Magic Potion
Autore: Sandi Sadar Šoba
Artista: Black Keys, The
Etichetta: 57 Records
Uscita: year
Li paragonano a due altri strambi più famosi, quelli che rispondono al nome di The White Stripes. Probabilmente perché anche loro hanno sfoltito la classica formazione di una band fino a lasciarne due. Ed è più che sufficiente, se hai qualcosa da dire. Se senti il ritmo e la melodia. Troppo poco, invece, se sei vuoto dentro e cerchi solo un modo per posare con eleganza e sparare salve di stupidaggini, vanteria e maniche tecnicamente levigate e vuote. Stavolta The Black keys ci dimostrano che il detto “less is more” è dannatamente vero. Dal primo accordo e dal primo colpo di bacchetta sulle pelli e sul metallo freddo dei piatti, trasudano intransigenza e crudezza – un gusto delicato di fragilità che ti entra fin dentro le ossa. Il quarto atto dell’epico cammino delle speranze di Akron si apre con ‘Just Got To Be’, che fa capire cosa ci aspetta: chitarre fuzz, una batteria incisiva che non giura sulla velocità, ma dove ogni nota e ogni colpo sono lì per un motivo. Il cantante canta con tanta sincerità e, nonostante non batta nuovi record di estensione vocale, la sua voce, che sembra venire da una gola nera (a proposito: The Black Keys sono in realtà due ragazzi bianchi che in nome del cuore hanno appeso al chiodo proprio tutto – università, lavoro, relazioni sentimentali ormai logore – e con gli strumenti in mano si sono avviati coraggiosamente verso l’ignoto per tentare la fortuna), è un vero balsamo e il collante che tiene insieme le canzoni in un tutto confessionale. ‘Your Touch’ canta alla maniera dei White Stripes il desiderio di fisicità, un lamento per l’amore perduto, la perdita, la disperazione e le lacrime trattenute. Tutto questo si condensa con eleganza nella ballata ‘You’re The One’, che fin dall’inizio culla l’album in una nebbiolina di ebbrezza narcotica. ‘Just A Little Heat’ parte con un riff che sembra uscito dalla borsa di Tommy Bolin. Presto si aggiunge una melodia alla Hendrix, un crescendo di tensione e la ripresa della frase iniziale, che ti ritrovi a fischiettare senza accorgertene per tutto il giorno. ‘Give Your Heart Away’ prosegue sul filo rosso di Hendrix. ‘Strange Desire’ è uno strappo inatteso, a modo suo, fuori dai confini del blues, di nuovo intriso di schemi e frammenti presi in prestito da Jimi, ma i The Black Keys restano comunque originali e, sotto altre spoglie, intrecciano il loro grumo sonoro di feedback, melodie fluttuanti e un leggero martellare di batteria sensuale. Il disco continua con oscillazioni d’umore simili, che tagliano come un coltello arrugginito e spuntato appena riaffilato. Fino al gran finale, che potrebbe tranquillamente essere anche l’inizio del disco: la canzone ‘Elevator’, che ci riporta in uno stato di malinconia blues. La nebbiolina attorno al Mississippi scende di nuovo. È il momento di sedersi sul portico davanti a casa. È il momento di un’altra birra e di chiedersi in silenzio se la vita abbia toccato il fondo.
Magic Potion, nonostante in certi punti ricordi persino troppo quello che potrebbe suonare una canzone perduta uscita dalle dita di qualche innovatore del suono ormai morto. A tratti ricordano un altro ribelle silenzioso, spesso fin troppo trascurato: Ben Harper. I tempi sono cambiati. Il blues è sopravvissuto. In un vestito nuovo, con aggiunte nuove, ma con un sapore del tutto familiare, che ci sta. Nessuna musica ha un respiro e un ritmo come il blues. Alimenta il rock e tutti i suoi derivati. È la base e la fonte principale per capire la cultura e la mentalità del Sud americano. Non devo andare ad Akron perché il paesaggio mi si apra davanti agli occhi quando li chiudo e mi perdo ad ascoltare musica. La produzione è piuttosto cruda, non levigata, e non segue le mode di oggi, tutte cristallina chiarezza, ma è proprio questo a dare all’album un fascino splendido. La voglia di sentimento viene soddisfatta alla grande. Di certo, però, non è un disco che si elevi in alcun modo sopra la media. The Black Keys sono semplicemente due tipi strani che non sono disposti a piegarsi alle richieste delle tendenze moderne. Suonano musica sentita, sincera, malinconica e a modo loro riescono, nonostante tutto, a sopravvivere e a campare con la musica, che è la loro unica missione. La chimica c’è. Il filtro magico è scivolato giù per la gola senza grossi problemi. Si è risvegliata solo la voglia di averne ancora…
Formazione
Dan Auerbach – chitarra / voce
Patrick Carney – batteria
Produzione
The Black Keys
Tracklist
1. Just Got To be
2. Your Touch
3. You’re The One
4. Just A Little Heat
5. Give Your Heart Away
6. Strange Desire
7. Modern Times
8. The Flame
9. Goodbye Babylon
10. Black Door
11. Elevator
DURATA DELL’ALBUM: 42:53