Klubski Maraton 12
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Various Artists
Etichetta: Radio Študent
Uscita: 2012
Durata: 49:25
Voto: 3/5
La domanda che, quando si parla di alternativa slovena e si prova a sezionarla, salta sempre in primo piano è: lo spazio sloveno ha davvero abbastanza freschezza e botta da permettere a Radio Študent di sfornare ogni anno una selezione di nuovi nomi capace di alzare di continuo l’asticella di quel variopinto ventaglio di eccentricità di genere rispetto al passato? Visto che negli anni scorsi al bando si sono iscritti ogni volta più di cento tra progetti, live act e meraviglie da garage del nostro piccolo paese smaniose di esordire, la risposta non può che essere sì, e la selezione di quest’anno non fa eccezione: gli ideatori hanno messo insieme sei nomi nuovi, rari da sentire e decisamente sovversivi, partendo dall’idea che la qualità sia solo una questione di scegliere il meglio dei nostri covi, e anch’io mi sono avvicinato al nuovo prodotto, il disco Klubski Maraton 12, con una bella dose di alte aspettative ottimistiche.
Sul dischetto si mostrano al meglio ragazzi e ragazze che confermano che alla Slovenia, nonostante la recessione economica generale, le influenze che spingono a ridefinire il concetto di alternativa non mancano di certo, mentre il menu musicale più rumoroso dell’anno lascia intendere, almeno al primo ascolto, che la quantità non è sempre garanzia di qualità di ciò che si ascolta, anche se, va detto, a ognuno le sue orecchie. Dopo una partenza entusiasta che ha accompagnato il nuovo disco nel suo giro per i club sloveni, i maratoneti si sono buttati nel lavoro in modo piuttosto sgangherato e alla maniera tutta di casa di Radio Študent, e a farsi strada per primi nel cervello sono i suoni noise e minimalisti del gruppo di Črni graben The Kojn. Il duo, formato dal batterista e cantante Miha Ovca e dal chitarrista Marko Kos, porta la sua visione di quello che chiamiamo rumore articolato con un piglio che era già degli ormai defunti Schnaps, e in poco tempo di vita ha già lanciato sul pur selettivo mercato sloveno anche il suo album d’esordio sulla lunga distanza, We Really Like Beautiful Flowers. Più recente e finora inedito è il brano d’apertura Gvišn, che in poco più di un minuto spara quattro accordi: in un pezzo piuttosto diretto, tutto »balls out«, la ricetta base del gruppo si presenta in modo parecchio minimalista – pochi accordi, rivolta sovversiva DIY, produzione grezza che, nel tentativo di non cadere nei cliché, finisce per diventare proprio quello – un conglomerato vecchiotto e impolverato di hardcore punkeggiante, pieno di frasi già sentite, mentre la freschezza promessa, l’umorismo e il positivismo della follia si perdono un po’ sotto una tonnellata di aria fritta. Siccome anche quest’anno ogni gruppo si presenta sul disco con due brani originali, per scrivere la recensione sceglierò un approccio un po’ diverso – più legato per temi e non in sintonia con l’ordine cronologico del disco. I primi stavolta sono anche gli ultimi, quelli di chiusura: i The Kojn, con il atto conclusivo un po’ più rock, il brano noise Rabit Hell Hole, mostrano anche un lato un po’, beh, più pop, e all’ascolto ricordano i White Stripes in un trip grunge parecchio paranoico, una mandria di batterie e chitarre che si trasforma in un grido di salvezza delirante e piuttosto riuscito, alla schwick’n’roll, che dà al disco un marchio di cui parlerò un po’ di più nella parte finale della recensione.
Secondi sul disco si presentano i freschi interpreti lubianesi della new wave balcanica. Il quartetto Čao Portorož è in effetti una delle belle sorprese di questa maratona di controllo di attenzione e pulizia dei canali uditivi, un omaggio indie rock ai giganti belgradesi come gli EKV e simili che in chiave ottimista trova un seguito alternativo più punkeggiante. In parte anche perché il gruppo ha un patrimonio genetico variopinto e uno spettro di gusti e influenze integrate nell’insieme culturalmente più ampio. L’omaggio ai Novanta riesce al cantante e bassista Ivan Kan Mujezinović, ai chitarristi Gregor Andolšek e Anže Petrič e al batterista Aljoša Cetinski, che lo vestono con una bella miscela scherzosa di Partibrejkers ed etica sub-pop del suonare di botta, in cui la voce melodiosa serbo-croata nel brano Ču è il giusto strumento di provocazione e di adescamento dei canali uditivi. Anže è invece più stoner e sporco, quasi del tutto incompatibile con la matrice sentita per prima, ma per aver reinterpretato in modo così radicale la loro musica e per l’equilibrio eccellente tra riff di chitarra interessanti e un basso al punto giusto sfrontato e soprattutto succoso, i ragazzi si meritano un applauso pieno. Batteria e voce sono prodotte un po’ poco, almeno per i miei gusti, ma la voce di Ivan, nella sua incarnazione fumosa, è paranoica al punto giusto e dà al gruppo quella lucentezza speciale di cui questa Maratona ha dannatamente bisogno.
Sfumature più trippy e leggere, di improvvisazione ipnotica e noncurante della forma, ci portano con il gruppo Trus! e il brano Whale Song in acque più strane. Il trio, composto dalla bassista Jelena Rusjan, da Boštjan Simon armato di sintetizzatore e dal batterista Peter Šuklar, non soffre della sindrome dell’euforia danzereccia, e il suo pop impregnato di garage flirta con il punk degli Elastica e con le trame alternative dei Manul del Prekmurje, mentre tra i riferimenti i due ragazzi e la ragazza mettono pure Škrip Orkestra, Vanilla Riot e Kombo Zlatka Kaučiča. Che cosa dice questo del gruppo? Niente, a essere onesti, perché più che all’estetica formale sono dediti alla sperimentazione dal vivo, e ai bip dei sintetizzatori servirebbe forse qualche rinforzo di chitarra, dato che il trip minimalista giamaicano-rastafariano (almeno la vocalizzazione tende al ya man) è più un darsi artistico alla frammentazione del suono che il lanciare slogan sensati; eppure i Trus! sono una bella mossa, che a tratti sorprende persino. Anche il nono brano di questo calderone musicale, la leggera Tenderness, si inserisce bene e senza forzature, ma una grande eccellenza qui non c’è, per niente. Non come con gruppi tipo Sphericube, Coma Stereo e simili, e con le mie più amate gite nelle sfere del sonicamente inaudito. I Trus! sono più vicini al gioco dei bambini e all’ipnosi ripetitiva che a un lancio trip hop nell’universo delle nebulose galattiche o roba del genere …
Timo Chinala punta invece su una ricetta break beat più collaudata e su un giocare con i suoni da one man show elettronico. Dietro lo pseudonimo si nasconde il producer del Prekmurje Timotej Bertalanič, e già il brano No Good mette in chiaro che, dalle parti del Prekmurje, oltre al fare musica alternativa organica, ci sta bene anche un suono più siliconato, di bassi grassi e risposte dub o dubstep in un mondo impregnato di fisica. Timo Chinala tiene vivo il legame con la vecchia elettronica, il ricordo degli Snap e di quei jingle dannatamente abusati degli anni Novanta su MTV si insinua in modo quasi bizzarro nella memoria, e i brani, in modo davvero strano, spingono a dondolare ma non a ballare; di sicuro, comunque, dissolvono in modo convincente il metro con cui si misura il tempo, e tra giochi ripetitivi col ritmo, bassi spessi e sample non si può rimproverare di noia questa trascrizione mononucleotidica della visione musicale di una sola persona. Anche il secondo brano più lungo del disco, il pezzo intitolato The Sound Of You Walking Away, segue la stessa ricerca di perfezionismo sonoro, e Timo Chinala aggiunge alla miscela reattiva di elettro oscurato tutto – oltre a piatti, echi, basso degradato e tuoni, anche un equilibrio perfetto in tutti i mattoncini; la trance a tinte da club, nonostante tutto il perfezionismo, si sente più nei legami con la crema dei DJ dell’Ambasada della costa che su questo disco, o nell’esagramma di nomi che promettono musica decisamente meno sofisticata, se mi concedete un po’ di sarcasmo.
Dopo la discesa inorganica dei fluidi corporei, l’apertura di tutte le valvole del subconscio e dopo che al disco sono finiti i diamanti più rifiniti (almeno per quanto riguarda l’elettronica), nel loro pezzetto di torta addentano con fatica i meno impressionanti Foe Spre Glass Om. Presumibilmente entusiasti delle attualità elettro, i fratelli Dejan (chitarra, synth e drum machine) e il bassista Denis Ilješ, insieme al chitarrista Miloš Skakić, offrono una povera messinscena di industrial alla Laibach. Senza badare al fatto che il tempo è oro, si intrecciano su una ritmica ripetitiva che, certo in versione più completa e arricchita, attribuiremmo a Tricky e ai Massive Attack, e la versione slovena del trip hop è rurale, solcata di rughe e dannatamente irritante. C’è un sacco di zavorra inutile e di chiacchiere che non vogliono saperne di finire. Né il brano Really né Favour portano la musica a un livello superiore, e il techno cupissimo e strafatto è gotico, distruttivo e pessimista. Il trio naviga per i labirinti dello sbrogliare le idee in modo goffo e con un’eleganza paragonabile a quella degli elefanti in un negozio di porcellane, ma sì, i Foe Spre Glass Om sono davvero qualcosa di speciale, a modo loro demente, concordo!
Dopo una onesta dose di purghe arriva un po’ di relax in una direzione più ingegnosa, e i salvatori del buon gusto sono dei ragazzi di talento di Novo mesto e Lubiana. Rok Zalokar Trio gravita tra la metropoli della Slovenia centrale e la capitale della Dolenjska, e dopo appena un anno di lavoro comune l’ideatore del gruppo, il tastierista Rok Zalokar, il bassista Dejan Hudoklin e il batterista Jože Cesar hanno un senso straordinario per l’improvvisazione collettiva, e il fragile equilibrio di tutti gli elementi, in entrambi gli atti del brano Snežna gmota, non scivola mai nella distruzione di ciò che è bello. Tra la simmetria del jazz da club, il giocare con standard e ritmica e soprattutto il fatto che, quando il pianoforte è in primo piano, ogni stonatura nella chimica reciproca dei musicisti si sente tanto di più, i ragazzi hanno sviluppato con successo una comunicazione senza parole, che riflette vecchi gatti di strada scafati nei club fumosi di musica nera. Non mancano nemmeno momenti più ipnotici: il secondo atto, il brano Snežna gmota II, è ancora più salato e, di carattere, meno illuminato da una luce ottimista, e il basso nelle mani di Dejan suona bene anche come strumento solista. Il ricordo di gruppi come Weather Report (ma senza sintetizzatori e senza sfumature più ottimiste, anche se da qualche parte sullo sfondo si sente un pizzico di entusiasmo per Jaco Pastorius), Mahavishnu Orchestra (o più Billy Cobham nel brano Heather) e i giapponesi dal tocco pianistico Mouse On The Keys torna subito vivo, ma stavolta un riferimento simile non lo conto come un difetto. Certo, la nota sentimentale è tutta di Rok Zalokar e compagni, e devo ammettere che, nonostante la giovane età, sono dei veri virtuosi nel loro lavoro. E chissà – magari questo, a modo suo insolito, gli porta pure la vittoria alla maratona di quest’anno? Dipende tutto da come si allineano le stelle e dal pizzico di buon gusto tra i giurati …
Con il migliore dei migliori sono riuscito ad arrivare in fondo ai segreti della ormai dodicesima Klubski Maraton, ma devo ammettere che stavolta grandi picchi o rivelazioni rivoluzionarie non se ne sono visti. Nonostante tutto, il dodicesimo atto ha lasciato abbastanza spazio per ulteriori miglioramenti e upgrade, direi ripetendo un parere già espresso. La raccolta di quest’anno poteva essere ancora migliore l’anno prossimo e soprattutto più sonicamente tosta, e il l’art pour l’art può lasciare il posto anche a frutti più succosi e più pieni di contenuto del sottosuolo sloveno ormai inondato. Di nomi buoni non dovrebbero mancarne, ma non c’è bisogno che, nella voglia di autodimostrarsi e di pisciare eternamente controvento in modo sovversivo, nella tredicesima si approfondisca ancora il divario tra l’idea ben articolata e ingegnosa e le idee più oscure e senza senso, che avrebbero bisogno ancora di un po’ di tempo per maturare e di un’evoluzione interna che dia ai singoli pezzi integrali la possibilità di esistere più a lungo, perché dopo una maratona per le budella dei club sloveni bisogna garantirsi in anticipo anche qualche salto fuori dai confini del nostro porcile mentale e ristretto. E per questo gioco e questo ballo alcuni dei nominati di quest’anno non sono ancora del tutto pronti, il che è, assolutamente, solo una questione del mio personale e fallibile parere e gusto …
Formazione
FOE SPRE GLASS OM:
Dejan Ilješ – chitarra, synth, batteria, drum machine
Denis ilješ – basso
Miloš Skakić – chitarra
THE KOJN:
Miha Ovca – batteria, voce
Marko Kos – chitarra, voce
TIMO CHINALA:
Timotej Bertalanič – mixer, sampler, synth
ČAO PORTOROŽ:
Ivan Kan Mujezinović – basso, voce
Gregor Andolšek – chitarra, voce
Anže Petrič – chitarra
Aljoša Cetinski – batteria, urla
TRUS!:
Jelena Rusjan – basso, voce
Boštjan Simon – synth
Peter Šuklar – batteria
ROK ZALOKAR TRIO:
Rok Zalokar – pianoforte
Dejan Hudoklin – basso
Jože Cesar – batteria
Produzione
Samo Pavlica, Jure Vlahovič, Marko Trstenjak, Andrej Kocan, Timotej Bertalanič
Tracklist
- KM 12 – Popotnica
- The Kojn – Gvišn
- Čao Portorož – Ču
- Trus! – Whale Song
- Timo Chinala – No Good (Dub Version)
- Foe Spre Glass Om – Really
- Rok Zalokar Trio – Snežna Gmota I
- Rok Zalokra Trio – Snežna Gmota II
- Trus – Tenderness
- Timo Chinala – The Sound Of You Walking Away
- Foe Spre Glass Om – Favour
- Čao Portorož – Anže
- The Kojn – Rabit Hell Hole