi furbi è un pezzo solido, ma non particolarmente emozionante.

Un po’ più interessante risulta »Crowded Isolation«, dove entusiasmano in particolare le armonie vocali epiche, che non si lodano mai abbastanza, mentre il tutto è reso più vario anche dai campionamenti programmati sulle tastiere e dai sottili passaggi di violino. »Section 60« è uno strumentale come si deve, che regala all’album un finale pomposo e drammatico. Come bonus track, proprio in fondo alla versione speciale di »The Prelude Implicit«, trovi un inno dello stato americano del Kansas, »Home On The Range«, riarrangiato in modo interessante e cantato, scritto nel 1872 da Daniel E. Kelley, e il brano folk tradizionale americano »Oh Shenadoah«, con cui la band ha reso omaggio alle proprie radici musicali e alla terra d’origine.

Con »The Prelude Implicit« i Kansas, come la fenice mitologica raffigurata su una copertina esteticamente non proprio riuscitissima, sono risorti dalle ceneri e hanno fatto un album molto migliore di quanto i più avrebbero pensato, visto che mancano all’appello Walsh e Livgren, in passato i due compositori chiave delle leggende del prog rock americano di Topeka. L’arrivo dei tre nuovi membri è stata quell’iniezione di energia fresca di cui i membri storici, come compositori e musicisti, avevano maledettamente bisogno: così si sono assicurati un futuro e hanno dimostrato di poter ancora fare un album in studio di qualità, che non rientra tra i loro più grandi capolavori, ma è comunque meglio della maggior parte del materiale realizzato senza Livgren in formazione. Mossa saggia anche la firma con l’etichetta tedesca di orientamento progrock Inside Out Music, con cui collaborano dal 2009 in poi, che farà sicuramente in modo che il nuovo album arrivi a più amanti della buona musica di quanti altrimenti l’avrebbero ascoltato.

Formazione

Ronnie Platt – voce solista, pianoforte su “The Voyage of Eight Eighteen”
Rich Williams – chitarra elettrica e acustica
Billy Greer  – basso, cori, voce solista su “Summer”
Phil Ehart – batteria, percussioni
David Ragsdale – violino, cori
David Manion – tastiere
Zak Rizvi – chitarra elettrica, cori 

Produzione

Phil Ehart, Richard Williams e Zak Rizvi

Tracklist

1. With This Heart (4:13)
2. Visibility Zero (4:28)
3. The Unsung Heroes (5:02)
4. Rhythm in the Spirit (5:58)
5. Refugee (4:23)
6. The Voyage of Eight Eighteen (8:18)
7. Camouflage (6:42)
8. Summer (4:07)
9. Crowded Isolation (6:11)
10. Section 60 (3:59)

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