Marillion mai così in forma (2011)
Autore: Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik
Luogo: Paard van Troje / L’Aia / Paesi Bassi
Data del concerto: 29.11.2011
Numero di spettatori: 800
Prezzo del biglietto: 45,00€
Nel loro giro autunnale per l’Europa occidentale, che ha toccato Germania, Svizzera e Paesi Bassi, le leggende del rock progressivo anni Ottanta e Novanta si sono fermate anche all’Aia. Tre giorni prima avevano aperto ad Amsterdam il tour natalizio 2011, che a metà dicembre si chiuderà con tre concerti a casa loro, in Inghilterra, e poi a giugno dell’anno prossimo li aspetta il tour americano. Pochi giorni prima del nostro concerto all’Aia, i cinquantenni avevano concluso il tedesco Marillion & Saga tour.
Cosa spinge tre sloveni a farsi 1270 chilometri da Lubiana all’Aia per vedere una band che migliora a ogni anno che passa? Oggetto di lunghe discussioni. Forse il caso: del concerto dell’11 novembre a Monaco di Baviera, tre settimane prima, l’abbiamo saputo solo il giorno stesso, e poi L’Aia è anche la città dove vivono parecchi connazionali (e parenti) che lavorano per le Nazioni Unite. Insomma, un road trip con saluti a Mladić, da martedì 29 novembre a venerdì 2 dicembre, 2700 chilometri macinati, ma il succo della storia è proprio il concerto di mercoledì al Paard de Troje, nel centro dell’Aia. Fatto sta che gli olandesi sono un popolo particolare: giganteschi, boriosi e pure strani, non per forza in quest’ordine, ma qualche battibecco acceso, mentre cercavamo i posti buoni per fotografare, si è risolto con un po’ di comprensione.
Il locale, che accoglie fino a 1000 persone con un grande parterre e balconate su due piani, era la cornice giusta per i Marillion, che in realtà un pubblico più grande nemmeno ne hanno bisogno. Lasciamo perdere la band di supporto, che ha suonato una buona mezz’ora di Pink Floyd e che di fatto non abbiamo sentito, perché nel frattempo avevamo finalmente ottenuto gli accrediti stampa ed eravamo corsi qualche isolato più in là a prendere l’attrezzatura fotografica. Hogarth, Rothery, Mosley, Trewavas e Kelly sono saliti sul palco alle 21:15 in punto e in poco più di due ore hanno suonato 12 pezzi, puntando su title track e brani di maggior successo degli album più recenti. Rispetto a qualche giorno prima, dalla scaletta è sparita una parte del repertorio storico dei lavori più vecchi, e il programma vario, tra pezzi e stili diversi, ha rimesso in moto solo i fan più hardcore.
H è salito sul palco sulla solita base di Splintering heart, che apre tutti i loro concerti, e durante l’intro si sono uniti gli altri. Al posto di Cover my Eyes, che di solito occupa il numero 2, Hogarth ha annunciato The Release, poi hanno proseguito di nuovo con il solito King.
Hogarth ha garantito il solito show e il divertimento del pubblico, che apprezza sempre il fatto che i Marillion abbiano ancora un sacco di bambino dentro. Dagli sfottò sul trapanarsi un buco nell’orecchio, da cui cadeva un auricolare da monitor, all’annuncio che la sesta in scaletta, Beautiful, l’avevano promessa a una signora conosciuta al sound check ma non l’avrebbero suonata perché sono dei “mean old bastards”: il pubblico, con un’età media ben oltre i trenta, ha partecipato compatto e ha risposto alle gag. Con Man of 1000 faces è emerso forse anche l’unico vero difetto, perché a metà del pezzo, piuttosto lungo, H si è dimenticato un po’ di testo. Poi è toccato al buon vecchio This Strange Engine e, per chiudere, alla fantastica Neverland. La voce di H è un filo più tagliente di qualche anno fa, ma l’estensione non l’ha praticamente persa, e il piacere più grande è guardare Rothery, che da dietro i rack, con un’attrezzatura da qualche decina di migliaia di euro, si fa passare chitarre diverse e a ogni gesto mostra il piacere e la dedizione per la sua straordinaria virtuosità e soprattutto per il suono.
Il tipo ormai ha ben più di cinquant’anni, e pure 50 chili in più rispetto all’epoca d’oro dei Marillion, ma quel suono di chitarra semplice e inconfondibile, che si incastra nel tappeto di tastiere e voce, convince più che al cento per cento. In generale i ragazzi si sentono e suonano ancora davvero come un blocco unico.
Per il primo bis hanno suonato per intero The Invisible Man, con tanto di costumistica di H da impiegatuccio malaticcio e trascurato, e dopo che li abbiamo richiamati sul palco una seconda volta è arrivata la leggendaria Sugar Mice dell’era Fish (a giudicare dalle scalette dei concerti precedenti ci aspettavamo anche Kayleigh), che potete vedere nel video, e per finire Three minute boy, che H ha condito con una bella dose di umorismo, tipo cadere dalla tastiera e dichiarare di introdurre la pantomima nel rock (H muoveva le dita sopra la sua Yamaha, mentre la melodia da dietro la dava Kelly sulle sue tre tastiere). Alla fine hanno salutato i palchi europei fino a nuovo avviso, e Rothery ha dedicato un po’ di attenzione anche a un membro della nostra ciurma, Matjaž (Iron Median), consegnandogli di persona un plettro.
Nonostante il prog, i Marillion restano comunque più immediati e apertamente romantici, il contrario degli ormai fin troppo virtuosi Dream Theater, ed è stato un vero piacere sia ascoltarli che guardarli; non ultimo, anche l’acustica era ottima. Rispetto al concerto dell’anno scorso vicino a casa nostra, a giugno a Mogliano Veneto nell’ambito dell’ExProg, suonavano molto più da club e più curati, con molto più impegno.
L’ironia è che nello stesso momento di quel giorno, a soli 80 km di distanza, sempre nei Paesi Bassi suonava anche Fish. Il suo concerto del giorno dopo nello stesso posto era sold out da settimane: il perché è chiaro, visto che il giorno dopo un sacco di fan dei Marillion è sicuramente andato a sentire anche il leggendario primo cantante della band inglese.
Insomma, il lungo viaggio, 12 ore di guida solo andata, non è stato vano, perché abbiamo visto un’enorme energia da parte di una formazione che si diverte in quello che fa come 30 anni fa, se non di più. È chiaro però che gli anni prima o poi presenteranno il conto a H, di cui non si può dire che non fosse già bello carico a inizio concerto, e a Rothery, mentre il piccolo bassista Trewavas, con un’energia incredibile, per non parlare del quasi sessantenne batterista Ian Mosley, ogni tanto saltellava da una parte all’altra del palco. Il suo mondo, come da tradizione girato di lato, ce l’aveva comunque l’intramontabile tastierista Mark Kelly.
foto di: Artur Švarc
https://www.youtube.com/watch?v=j2ze3Dh4cyA
Scaletta
1. Splintering Heart 2. The Release 3. King 4. Fantastic Place 5. Somewhere Else 6. Beautiful 7. Man of a Thousand Faces 8. This Strange Engine 9. Neverland —bis I.— 10. The Invisible Man —bis II.— 11. Sugar Mice 12. Three Minute Boy
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