L’ultimo ballo con i Res Nullius (2013)
Autore: Sandi Sadar Šoba
Luogo: Orto bar / Lubiana / Slovenia
Data del concerto: 06.12.2013
Numero di spettatori: 150 – 200
Prezzo del biglietto: 10 €
Tutto ha una data di scadenza, e il vero rock’n’roll, con la sua doppia dose di combustione, di solito ne ha una ancora più corta, eppure capita che proprio i brillanti più decadenti e distruttivi del garage superino ogni aspettativa, sfondino la soglia magica dei due decenni e arrivino a sfiorare i tre decenni di esistenza. Una parte di questa storia di successo sui generis, di limiti del possibile spostati più in là e soprattutto di vera potenza d’acciaio del rock’n’roll sudato e ortodosso, la raccontano stavolta i ragazzi che da 25 anni demoliscono stereotipi, flirtano in modo provocatorio con i demoni dell’autodistruzione e servono la giusta dose di genialità garage. Dopo quasi 23 anni a camminare sul filo dell’universo nichilista della poeticità, però, il loro cammino pare chiudersi nello stesso modo in cui si era intessuto: in fretta, con impatto e senza rimpianti. La brillante stella rock di Velenje, la sanguinosa stella dei Res Nullius, cominciò a brillare nel lontano 1991, quando il cantante sicuro di sé Zoran Benčič e l’allampanato adoratore delle sei corde Boštjan Senegačnik uniscono i loro scettri di potenza creativa e anticonformismo e attirano nella missione di conquistare le vette lontane dell’eccellenza numerosi compagni di viaggio, che si avvicendano lungo la strada dietro a batteria e basso e nel frattempo mettono in fila cinque album a pieno sangue. Quest’anno, a quanto pare, sarà il momento di svolta in cui la macchina infernale dell’adrenalina si ferma per sempre: in nome dello svuotamento, della ricerca di nuove sfide e della difesa del proprio orgoglio da palco. Peccato, ma solo i veri uomini riescono ad ammettere di aver toccato il limite estremo delle proprie possibilità, e così, dopo lo sconcerto incredulo, l’amaro rimpianto e la delusione, era arrivato il momento di rendere omaggio ai giganti dell’avanguardia garage della valle dello Šalek nell’unico modo giusto: con la presenza ai concerti e un ultimo ballo su vere note organiche.
Che in parecchi la pensassero così lo dimostra il fatto che sotto il palco dell’Orto di Lubiana lo spazio scarseggiava cronicamente. Oltre ai difensori lubianesi della vera fede nel sex appeal dell’elettricità, le file le riempivano anche i forestieri arrivati da ogni angolo della Slovenia, decisi a seguire il quartetto di autentici anticonformisti e ribelli con un senso in tutte le date in cartellone di questo graduale spegnimento a dicembre, per la missione di un vero settimo giorno e di una sepoltura con tutti gli onori per gli eroi. Zoki aveva detto che dicembre, con il suo freddo invernale perfetto, è un periodo ancora destinato ai Res Nullius, e poi… Per non sperare invano in repliche dopo il giorno X bisognava dare retta alla voce interiore e assistere all’unico vero addio degli oratori del piacere, da seguaci e fedeli. Poco dopo le dieci di sera, sul palco ben assediato dell’Orto salgono tutti e quattro. Boštjan Časl si mette il basso a tracolla, dietro la batteria si siede Janez Marin e, dopo l’accordatura della chitarra di Seni, per ultimo davanti al pubblico si piazza Zoki: una delle ultime esibizioni, di certo l’ultima a Lubiana, può cominciare. Con un titolo che è tutto un programma, Zadnji ples, dall’eccezionale disco Zdravo je biti divji. »Pridi k meni tebi ti / jaz znam ustavit čas / pridi k meni ti / jaz mislim na glas / Ujela bova zvok / prodrla vanj / v fantastičnem letu / preletela dan …« scalda l’aria Zoran. I Res Nullius vogliono uscire di scena in grande stile e, senza lacrime di rimpianto, fare di tutto perché questo momento si imprima a fuoco nel cuore di tutti, anche se la carta è stata giocata e tutto è già deciso. Lo splendido fatalismo prosegue con un classico tocco di sessualità, voluttà e passione. Ženske nikol’ ne čakajo, canta la telecaster velenosamente dolce di Boštjan, mentre le urla avvelenate della Fender, insieme a un attacco ritmico splendidamente compatto e alla splendida poesia decadente e lasciva di carnalità di Zoran, riempiono le volte dell’Orto, dove il pubblico si abbandona a una splendida carezza boogie rock e a un ondeggiare di fianchi. Comunque la si voglia mettere, la vita è un dado, e dove finisce non si ferma: è il messaggio che i Res Nullius sostengono con forza con Zadovoljstvo. Con piacere cadiamo e ci rialziamo, per poter esprimere vitalità e presenza nel punto d’incrocio delle coordinate dell’universo. Lo splendido paesaggio di fatalismo e irrevocabilità poi accelera e si inasprisce alla velocità tuonante di Dvoboj treh. »Peklenska mašina prebija led / peklenska mašina je na poti spet!« cantano i Res Nullius a rotta di collo e senza riserve. Io, però, nonostante la metrica e l’esecuzione di grande impatto, sento la mancanza di un pizzico di passione e di spontanea distruttività vandalica, quella che dieci anni fa, in compagnia dei veterani del cuoio e dell’immediatezza di Velenje, ricevevo di continuo. Stavolta del tutto è rimasta solo la forma, lo scheletro, e sotto la trama dell’antico pericolo si muove qualcosa di diverso, un po’ più aspro, invecchiato e comunque leggermente trattenuto. L’unico che brucia il doppio è Zoran, ubriaco fradicio. Gli altri compagni d’armi, a quanto pare, sono ormai cresciuti oltre il rock’n’roll primordiale e sfrenato e l’hanno fatto diventare un hobby, non più una missione giovanile, una missione per cui sarebbero pronti anche a morire e a bruciare ancora per anni.
Un altro Pasji dan nella serie dello svuotamento esistenziale, ma ogni cosa ha il suo prezzo, no? Un magnifico estratto della solita bellezza dell’alienazione, della passione, dei sensi insensati dell’intreccio urbano di ormoni, e poi si torna a momenti antichissimi dell’album No One Can Like Drummer Man con un’esecuzione primordiale di Mama, meno punkeggiante che nel 1991, e subito dopo arriva qualcosa di nuovo, perché i Res Nullius ci »mandano a quel paese« con tutta la qualità possibile dal Prekleti bazar, portandoci a sud con V vagonu raztrganih duš. C’è qualcosa di incazzato in uno sputo in faccia, nello strappare brandelli di mondo a cui ci si oppone, qualcosa di rabbioso nell’opporsi all’eterno Altro dal piedistallo artificiale del palco, sul quale puoi essere una star solo per pochi momenti luminosi. Almeno per quei pochi momenti luminosi in cui i pensieri neri e i tormenti si possono spremere fuori attraverso gli altoparlanti, attraverso le corde vocali nei microfoni, attraverso le dita sulle corde e attraverso le bacchette sulle pelli, fuori nel mondo, così che l’anima amareggiata si faccia un po’ più leggera. E poi c’è questo tizio che combatte attivamente contro il mondo, anche se da Đoni scappano tutti, persino gatti e cani. Le piccole bestie e i moralisti che succhiano il nostro sudore secco e aspettano la nostra decomposizione oggi sono lontanissimi, e il ritorno carico di adrenalina al Bazar suona rock, potente e pieno. Niente finzioni, bisogna riconoscerlo: alla maniera dei Partibrejkers e dei Majke, i Res Nullius si tirano dietro il loro fumo d’argento mentre raddrizzano le Izkrivljene ravnine che spezzano le ossa. »Neokusno trezen grabim pod / Onečaščenje vse povsod / brezzobi duhovi usode delijo / Boj se ljudi, ki si resnico lastijo,« è poesia che scivola sotto la pelle e ha da dire qualcosa di più della falsa leggerezza dell’accecamento al neon della perfezione pubblicitaria. L’ipnotismo della decadenza è più incisivo e senza compromessi, e i Res Nullius il loro mestiere lo padroneggiano bene, anzi, benissimo. La chitarra, speziata di veleno, si lancia verso l’ignoto, mentre il pubblico saluta a gran voce l’attraversamento del Rubicone di Prekleti bazar. Fin qui, tessuto molle in eccesso non se n’è visto. Plešem s krvavimi podplati è una splendida metafora del nesso del mondo dei Res Nullius, dove è arrivato il momento di prendere le distanze dai vampiri a destra e a manca che bevono il sangue, e alla maniera della bellezza danzante dell’oscurità Zoran versa il suo dolore e la sua amarezza in versi su un ultimo ballo insanguinato attraverso la notte, verso il mattino di un domani sconosciuto. E poi tendono il grilletto del loro Revolver ljubezni, lo puntano contro il pubblico e sparano senza pietà, dolcemente, tutto il caricatore. Stavolta il sassofono sul palco non si sente, ma tra le minimalità di una chitarra più rilassata si passa a una dimensione di piacere meno impegnativa, in particolare con uno dei più grandi hit della band, Rojen leta 72. »Rojen sem leta 72 / Skočil sem dol s pobesneloga vlaka / oblečen v vse barve sveta / ker jaz nisem otrok mraka / Zlato polt mam, železne žile / Veliko srce, živim rock’n’roll drile / Moja je ulica, eden je kralj / Moje misli parajo metal,« confessa poeticamente Zoran, mentre la sicurezza con cui le voci del pubblico si uniscono al ritornello tocca il livello della perfezione, e l’addio dal palco dei cavalieri di Velenje dell’eccellenza garage si avvia verso il gran finale della serata.
Dopo la marcia di Pistoljero ci ritroviamo Nekje v Sloveniji, che corre in avanti distruttiva e senza un filo di leggerezza, perché »iščem voljo / iščem smeh / v soboto nekje v Sloveniji,« dove ognuno si fa il proprio viaggio buio di depressione nel nostro piccolo paese, mentre i Res Nullius salgono su un carro armato alla nitroglicerina e sparano raffiche di potente sfrontatezza rock. Rabbia e collera toccano, in modo splendido e assuefacente, il centro stesso del cuore tenero di chi sente, e poi arriva, quasi in versione stoner e sporca, un lento per quel pubblico che dopo il giorno del giudizio sogna i suoi ultimi sogni. »Rad bi bil s teboj / Sam še mal s teboj / Brez tebe sem izgubljen,« l’addio e un pizzico di tristezza li condivide con l’Orto Zoki, mentre i Res Nullius, senza abbassare la potenza, portano il loro ultimo ballo verso la fine. Tu sem da dajem, dice il testo di una canzone piacevolmente invecchiata, e dopo una discesa nei Balcani degli anni Novanta i soldati smarriti della generazione cancellata dei sognatori si concedono un ultimo Rock’n’Roll Party, dopo il quale il quartetto lascia il palco e vi sale una giovane, graziosa ragazza che molto probabilmente ha la stessa età dei Res Nullius, e poi arriva il gran finale con effetti speciali e aggiunte. Damir Jazbec, detto Jimmy, nonostante i trent’anni è uno dei migliori e più succosi armonicisti blues-rock, e quando apre la sua valigetta di pelle piena di armoniche ben avvolte, mette alla serata l’ultimo tocco! Già a Izštekanih 20 si era sentito che la sinergia tra il quartetto e lo speciale ospite all’armonica è eccezionale, e quando all’acustico subentra qualcosa di più elettrico e rumoroso, il gioco è ancora migliore! Dopo il ritorno sul palco il canto si chiude con una splendida versione di Zdravo je biti divji, che in chiave blues desidera un bell’atterraggio nel nostro mondo, poi mettono insieme in coro il magnifico Krvavi kolaž, che suona come un country infernale accelerato. »Rad bi videl, kaj počneš takrat, o si sam,« si chiede Zoran, mentre i livelli sonori vanno sempre più verso la distruzione totale. A Jimmy nel frattempo muore il microfono, ma lui lo rimette in piedi fino al ritorno a Velenje con 1000 Milj do doma, e con un colpo secco e compatto dritto al centro del cuore, con un brutalmente sincero »mi smo noč, mi smo dan / kdor verjame ne bo izigran,« i Res Nullius portano la loro marcia della morte fino all’orlo stesso dell’esistenza di questo splendido venerdì. Manca un po’ di sudore e di sangue sul palco, direbbero i più esigenti, ma dopo l’ultimo sfogo e l’ultima eruzione di Rock’n’Roll si possono calmare anche loro. »To je mesto zadnjih dni / zrak ima okus po črvih …,« erutta la bellezza necrofila delle metafore di Zoran, che mette lo specchio davanti a tutta la società e alla sconosciuta amante leccherebbe volentieri la polvere dalle vene inaridite. Il gran finale pomposo, all’insegna del grande quattro, funziona in modo così pieno e succoso che, dopo lo spegnersi dell’ultimo accordo sanguinante, ci sono già tristezza, rimpianto, la pomposa amarezza del buio.
Forse ora sono un po’ scettico, perché ciò che è bello non può e non deve interrompere la propria esistenza in modo così improvviso, così definitivo, quasi eutanasico. I Res Nullius sono una band che ha segnato la parte del leone del tempo che riesco a percepire come tempo musicale, quello che vivo, per conto mio, fin dall’adolescenza. Hanno lasciato un tocco di eccezionalità a un luogo che, passando dal socialismo al capitalismo, è diventato il rifugio di tanti sognatori smarriti. Velenje, dopo la partenza degli ultimi tra i migliori portabandiera dell’eccezionalità garage, è diventata più vuota, più spoglia, più surrealisticamente scarica. Forse è solo una fase, una debolezza passeggera, forse la cosa è irrevocabilmente definitiva, ma resta il fatto che l’ultima tappa a Lubiana, nella ben nota Orto, è stata scritta con splendida poesia di svuotamento, amarezza, asprezza e rettitudine autoctona, che nel mondo degli artisti smaniosi di piacere è tutto fuorché la regola. I Res Nullius sono scolpiti nel cuore di tutti noi che abbiamo rispetto per l’organicità e il senso della rivolta, in profondità e per sempre. Dopo il primo contatto l’infezione è rimasta, e la macchia d’inchiostro di un messaggio succoso in questi vent’anni si è solo allargata all’infinito. Dicono che stavolta i Res Nullius li abbiamo avuti per l’ultima volta, irrevocabilmente. Io aggiungo che la speranza è l’ultima a morire e, sperando in una trasformazione dell’universo fatalista in una direzione più costruttiva, auguro ai ragazzi, agli uomini, agli oratori del piacere, ogni bene per il loro cammino futuro nel freddo del mondo. Se cambieranno idea, sui palchi sloveni saremo sempre contenti e affamati di rivederli, ma l’importante è che restino, come sono sempre stati, fedeli a se stessi. Fingere e allungare falsamente l’agonia in nome del capitale sarebbe infatti peggio di un tradimento, che molti potrebbero giustamente rinfacciargli fino alla morte e oltre …
Setlist
1. Zadnji ples
2. Ženske nikol’ ne čakajo
3. Zadovoljstvo
4. Dvoboj treh
5. Pasji dan
6. Mama
7. V vagonu raztrganih duš
8. Đoni
9. Izkrivljene ravnine
10. Prekleti bazar
11. Plešem s krvavimi podplati
12. Revolver ljubezni
13. Rojen leta ’72
14. Pistoljero
11. Nekje v Sloveniji
12. Brez tebe
13. Tu sem da dajem
14. R’n’r Party
15. Zdravo je biti divji
16. Krvavi kolaž
17. 1000 Milj do doma
18. Rock’n’roll
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