Master of Disaster si racconta: Interceptor (2007)

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Autore: Rok Klemše
Foto: Rok Klemše

Data dell’intervista: 14.11.2007

Interceptor è un nome che i metallari sloveni conoscono eccome. La leggendaria formazione slovena, che ha vissuto il suo periodo d’oro tra il 1990 e il 1999, ha pubblicato tre dischi di death/thrash metal di qualità – The Beginning (1993), Fade (1996) e Mora (1998) – per poi sparire nella leggenda con un tour d’addio nel 1999, quest’anno, dopo otto anni di pausa, è tornata con grande ambizione sui palchi sloveni con il II. Fuck Off Commercial Tour. Il tour, che sta andando alla grande, si avvia lentamente verso la fine e vivrà il suo apice venerdì 30.11.2007 allo Štuk di Maribor, con Aperion, Curse of Instinct, Sabaium e Infidia in apertura, e verrà sorteggiata anche la mitica chitarra Dean del mastermind Marjan Pader. Di Interceptor e di tutto quello che ci gira intorno abbiamo parlato con il cantante della band, Gregor “master of disaster” Čulk, prima del concerto al Channel Zero, a Metelkova mesto a Lubiana.

RockLine: Il vostro tour, il II. Fuck Off Commercial Tour, sta per chiudersi (finirà questo venerdì, 30.11.2007, allo Štuk di Maribor, n.d.A.). Che sensazioni hai ora che la fine è così vicina?
Čule: Eh, abbiamo appena cominciato e già dobbiamo smettere… (gli squilla il telefono)… Ma dai, non scherzare!

RockLine: Ahah, quindi eravamo rimasti al tour…
Čule: Sì, sono passati otto anni da quando ci siamo fermati e siamo tornati in grande stile. Abbiamo lanciato un bando per le band di “supporto”, a cui si sono iscritte 40 band, che ci hanno così ripagato per l’impegno e il lavoro fatti in quei nove, dieci anni, dal 1990 al 1999. Nella maggior parte dei casi per queste band siamo stati un modello, il che vuol dire che sulla scena abbiamo davvero lasciato il segno, e questo tour, questo ritorno, era solo questione di tempo. Vero, i concerti potevano essere di più, ma ce ne sono stati abbastanza per farci notare. Il prossimo passo sono i concerti che mancano e la serata finale a Maribor, allo Štuk, dove daremo via la Dean di Marco, che sponsorizziamo per tutto il tour: Pader ha detto che vuole una chitarra migliore, quella l’ha avuta, e ha promesso che la regalerà (risate).

RockLine: In tour avete già presentato un pezzo nuovo, Homo Stupidus. Dopo il tour iniziate a registrare un nuovo album?
Čule: Forse non subito dopo il tour, perché prima i pezzi bisogna scriverli. Ma credo che nasceranno proprio come Homo Stupidus, “just like that”. Comunque non vedo l’ora di fare il disco nuovo, perché la band è composta da gente diversa che ascolta generi diversi, e ognuno porterà il suo stile. Secondo me il disco sarà davvero bello, anche meglio di tutti quelli fatti finora, anche se erano tutti i migliori.

RockLine: Dove avete trovato, tu e Marjan, i nuovi membri? Della formazione originale siete rimasti solo voi due, giusto?
Čule: Allora, andò così: mi chiamò l’altro chitarrista, Simon Cukjati, perché voleva che gli registrassi le voci per un suo progetto. Venne fuori l’idea di fare un metal commerciale alla Limp Bizkit o Kid Rock, e la cosa mi incuriosì subito. Non tanto per la roba commerciale, quanto semplicemente perché mi piace suonare, sono un uomo da palco, e la musica per me significa tantissimo. Mi fece sentire le idee per i pezzi, mi piacevano e bisognava mettere insieme la squadra. Visto che io e Marjan abbiamo entrambi un certo nome, dicemmo che avremmo cercato solo i migliori, quindi niente audizioni. La squadra ce l’avevamo già in testa, ma nessuno dei membri aveva ancora dato il sì definitivo. Così sono andato da ognuno e gli ho detto che quello e quell’altro erano già dentro, e tutti ci stavano subito. Ho chiamato subito anche Marjan, che era in vacanza e non rispondeva, ma mi mandò un sms dicendo che dovevamo parlare di una cosa urgente. Appena tornato dalle ferie ci siamo visti, una birra, due, classico da metallari, e abbiamo deciso che bisognava fare qualcosa. Considerando che era stato parecchio tempo nei Tabu, evidentemente l’anima metal non gli dava pace. Dicemmo di fare un progetto Tribute to Interceptor, ma col tempo si capì che non poteva essere solo un tributo, perché nel gruppo c’era una tale chimica che poteva essere solo Interceptor 2007. Siamo andati avanti così e siamo diventati Interceptor. D’altronde anche nella prima formazione c’eravamo solo io e Marjan, nel mezzo sono girati otto, nove tizi. Marjan è sempre stato la testa della band, io l’anima, e quando le due cose si sono rimesse insieme non c’era altro da fare. Poi sono arrivati tutti gli altri membri, ultimo il bassista. Per me il bassista era quello dei Tabu, Izi, pazzesco, fuori di testa, alternativo, festaiolo e per giunta anche un bravo bassista. Lo abbiamo invitato, ci stava subito, ma col tempo è venuto fuori che era sommerso dal lavoro. Eravamo pronti ad aspettarlo, ma senza basso non potevamo comunque provare, così abbiamo chiesto aiuto a Dragan Bagarič. Già dopo la prima prova era chiaro che era quello giusto, anche lui ha espresso il desiderio di restare nella band e non abbiamo più pensato di aspettare nessuno. E, diciamocelo, è il migliore della band. Ha dato al gruppo quel qualcosa in più per spaccare davvero, poi serviva ancora Dado: quando l’ho chiamato e gli ho detto che avevo la squadra e che Marjan era tornato, ci stava subito. Siccome è anche il batterista dei Kaoz, ci coordiniamo con lui, perché per i Kaoz è una priorità e non lo condanniamo di certo. Ecco, tutto qui!

RockLine: Com’è stato tornare dopo otto anni, e perché vi eravate fermati?
Čule: Uff… Ci siamo fermati soprattutto perché eravamo arrivati al culmine, non si poteva davvero fare di più: non avevamo nessuno che ci organizzasse l’estero, e in Slovenia avevamo raggiunto tutto quello che si poteva raggiungere. Il fatto di essere i migliori e i più grandi e di non riuscire comunque ad avere i mezzi di base che servono per far funzionare una band ci sembrava così assurdo che non potevamo andare avanti. Noi eravamo la band che si trascinava dietro tutta la scena, siamo entrati nel “mainstream” e così abbiamo aperto un varco per le band nuove. La scena c’è, ma non è unita, non è organizzata, a parte qualche singolo che però per la scena in quanto tale non fa niente. Facciamo i metallari, facciamo il capitalismo, andiamo a vendere metal, venite ai concerti così copro le spese, così ho il latte, il burek e lo yogurt, ma di band slovene non ce n’è. Questo è il problema, e abbiamo un compito importante: aiutare più band possibile. Per questo abbiamo deciso per quel bando, per farle comparire sui media, per mostrare che di band buone ce ne sono un sacco.

RockLine: Hai già nominato le vostre band di supporto. Visto che con quel bando ne avete passate in rassegna 30, 40, come ti sembra la scena metal slovena?
Čule: Siamo troppo piccoli per la scena che abbiamo, il mercato è troppo piccolo. Faccio fatica a contare le band buone, o davvero eccellenti. Il problema è che non riesco a entrare nel giro. Gli organizzatori preferiscono invitare band commerciali per assicurarsi un certo numero di spettatori, e ogni costo in più per loro è di troppo. Sta a noi tornare sul trono, suonare ancora qualche festival e mostrare la nostra qualità sul palco. Il primo concerto è stato su un palco più grande, in una sala più grande, e la ciliegina sulla torta è stato il Grand Rock Sevnica, dove si è visto che siamo pronti per i grandi palchi. Naturalmente facciamo esperienza anche su palchi più piccoli, dove accumuliamo chilometri per quelli grandi.

RockLine: E la scena metal di oggi come ti sembra rispetto a quella di 10, 15 anni fa?
Čule: Dieci anni fa c’erano soprattutto meno band, c’erano band che erano dei tipi strani, e di questi tipi strani quelle davvero buone erano pochissime. Noi forse spiccavamo perché io ero quella personalità marcata che in qualche modo tirava avanti la band, anche se ero un mocciosetto, un ragazzino di 15, 16 anni, ma ero dentro a questa roba così a fondo che tutti comunicavano con me da pari a pari, organizzatori compresi, perché ero così convincente che sembravo più grande. Io ero uno che non si lasciava dire di no, una volta era diverso: i giornalisti musicali di allora erano nostri amici, gente per cui la musica contava qualcosa, e prima diventavi loro amico, solo dopo sfruttavi il fatto che stavano in un certo media e che contavano qualcosa. Oggi invece ci sono dei quasi-giornalisti che non ne sanno niente e sostengono non so cosa. Da urlare, roba malata, senza senso! Resta da vedere se riusciremo a cambiare le cose, perché la politica dei media è quella di sostenere solo le vendite di massa. Ma ci lavoreremo per farci notare. Anche i Siddharta sono partiti da zero e col tempo sono arrivati al culto. Sono un loro fan, sono fan dei Big Foot Mama, dei vecchi Šank Rock. Ascoltiamo un sacco di alternativo, Miladojka Youneed, e tra le band nuove i Last Day Here. In queste band si vede che hanno qualcosa in più, per loro la Slovenia è troppo piccola, così come lo è per noi. Se troveranno qualcuno che li spinga avanti, i Last Day Here hanno suonato al nostro primo concerto, mi aspetto di poter aprire per loro quando saranno enormi (risate). Hanno del potenziale. Mi rattrista questa mentalità slovena per cui una band straniera qualsiasi, vista su Metal Hammer o a Headbangers Ball, vale più di una band di casa, per esempio i Negligence. Hanno aperto per noi a Velenje e abbiamo dovuto impegnarci tre volte di più delle “star” della serata, perché hanno spaccato tutto. Ci siamo dati un compito difficile, ma non ci è dispiaciuto, perché dovevamo dimostrare di essere una buona band.

RockLine: Da voi la musica la scrive Pade e i testi tu?
Čule: Sai che c’è? Io in questa band non faccio niente. Sono solo il clown. Per lo più ha fatto tutto Marjan, arrivava con le idee di chitarra, i riff, e poi col tempo cresceva il resto. Adesso però è una band fatta di membri con 10, 15 anni di palchi ed esperienza alle spalle, e secondo me la musica nuova sarà davvero speciale, perché ognuno porterà le sue idee. Magari i pezzi non nasceranno più come una volta, dall’idea di uno solo, ma nelle jam session tutti insieme. Questa è l’essenza di una band, l’essenza delle band buone, l’essenza della buona musica.

RockLine: E dove vedi gli Interceptor tra 10 anni?
Čule: L’anno prossimo da Mario (risate). Tra dieci anni? Probabilmente su quello sfondo che abbiamo, accanto ai monumenti, perché qualcuno di noi sarà di sicuro già morto, tanto giovani e pimpanti non lo siamo più (risate). Non so, è difficile dirtelo. Se teniamo duro, possiamo diventare un culto, cosa che eravamo e che avremmo potuto restare, se allora non ci fossimo… sciolti, no, ma fermati. Ora sta a noi lasciare il segno: dal ’99 al 2007 sono cambiate un sacco di generazioni, e se i ragazzini di oggi non hanno dei padrini che li abbiano introdotti a questo, a questa band, allora non sanno nemmeno di cosa si parla. Questi ragazzini che ascoltano quello che gli viene propinato… Certo, il nu metal è buono, ma una volta facevano roba migliore, anche se il nu metal non è male.

RockLine: Ok, un ultimo messaggio per il metal sloveno?
Čule: Ci vediamo a Maribor. Ascoltate il vostro cuore, ascoltate la buona musica, ascoltate il metal, ascoltate Interceptor.

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