Marbles

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Marillion
Etichetta: Intact Records
Uscita: 2004
Durata: 1:38:48
Voto: 5/5

I campioni del rock progressivo britannico Marillion hanno messo a segno con l’album »Marbles« uno dei risultati migliori della loro lunga carriera, cosa che per una band in perenne evoluzione artistica non era nemmeno così sorprendente. Il tredicesimo album in studio del ‘segreto musicale britannico meglio custodito’ era un progetto ancora più ambizioso del magnifico predecessore »Anoraknophobia« (2001), uscito grazie al crowdfunding online dei fan più fedeli dei Marillion. A differenza di »Anoraknophobia«, dove i fan avevano messo i soldi per il preordine, stavolta a essere finanziato è stato l’intero processo di creazione del nuovo album.

I fedelissimi dei Marillion hanno inoltre avuto un ruolo chiave nella promozione e nel marketing del disco, e con la loro risposta hanno superato ogni aspettativa dei membri della band. I Marillion gli sono stati immensamente grati e li hanno ringraziati stampando i loro nomi nel libretto dell’edizione speciale, doppia e rigorosamente limitata di »Marbles«, di cui parleremo in questa recensione. L’album è uscito infatti in due versioni: una singola e una speciale doppia. Quest’ultima era inizialmente disponibile solo in preordine dal sito dei Marillion, come ringraziamento ai più di 18000 fan che hanno aiutato a finanziare »Marbles«.

Già la versione singola era di ottima qualità, ma finisce ‘nell’ombra’ davanti alla fenomenale versione doppia di »Marbles«, con cui i Marillion, contro ogni previsione, sono riusciti a creare un capolavoro che per qualità se la gioca con il capolavoro concettuale »Brave« (1994) e con i migliori risultati dell’era Fish. L’album avrebbe potuto ottenere un successo commerciale ben più grande, se i signori delle classifiche britanniche non avessero giurato fedeltà a una regola piuttosto cretina, secondo cui un disco nuovo non può contenere adesivi. Siccome »Marbles« conteneva degli adesivi, gli illustri amanti della logica aziendale e dell’elitismo capitalista l’hanno escluso in automatico dalle classifiche britanniche e l’hanno trattato come se non fosse mai uscito. Poi dicono che gli americani siano la nazione più cretina del mondo.

Eppure non hanno potuto impedire lo straordinario successo del singolo »You’re Gone«, che, con loro grande rabbia e shock, è arrivato al settimo posto delle classifiche britanniche di popolarità, risultato che ai Marillion non riusciva dal ‘lontano’ 1987 con l’evergreen dell’era Fish »Incomunicado«. L’incredibile exploit per una band progressive rock è stato completato dal singolo successivo, »Don’t Hurt Yourself«, arrivato al sedicesimo posto della classifica britannica, così le belle sorprese non sono mancate.

Per la struttura dei singoli pezzi (soprattutto la title track in quattro parti) e per la natura dei testi, ancora oggi alcuni fan sono convinti che »Marbles« sia un concept album, ma questo è vero solo in parte. La maggior parte dei testi del cantante Steve ‘Mr. H’ Hogarth parla di solitudine in un mondo alienato (»The Invisible Man«), del desiderio di scappare in un posto migliore (»Fantastic Place«, »Ocean Cloud« e »Neverland«), della fiducia in un domani migliore (»Don’t Hurt Yourself«), dell’amore corrotto (»Genie«, »The Damage« e »Angelina«), dei ricordi dell’innocenza infantile perduta (tutte e quattro le parti di »Marbles«) e dell’amore perduto (»You’re Gone«).

L’album si apre con il travolgente epic di oltre tredici minuti »The Invisible Man«, uno dei risultati più ambiziosi della storia dei Marillion finora. Campioni elettronici nervosi, firmati dal maestro delle tastiere Mark Kelly, costruiscono lentamente un’atmosfera cupa, che l’ingresso della voce fatalista di Hogarth rende ancora più profonda. Il testo oscuro racconta la storia di un uomo che, a causa di una mediocrità incoraggiata dalle istituzioni e di una grigia ‘invisibilità’, non è stato più notato da nessuno, fino a diventare letteralmente invisibile per la società moderna, vampirizzata e iperegoista, di stampo neoliberista. A fare da splendido contrasto arriva il passaggio a una sezione ambient con fitte trame di sintetizzatori e malinconiche variazioni di chitarra del leggendario chitarrista Steve Rothery, che su questo album brilla a ogni occasione. Al mondo ci sono pochissimi chitarristi raffinati come Rothery, e si potrebbero contare sulle dita di due mani. Complesse variazioni ritmiche  con il dominio dei campioni digitali sorreggono la fenomenale prova vocale di H, che ci mette tutte le sue emozioni e si cala alla perfezione nel ruolo dell’uomo invisibile di oggi.

La splendida sezione ritmica, con il bassista Pete Trewavas e il batterista Ian Mosley, lavora a pieno regime su questo brillante, cupo epic, mentre l’atmosfera melodrammatica cresce di secondo in secondo. Nella parte finale arriva un’inattesa svolta verso una sezione tranquilla con malinconici passaggi di chitarra quasi bluesy, per cui l’umore tetro finisce per assumere sfumature quasi luminose. Dopo un crescendo commovente segue una svolta drammatica e trionfale in una sezione epica con un ritornello possente e uno struggente assolo di Rothery.

»Marbles I« porta all’improvviso un ambient pacato con un’impronta quasi jazz, mentre il canto malinconico di H è la fonte principale di nostalgia per l’infanzia perduta, quando sembrava che tutti i segreti del mondo fossero nascosti dentro le biglie. L’ottimista »Genie«, il racconto di H sugli alti e bassi dell’amore, è un’altra creazione ambient estremamente varia, con elementi di pop rock e un ritornello melodico in primo piano, in cui il maestro del canto mostra un’eccezionale versatilità vocale, perché si cala benissimo sia nel lato maschile che in quello femminile di questa drammatica storia d’amore. Il brillante passaggio temporale verso una sezione epica, con sfumature armoniche tra chitarra e tastiere, merita un inchino profondo, mentre il ritmo è abbastanza commerciale da garantire a questo standard dei Marillion lo status di hit in un ‘mondo normale’.

L’idealista e nostalgica »Fantastic Place«, un altro pezzo magnifico che punta su un arrangiamento centrale melodico, si apre con una sottile ouverture di pianoforte, su cui si innesta l’inconsolabile voce di H. All’introduzione malinconica segue il passaggio a un ambient più positivo, con tendaggi sinfonici sontuosi sullo sfondo e un efficace condimento percussivo. La raffinatezza chitarristica di Rothery è di nuovo un capitolo a parte, mentre l’ingresso di armonie a più voci regala il trionfo di un ottimismo senza confini, tanto che sembra che la voce di H, in pieno slancio emotivo, voli da qualche parte sopra le nuvole.

»The Only Unforgivable Thing« si apre con un motivo ambient in crescita, dove hanno un ruolo chiave fragili passaggi di chitarra e la voce di H, dal colore sicuro di sé, mentre sullo sfondo regna un minimalismo di tastiere estremamente efficace. Fantastiche armonie chitarra-tastiere approfondiscono l’atmosfera maestosa, mentre Hogarth si rivela uno stupefacente camaleonte vocale. Rothery, tra una cosa e l’altra, si ‘tira fuori dal cilindro’ un commovente assolo di chitarra che si fonde splendidamente in un arrangiamento in ascesa. Su »Marbles II«, con una delicata melodia vocale e decorazioni sinfoniche, torna il motivo malinconico-nostalgico, con elementi sonori che ricordano una ninna nanna.

Ogni brano di »Marbles« è un trionfo di scrittura, arrangiamento e liriche, ma lo status di traguardo più ambizioso dell’album se lo merita l’epic di quasi diciotto minuti »Ocean Cloud«, che rientra nella vetta assoluta dell’opera dei Marillion fin qui. Questo epic meraviglioso è dedicato alla memoria del compianto navigatore e vogatore inglese Don Allum. Il testo racconta la straordinaria impresa di Allum del 1987, quando riuscì ad attraversare l’Atlantico su una barca a remi, da Terranova in Canada fino all’Irlanda, sopravvivendo a malapena alla lotta con la natura selvaggia. Un’introduzione misteriosa, ‘a capella’, si fonde con il richiamo dei gabbiani e lo sciabordio delle onde, mentre un ambient incantevole prende forma tra sottili decorazioni di tastiere e chitarra.

Mr. H alla voce è ancora una volta eccezionale nel trasmettere emozioni profonde e diversissime, mentre l’intensità ambient, travolgente, cresce di secondo in secondo. All’improvviso arriva un passaggio melodrammatico in una sezione incisiva, dentro la quale Rothery sviluppa un assolo ‘piangente’ che avrebbe fatto applaudire anche il leggendario David Gilmour (Pink Floyd), con cui condivide molto per stile e livello di raffinatezza chitarristica. Nonostante la natura complessa dei singoli arrangiamenti e delle sfumature ritmiche, i Marillion costruiscono un ritornello melodico e in ascesa, mentre nella parte centrale Mr. H si arrabbia di brutto, vocalmente parlando. Qui entra una registrazione con un discorso di Allum, che ricorda la sua incredibile avventura transoceanica.

Segue il passaggio in una sezione incisiva con passaggi di chitarra nervosi e massicci stacchi di batteria, mentre Mr. H, nel descrivere la lotta di Allum con le tante difficoltà in mezzo all’Atlantico, stavolta è furioso fino in fondo. Hogarth descrive l’avventura di Allum in modo così intenso che all’ascoltatore capita spesso di sentirsi lui stesso alle prese con le onde e la tempesta dell’Atlantico. Segue un altro teso crescendo ambient con H al limite dei nervi, che rappresenta l’improvviso scatenarsi di una tempesta furiosa. Nello stesso momento cala una sezione cupa e pomposa, dove non è difficile immaginare la dura lotta dell’uomo contro la natura. La brillante sezione ambient conclusiva ha dimensioni quasi post-rock, il che non sorprende, visto che Mr. H ha sempre adorato la figura e l’opera dei Talk Talk, mentre il grande, energico finale porta un assolo di chitarra epico e il ritorno del ritornello melodico.

Già solo la prima parte della versione doppia di »Marbles« basterebbe a far guadagnare all’album lo status di capolavoro, ma la seconda metà è sullo stesso identico livello di qualità, e rafforza ancora di più la fama invidiabile non solo di uno dei migliori album nella storia dei Marillion, ma addirittura di uno dei migliori risultati nella storia del rock progressivo. La seconda parte dell’album si apre con »Marbles III«, che, nonostante la breve durata, è un altro dei tanti climax ambient del disco, grazie ad arrangiamenti sottili e al canto sensuale, da far invidia, di H. Il maestro vocale è ‘nel suo elemento’ anche nella temperamentale »The Damage«, dove regnano possenti passaggi di chitarra, perché si trasforma di nuovo in un vero camaleonte del canto. Un momento particolarmente divertente, quasi comico, arriva quando imita il monologo di una sgualdrina in calore. Variazioni di chitarra irruenti e decorazioni di sintetizzatore variabili nella parte centrale creano un’atmosfera quasi psichedelica. La versione dal vivo di »The Damage« registrata dai Marillion alla Astoria di Londra è uscita più tardi come terzo singolo di »Marbles«.

Il capolavoro dagli arrangiamenti fenomenali »Don’t Hurt Yourself«, con il suo messaggio idealista, avrebbe potuto diventare una delle più grandi hit pop del nuovo secolo, ma anche il sedicesimo posto nella classifica britannica ha superato ogni aspettativa. Già la parte iniziale, con la slide guitar di Rothery e gli accordi commoventi di Trewavas alla chitarra acustica, è una vera carezza per le orecchie, a cui segue il passaggio in una sezione melodica e nostalgica. Il canto di H stavolta è al culmine del suo potenziale e tocca l’apice nel ritornello epico, mentre sullo sfondo scorrono malinconiche variazioni di chitarra, sostenute da un’interazione ritmica dinamica.

Poi arriva il singolo ancora più hit, »You’re Gone«, che ha mandato in tilt le classifiche commerciali britanniche, dove, dopo tanto tempo, orrore degli orrori per la generazione ‘hipster’ di oggi, è riuscita a farsi largo una band di rock progressivo che aveva ottenuto i suoi maggiori successi negli anni Ottanta del secolo scorso. Questo indimenticabile classico dei Marillion si apre con campioni digitali, mentre con l’aiuto delle variazioni di chitarra e della commovente prova vocale di H prende forma una melodia rilassantissima. Qualche sfumatura ritmica un po’ funky arricchisce ulteriormente la struttura melodica di questo risultato apparentemente semplice, ma in realtà complessissimo sul piano ambient, con il culmine in un ritornello trionfale. Ovviamente la band non aveva mai sognato che questo evergreen sarebbe finito tra i dieci brani più amati della classifica britannica.

La ballad »Angelina«, il cui testo non parla di Angelina Jolie, come potrebbe pensare la maggior parte della gente, ma di una prostituta a chiamata poco conosciuta, si apre con un’introduzione lenta e malinconica, a cui segue un passaggio drammatico in una sezione ipnotica dominata da campioni digitali e fluide tende di sintetizzatore. Mr. H alla voce brilla ancora una volta con la sua invidiabile estensione emotiva, mentre il testo cinico sull’amore moderno su chiamata è in netto contrasto con il battito ambient altrimenti romantico. La più incisiva »Drilling Holes« contiene una serie di effetti digitali interessanti e suoni insoliti, mentre il tutto è sorretto da sfumature ritmiche sparse, passaggi di chitarra irruenti e dall’energico canto di H. Segue il passaggio in una sezione agitata con un ambient quasi fantasmagorico. »Marbles IV« è l’ultimo dei piacevolissimi e romantici interludi di »Marbles«, che danno all’album una lieve impronta concettuale.

»Marbles« si chiude con il capolavoro epico di dodici minuti »Neverland«, un altro classico indimenticabile dei Marillion, in cui la band fonde in un perfetto impasto ambient alcuni dei suoi elementi sonori e vocali migliori. Non si poteva chiudere meglio un album. Già la parte iniziale, con il canto super emotivo di H e il crescendo di pianoforte, è un vero pascolo per corpo e spirito, mentre con il passaggio epico a una breve sezione strumentale e l’irruzione delle struggenti improvvisazioni di chitarra di Rothery questo evergreen acquista dimensioni ambient semplicemente stupefacenti. Particolarmente riuscita è la parte finale, marcatamente epica, con affascinanti armonie vocali e un assolo di chitarra ‘piangente’ che farebbe piangere anche ‘il cielo’.

Con »Marbles« i Marillion hanno creato un classico del rock progressivo moderno e uno dei momenti più alti di una carriera movimentata, diventando la prova vivente che anche i ‘dinosauri’ possono fare un bel casino ai piani alti delle classifiche commerciali di oggi. La cosa più importante, però, è che con questo capolavoro (doppio) hanno superato se stessi e conquistato un nuovo livello di maturità artistica, quando ormai sembrava che sarebbe stato difficile sorprendere ancora con qualcosa di emozionante come gli album »Brave« e »Afraid Of Sunlight« (1995) e i quattro capolavori dell’era Fish. Ogni volta che si parla dei vertici del rock progressivo nel primo decennio del XXI secolo, bisogna citare »Marbles«, che grazie ai successi inattesi ha rafforzato in modo decisivo la fiducia dei Marillion e dato un’enorme carica per le imprese future.

Formazione

Steve Hogarth – voce
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso, chitarra acustica
Mark Kelly – tastiere
Ian Mosley – batteria

CANTANTE OSPITE:
Carrie Tree – cori su “Genie” e “Angelina”

Produzione

Dave Meegan

Tracklist

CD 1 (53:43)
1. The Invisible Man (13:37)
2. Marbles I (1:42)
3. Genie (4:54)
4. Fantastic Place (6:12)
5. The Only Unforgivable Thing (7:13)
6. Marbles II (2:02)
7. Ocean Cloud (17:58)

CD 2 (45:14)
1. Marbles III (1:51)
2. The Damage (4:35)
3. Don’t Hurt Yourself (5:48)
4. You’re Gone (6:25)
5. Angelina (7:42)
6. Drilling Holes (5:11)
7. Marbles IV (1:26)
8. Neverland (12:10)

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