Maiden England a Kalemegdan (2014)!

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Location: Belgrado / Kalemegdan / Serbia
Data: martedì, 17.06.2013


Nell’aprile del 1988 gli Iron Maiden si sono lanciati in quella che fino ad allora era una delle loro tournée più grandi, il Seventh Tour of a Seventh Tour, con cui presentavano il nuovo apice della loro discografia di allora, Seventh Son of a Seventh Son. Una tournée colossale, durata più di sei mesi, in cui la band ha mostrato senza dubbio di essere al massimo della forma, si è chiusa dopo 98 concerti, e il suo testamento è diventato il live Maiden England, registrato dal gruppo nel novembre 1988 a Birmingham. Due anni fa gli Iron Maiden hanno deciso di rivivere questo periodo importante della loro storia con il Maiden England World Tour 2012-2014. La giostra del tour è partita nel giugno 2012 negli USA e la fine è dietro l’angolo: l’ultimo concerto i giganti dell’heavy metal lo suoneranno il 5 luglio al Sonisphere festival a Knebworth. Su una delle ultime date del tour gli Iron Maiden hanno fatto tappa di nuovo anche a Belgrado, nella cornice idilliaca della fortezza di Kalemegdan, che in realtà si trova proprio in pieno centro città, ma allo stesso tempo ne è isolata e offre così tanti angolini tranquilli. Uno di questi sta sotto le mura, alla confluenza tra Sava e Danubio, ma stavolta di tranquillo non aveva proprio niente, anzi, era maledettamente rumoroso, perché le folle già si ammassavano sotto il palco.

Alle sette e mezza gli svedesi Ghost, dei veri cattivoni, hanno guidato la congregazione raccolta in un’orgia di heavy metal satanico. Sulle note di un malvagio intro sinfonico sono saliti sul palco tutti e cinque i Nameless Ghoul, seguiti dal capo della chiesa Ghost e star del palco Papa Emeritus II, che si è beccato subito un applauso fragoroso e fischi di approvazione. Ghost ci hanno buttati subito nell’anno uno, l’anno di nascita dell’Anticristo, Year Zero, e hanno avvolto Kalemegdan in una fitta, sinistra atmosfera di heavy metal retrò, o meglio di rock, intriso di temi diabolici e occulti. A rafforzarla ci pensa la presenza scenica degli spettri strumentali, e ancora di più l’udienza papale di Papa Emeritus II, che con la sua voce dolcemente ingannevole e i suoi gesti teatrali si prende tutta l’attenzione. Il pubblico serbo l’ha apprezzato ancora di più per i tanti discorsi in serbo. Peccato che la voce fosse piuttosto mal amplificata e i testi blasfemi non siano arrivati come dovrebbero, però la formazione strumentale a cinque ha fatto bene la sua parte, soprattutto i chitarristi con riff semplici ma potenti e il batterista, che da un set di batteria minimale ha tirato fuori davvero tantissimo.  I Ghost hanno ricevuto un’accoglienza piuttosto calorosa, che per la band di supporto degli Iron Maiden è più un’eccezione che la regola, e fa davvero strano vedere come gli svedesi siano riusciti a rendere così popolari Satana, Lucifero e il male, tanto che giovani e vecchi cantano versi come «Lucifer/We Are Here/For Your Praise/Evil One» e simili. Si sono congedati da Kalemegdan, che lentamente stava già affogando nel buio, con il successo dell’album Infestissumam Monstrance Clock. Papa Emeritus II for president, anzi, per Papa!

Mentre si preparava il palco per i Device, a intrattenere tra le nuvole con acrobazie ci ha pensato un Pilatus, e nel passaggio dal giorno alla notte le mura di Kalemegdan sono state illuminate con le luci, regalando al concerto una cornice davvero mozzafiato. Il pubblico è esploso quando dalle casse è partito il classico annuncio del concerto, l’inno degli UFO Doctor Doctor, e gli ultimi freni sono saltati con il verso «Seven deadly sins/Seven ways to win/Seven holy paths to hell/And your trip begins», quando il nostro viaggio di un’ora e mezza è iniziato con un’apertura spettacolare con l’indimenticabile classico di Seventh Son, Moonchild. Dagli Iron Maiden ci siamo ormai abituati (e viziati) ad aspettarci solo esibizioni eccezionali, e quella di Belgrado in questo senso non ha fatto eccezione. La band è partita a razzo dalla prima nota in uno show furioso, pieno di acrobazie heavy metal e coronato da un’energia fenomenale da parte di tutti sul palco. È proprio questo il marchio che ha portato i Maiden tra i più grandi, dove restano ancora oggi, nonostante i membri della band si stiano ormai concretamente avvicinando all’autunno della vita. E anche se in età più che rispettabile, Bruce, Steve, Adrian, Dave, Nicko e Janick con la mano sinistra stracciano gente la metà dei loro anni. L’unica crepa in una performance impeccabile per tutto il tempo è stata l’intro armonica un po’ sbagliata di Can I Play With Madness, ma per il resto nel live set dei Maiden semplicemente non c’è spazio per gli errori, e questo nonostante sul palco succeda di tutto di continuo: non solo scatenatezza giovanile, ma anche un cambio incessante di back drop, un incredibile gioco di luci, esplosioni pirotecniche e, ovviamente, Eddie! L’immortale mascotte stavolta si presenta in ben tre incarnazioni: durante Run to the Hills balla con Janick nelle vesti del generale Custer, nel momento più epico del concerto, la Seventh Son of a Seventh Son da dieci minuti di pelle-d’oca-e-orgasmi, si alza dietro a Nicko l’Eddie scriba, e per chiudere la parte principale, durante Iron Maiden, compare l’Eddie più imponente, quello della copertina dell’album Seventh Son.

Rispetto alla prima parte del tour, stavolta la band ha rimescolato un po’ la scaletta. Al posto di Afraid To Shoot Strangers  ha entusiasmato la straordinaria Revelations, il concerto si è chiuso con Sanctuary invece che con Running Free, ma purtroppo per un motivo ignoto è saltata la splendida The Clairvoyant. Ciononostante gli Iron Maiden sono andati di hit in hit, in forma smagliante, sia strumentalmente che vocalmente. Proprio Bruce è quello che ha dimostrato che gli anni non gli fanno proprio nulla, perché è ancora capace di una prestazione vocale incredibile, sia con la voce vellutata di registro medio sia con gli acuti da sirena «air raid». Solo in Aces High (comprensibilmente) non ce la fa più con le note estremamente alte, che infatti sono accordate più in basso, ma non dà fastidio. Sprecare parole sulla formazione strumentale a cinque è inutile, perché l’intreccio dei loro strumenti è rifinito fino al midollo, e si vede al meglio nei momenti top del concerto, l’indimenticabile epopea Phantom of the Opera e ancora di più negli attimi senza tempo di Seventh Son of a Seventh Son, dove tra i passaggi strumentali, l’intreccio di armonie di chitarra e l’impeccabile interpretazione vocale di Bruce (con un ciuffetto alla Danzig, ehehe) i brividi correvano lungo il corpo. Ancora una volta il saluto è arrivato troppo presto, stavolta con una Sanctuary allungata, e per chiudere l’immancabile Always Look On the Bright Side of Life in stile Monty Python, e fischiettando verso l’auto con le impressioni di un concerto ottimo, anche se davanti a te ci sono ancora cinque ore di guida e poi otto ore di lavoro, la vita si guarda davvero meglio dal lato positivo.   

testo: Rok Klemše
foto: Nina Grad

GHOST:
1. Year Zero
2. Con Clavi Con Dio
3. Prime Mover
4. Stand By Him
5. If You Have Ghosts
6. Ritual
7. Monstrance Clock

IRON MAIDEN: 
1. Moonchild
2. Can I Play With Madness
3. The Prisoner
4. 2 Minutes To Midnight
5. Revelations
6. The Trooper
7. The Number of the Beast
8. Phantom of the Opera
9. Run to the Hills
10. Wasted Years
11. Seventh Son of a Seventh Son
12. Fear of the Dark
13. Iron Maiden
 — bis —
14. Aces High
15. The Evil That Man Do
16. Sanctuary


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