OPETH!!!
Autore: Rok Klemše
Luogo: Roncade, New Age
Data del concerto: 17.12.2006
Numero di spettatori: 600
Prezzo del biglietto: 6000 SIT (25 euro)
La macchina è partita e il drago a tre teste, composto per lo più dalla fazione metallara della ciurma di Rockline, si è lanciato verso il suo pellegrinaggio di stavolta nella Mecca italiana dei piccoli piaceri concertistici: Treviso. Anzi, per la precisione: stavolta ci siamo fermati un filo prima di Treviso. Dopo circa quattro ore di viaggio, condite a dovere anche da una bella colonna sonora sparata dalle casse dell’auto, siamo arrivati a destinazione. Il New Age è un club dentro un complesso di uffici alla periferia di Treviso, nella cittadina di Roncade. Ci sono i venditori di magliette che uno si aspetta di trovare nei suoi viaggi concertistici in Italia, perché vendono t-shirt a meno della metà del prezzo (sui dubbi riguardo alla qualità: dipende tutto da quanto riesci a vedere cosa compri nella penombra e da quanto hai già bevuto prima di comprare). Stavolta nel parcheggio davanti al club si era accampato un solo venditore, sulla cui bancarella si poteva scegliere solo tra magliette, felpine e altra roba di stoffa con sopra esclusivamente la scritta Opeth. Né il brutto tempo né la mancanza di sonno, dovuta soprattutto all'”allegro” dicembre, sono riusciti a spegnere la sensazione forte: stasera assisteremo di nuovo a un concerto degli strambi svedesi Opeth. Quest’anno li ho già visti – al Metal Camp – e non sono rimasto affatto deluso. Mi incuriosiva di più il misterioso trio di Manchester, gli Amplifier, psichedelici inglesi, sperimentatori sonori e sciamani del suono moderno. Più di così farei fatica a dire, perché le informazioni sono piuttosto oscure e contraddittorie – parlo di quello che si riesce a leggere su di loro in rete. Le informazioni sono poche. Di sicuro c’è che in Slovenia sono sconosciuti e che non incontri certo un sacco di ragazzi e ragazze che abbiano mai sentito parlare di loro…
Alle nove le porte del club si sono finalmente aperte e i buttafuori ci hanno lasciato entrare piano piano, a ondate. Nelle sue viscere il locale può accogliere anche 500 persone e più. Troppa ressa non c’era, ma volevamo comunque ammorbidire le corde vocali, e qui è arrivata la doccia fredda: per mezzo litro di corroborante nettare di luppolo bisogna sganciare la bellezza di 5 €, e per una bottiglia d’acqua normale ˝solo˝ la metà della cifra appena citata. Un po’ delusi e con la gola secca ci avviamo verso la meta del nostro pellegrinaggio al New Age. Al centro del palco troneggiavano già l’impianto e due batterie, ai lati del palco una marea di chitarre, mentre a terra decine di lucine di tutti i colori segnalavano la presenza di un’orda di effetti per chitarra. Verso le dieci e mezza meno dieci il tecnico di palco fa luce con una torcia a pile sul fonico, avvolto nel buio dietro un mixer enorme. Le salve rumorose degli Iron Maiden e degli altri classici si spengono poco a poco. Nel frattempo sul palco salgono furtivi tre uomini, ognuno afferra il suo strumento e la festa può cominciare. Dopo un pesante muro sonoro di feedback, fischi di chitarra e il rombo massiccio dei bassi a bassa frequenza, intrecciano il ritmo ondeggiante di ‘Motorhead’. La ripetitività ipnotica di ritmo e melodia somiglia soprattutto a un mix di stoner rock un po’ ammorbidito, a cui aggiungi un pizzico di senso deftonesiano della crescendo e un’ombra di mistica toolesca. Il trio sul palco non si fa scomporre. Il cantante Sel Balamir, a occhi socchiusi e chitarra in mano, comincia a cantare il suo manifesto su un mondo che può essere più bello della vita di tutti i giorni, dove ci sono vuoto, vacuum, svuotamento e un mare di dipendenze, dove si scappa e ci si nasconde in eterno. A qualsiasi prezzo e in qualsiasi modo. Eppure è possibile conservare il desiderio e la nostalgia di qualcosa di vero e appagante che porti redenzione. La musica è il riempitivo. Ordine e caos qui si danno la mano alla grande. Soprattutto si vede nell’esplosione sonora finale, che come un big bang riempie le volte del New Age. Un breve ringraziamento e un saluto in italiano maccheronico. Sul palco comunque sono piuttosto sicuri di sé e sparano battute con un forte retrogusto di umorismo inglese cinico e ambiguo, in cui bisogna fare un’analisi approfondita ogni secondo: “Noi siamo gli Amplifier e non siamo importanti! Segue una canzone dedicata a Babbo Natale! Panzer!” E subito dopo partono le fucilate del basso distorto d’apertura, che incide in profondità e dà una leggera scossa all’accoglienza piuttosto sonnecchiante dei fan italiani degli Opeth. La decadenza e il marciume della società dei consumi finiscono sotto la lente del cinismo, e la critica è avvolta in metafore e spirali di significati simbolici tutt’altro che univoci. Sanno colpire come un martello da dieci tonnellate avvolto in morbida gommapiuma oppure in una pelliccia fitta e soffice. Ti scuotono, ma l’ascoltatore deve prendersi il suo tempo. Un po’ meno pesante e dal suono più luminoso è ‘Neon’, che interrompe un po’ la serie di pezzi da sette minuti e passa. In effetti ‘Neon’ è l’unico brano del menù di martedì sera che rispetta i criteri di brevità e concisione per cui prima o poi potresti sentirli anche in qualche radio. Una canzone su amore e condanna, esposizione, tragedia. Il gran finale del set di mezz’ora è stato uno splendido intreccio di sensualismo chitarra-basso, condito da una batteria morbida. Il pezzo ‘Airborne’, uno dei loro assi nella manica più grossi. La musica è vicinissima alla psichedelia degli anni Novanta, che si sposa con lo stato del nuovo millennio, in cui molte cose non hanno significato né senso adeguato. Ti culla in uno stato di stordimento e di consenso acritico e distratto a tutto ciò che ti viene offerto. Subito dopo possono colpire e farti a pezzi. Se ascolti e allo stesso tempo riesci a sentire.
Quello che si dice e quello che si sente spesso non coincidono. Gli Amplifier però riescono a unire gli estremi in un quadro d’insieme e a legare i fili della loro storia con una calma apparente, uno stoicismo e un’abitudine a esibirsi davanti ai grandi. Il viaggio di mezz’ora, per lo più sull’ultimo album omonimo, si è concluso. Seguono i ringraziamenti a tutti i presenti e un grazie speciale all’attrazione principale della serata – gli Opeth, a causa dei quali l’accoglienza per la band di supporto è stata così trattenuta e passiva. In ogni caso gli Amplifier hanno mostrato preparazione e qualità. Non c’era poi tanta esplosività visibile sul palco, ma la chimica tra i membri c’era e si sentiva. L’unico fattore di disturbo potrebbe essere la ripetizione di schemi già sentiti, che sono lì apposta, ma a un ascolto superficiale ci si stufa fin troppo in fretta. Altri rilievi semplicemente non si possono muovere né argomentare. Per una valutazione troppo approfondita comunque non c’era tempo, perché nel frattempo sul palco erano già saliti gli Opeth…
Autore: Sandi Sadar
Alle dieci e mezza di sera è arrivato finalmente il momento che l’intera sala del New Age aspettava. Sul palco, tra il boato del pubblico e il coro “Opeth, Opeth”, sono saliti Akerfeldt e la sua banda di maghi svedesi degli strumenti. Senza tanti giri di parole, hanno subito attaccato con un opener potente e maestoso dell’ultimo album Ghost Reveries, Ghost of Perdition. Un vero piacere godersi il perfezionismo assoluto dei maestri svedesi. Il suono era regolato “a zero” e i pezzi dal vivo assumono davvero un aspetto ancora più possente che su disco. Mozzafiato l’affiatamento del quintetto svedese sul palco. Con gli Opeth non c’è spazio per gli errori! Akerfeldt oggi è senza dubbio uno dei cantanti più versatili del metal, la sua voce è da invidiare. È incredibile come riesca in un istante a passare dal cantare con un growl profondo e bestiale a un clean pulito, bellissimo e melodico. Un’altra qualità eccellente degli Opeth è che i loro pezzi da 10 minuti e più passano in un attimo, e con Ghost of Perdition non è stato diverso. Poi, ovviamente, l’immancabile saluto al pubblico, e Mikael ha aggiunto che il concerto al New Age era l’ultimo di un tour di 19 (!) mesi per presentare l’album Ghost Reveries. I concerti degli Opeth sono sempre un pacchetto 2 in 1, perché oltre all’ottima performance dal vivo il frontman Mikael si rivela anche un vero stand-up comedian, che potrebbe davvero competere con le leggende di questo mestiere. Le prime salve di risate le ha provocate chiedendoci se riusciamo a immaginare cinque uomini che convivono per 19 mesi… “Well it would be fun if we were gay.” 🙂
Sono seguiti due pezzi un po’ più vecchi, When (dall’album My Arms, Your Hearse) e Bleak (Blackwater Park), che si sono rivelati ottimi brani da concerto, e i 18 minuti complessivi sono volati. Dopo i pezzi d’apertura così incisivi era ora di rallentare, e gli Opeth ci hanno servito una splendida ballata dal concept album Still Life, Face of Melinda. Il momento giusto per chiudere gli occhi, e nella mente la storia di Still Life si è evocata senza problemi. Mikael è estremamente orgoglioso di questo album e al personaggio di Melinda si è affezionato al punto da dare il suo nome a sua figlia. Anzi, l’atmosfera che pervadeva l’intera sala si può descrivere con una sola parola: magia! Sono bastate due parole e la sala è stata di nuovo travolta da una risata fragorosa: “Eros Ramazzoti”. È seguito qualcosa di melodico, come piace agli italiani (Eros Ramazzoti :), e secondo l’annuncio di Mikael ci aspettava qualcosa di tosto, di death metal melodico, con il pezzo The Night and the Silent Water, che sorprendentemente è il brano meno amato dalla band tra quelli di Morningrise. Del tutto ingiustamente, e se ne è accorta anche la band quando ha cominciato a suonarlo dal vivo, come ha raccontato Mikael. Mentre suonavano, Mikael ha evidentemente notato in sala una signorina con un cappellino da Babbo Natale calcato in testa, e ne è seguita una battuta improvvisata al volo a spese del bassista Mendez, che secondo Mikael ha un fetish per le ragazze in tenuta natalizia… “Well who doesn’t”
“This is a song about the Devil” è stato l’annuncio del pezzo The Grand Conjuration, e davvero la combinazione tra la voce gutturale profonda di Mikael e un light show azzeccatissimo, con luci rosse e stroboscopio, ha evocato un’atmosfera infernale. Aspettavo solo che si aprisse la terra e ne strisciasse fuori qualcosa uscito da un romanzo di Lovecraft.
Anche la tranquilla Windowpane, in stile prog rock anni Settanta, si è rivelata una delizia da concerto. Ha portato il pubblico in una trance perfetta e anche la band si stava godendo il palco, anche se sembrava già un po’ stanca. Beh, e chi non sarebbe un po’ esausto dopo 19 mesi sui palchi di mezzo mondo. Durante la pausa servivano le chitarre da accordare e Mikael ci ha preso di nuovo un po’ in giro. Ha suonato un paio di accordi, accordi “happy” e “sad”, e a seconda dell’accordo suonato dovevamo mostrare con la mimica facciale se era 🙂 o :(.
Ci avvicinavamo alla fine della scaletta e Mikael ha annunciato l’ultimo pezzo della parte regolare, una delle title track dell’omonimo album. Ma prima ci ha chiesto una cosa che ha scatenato parecchie proteste.
Avete mai fatto headbanging a secco? No? Una cosa piuttosto stupida, vero? Beh, se volevamo sentire anche il pezzo finale della parte regolare del concerto, dovevamo dimostrare a Mikael anche questa abilità. Dopo momenti strazianti di headbanging “a secco” gli Opeth ci hanno finalmente fatto pietà e hanno suonato l’eccellente epopea Blackwater Park.
Alla fine gli Opeth ci hanno salutato e hanno lasciato il palco. Poi, ovviamente, sono arrivati gli immancabili urli e la richiesta del bis, che abbiamo anche ottenuto, nella forma della title track dell’album Deliverance… intitolata Deliverance, ovviamente. Dopo 13 minuti di dinamica e movimentata Deliverance gli Opeth ci hanno comunque lasciato, ringraziando sinceramente per il sostegno, che è stato davvero eccellente, come dimostra per esempio il semplice fatto che al chitarrista Lindgren il sorriso non è sparito dalla faccia praticamente per tutto il concerto.
Cosa dire per finire? Criticare questo concerto è quasi impossibile, io mi attaccherei solo a due piccolezze. Gli Opeth avrebbero potuto aggiungere almeno un altro pezzo in chiusura: la scaletta, senza pause e chiacchiere, durava infatti una buona ora e mezza. Sarebbero stati perfetti per chiudere Demon of the Fall, The Drapery Falls o Master’s Apprentice. L’altra piccola critica è probabilmente molto soggettiva. Personalmente mi ha un po’ dato fastidio che a tutti i pezzi, dopo l’ingresso in formazione del tastierista Per Wiberg come membro fisso, abbiano aggiunto il suono delle tastiere. Come dico, opinione del tutto soggettiva, a qualcuno può anche piacere.
I monaci indiani conoscono uno stato di coscienza particolare, che raggiungono per lo più con l’uso di sostanze inebrianti. Dopo un concerto degli Opeth però capirebbero di sicuro che non serve. Gli Opeth dal vivo sono infatti il nirvana perfetto!
Dopo più di un anno e mezzo di concerti gli Opeth se ne vanno così a un meritato riposo, nel 2007 si prospetta un nuovo album e al tour che seguirà la ciurma di RockLine sarà sicuramente presente, e a qualche data andateci pure anche voi. Vi garantisco che non resterete delusi.
Autore: Rok Klemše
Scaletta
Amplifier:
1. Motorhead
2. Fortuna
3. Panzer
4. Neon
5. Airborne
Opeth:
1. Ghost of Perdition
2. When
3. Bleak
4. Face of Melinda
5. The Night and the Silent Water
6. The Grand Conjuration
7. Windowpane
8. Blackwater Park
– bis –
9. Deliverance