Metal Mania Open Air 2008, secondo giorno!

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Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Aleš Podbrežnik

Data del concerto: 29.08.2008
Numero di spettatori: 158
Prezzo del biglietto: 1200

Il paradiso in Terra? Che diavolo di Terra è questa?… Uh, oh, ah… nuovo giorno… Ecco, così, barcollando e inciampando, il cervello si trascina fuori dal primo giorno sopravvissuto del Metal Mania Open Air a Komen. È quel festival pazzesco di cui il Metal Camp può solo sognare, il festival in cui la scena metal slovena diventa per tre giorni una vera famiglia e tutti i partecipanti fratelli e sorelle. Ma la domanda è: cosa resterebbe di tutta questa idilliaca festa metallara, quando le asce di guerra sono sepolte e le ferite rimarginate, se togliessi un solo tassello del puzzle? Le bevande alcoliche, appunto. Ok, scherzi a parte, perché è stato dannatamente difficile mettere le mani su pane, yogurt e un pezzetto di formaggio al Tuš in mezzo a Komen. Invasione metal ovunque. Per strada ci sbarra il passo una pattuglia della polizia, che mette in pericolo perfino i pedoni di passaggio, andati in paese a fare scorta di nobili intrugli alcolici. Mentre i fedeli camerati aspettano la pizza “cash and carry” a Komen, io volo sotto il palco, perché in programma ci sono già…

RAGESPECT:
…i Ragespect. Gente che si può infilare in una variante di hardcore, con un bel peso sui riff dell’eredità Sepultura/Slayer, e che costruisce il suo carisma sul palco puntando su un groove enorme e voluminoso, fatto di riff di chitarra diabolici, massicci, accordati più in basso, con una distorsione un filo impastata ma con una spinta incenerente, adagiati sul beat di una sezione ritmica solida come una macchina ben oliata. Feel My Fist era la risposta giusta a tutto ciò che sono i Ragespect. Alla moda e molto accattivanti, perché semplici, diretti e una scarica in vena facilissima da assimilare, che si accende al primo colpo. Niente assoli, ridotti a pochissime note, e anche quelle forse danno pure fastidio. I Ragespect hanno la fortuna di avere al microfono Peter, il cui timbro è perfetto per creare uno strumento in più, che si lega efficacemente al nucleo dei riff e al “groove feel” atmosferico della band. È autorevole e carismatico, ribelle, incazzato e ovviamente sostenuto dall’urlo, in lite con la melodia, che rovinerebbe soltanto l’espressione del gruppo. Ideale per i Ragespect. Anche per la sua performance e per l’energia che il cantante sprigiona dal palco posso dire che è eccezionale. Un’esibizione coerente e ben rodata, anche se si sentiva che i Ragespect possono tirare fuori ancora molto, molto più veleno, rabbia ed elettricità. Erano appena le dieci e mezza, sotto il palco una decina di persone scarse e un ritorno di energia dal pubblico così misero che la band non si è potuta scatenare fino in fondo. Eppure i Ragespect hanno portato un’ottima ventata di novità al Metal Mania. Sono unici per la scena slovena e allo stesso tempo hardcorers estremamente convincenti, che tengono la Slovenia al passo con il mondo e portano sul versante soleggiato delle Alpi un vento musicale fresco, di altissimo livello qualitativo.

Scaletta dei Ragespect:
1. Feel My Fist
2. War
3. Vaš sistem
4. T.R.O.S.
5. Vojska
6. No C ontrol
7. Politika
8. Upor
9. World Of Lies
10. Face It

DEFIANT:
I death metaller melodici di Pošega hanno preso il palco. Le band croate incantano sempre con un senso del ritmo straordinario, e i Defiant lo hanno confermato. I quattro ragazzi, Beretz (voce, chitarra), Kris (chitarra), File (batteria) e Bole (basso), hanno messo in scena un death metal pieno di passaggi melodici che, soprattutto nelle parti calme, con le armonie in terze, tirano dritto verso la scuola di Göteborg del death metal, quella portata sul trono da In Flames e Dark Tranquillity. Brani dalla costruzione complessa alternano rombi death rallentati, guidati dalla voce molto varia di Beretz, che nel growl può strillare più in alto, alla In Flames, oppure scendere molto, molto più in basso (Grave, Gates Of Ishtar, Ebony Tears), dove perde ogni scintilla di melodia. Un’altra band molto interessante, che merita tutta l’attenzione. Naviga sì col vento in poppa della scuola ormai quasi leggendaria del death metal melodico svedese e quindi all’orizzonte non porta niente di musicalmente fresco, ma i ragazzi anche al Metal Mania hanno premuto il grilletto alla grande e poco prima di mezzogiorno ha tuonato davvero. Si vedeva comunque che la maggior parte dei presenti si stava ancora “curando” nelle tende o davanti a un caffè rinvigorente del mattino, e di lampi live particolarmente spericolati sul palco non ne abbiamo visti. Ciononostante i Defiant hanno portato a casa un’esibizione corretta, in cui hanno infilato pezzi come I Demand, Bloody Roses e Reality.

VULVATHRONE:
I metaller grindcore di Murska Sobota, devoti alla poesia pornografica, quest’anno purtroppo non hanno avuto la loro giornata. Poco dopo l’inizio del concerto uno dei monitor ha cominciato a scoreggiare in modo sospetto. Le scoregge non finivano più e i ragazzi, che ovviamente non si sono dimenticati di infilarsi anche stavolta le loro immancabili pantofole da pupazzo (questa volta senza la bambola erotica gonfiabile sul palco), hanno dovuto salutare il palco dopo 15 minuti, dicendo che la logistica era andata a ramengo. Prima di lasciare il palco hanno lanciato una dozzina di wafer alla nocciola Manner, consolando almeno in parte i pellegrini metallari “affamati” sotto il palco, che si aspettavano un bailamme sconciamente dolce e osceno, a gloria dell’erotismo e per una riproduzione più efficace degli sloveni. Già prima c’era stato troppo parlare al pubblico dal palco e troppo poco suonare, e si capiva che qualcosa sul palco proprio non quadrava. Bitch! Suck my tich? No? Sarà per un’altra volta.

CYCLONE:
Questa band l’avevamo già vista l’anno scorso, come i Vulvathrone. E anche allora suonarono uno dopo l’altro. In effetti l’atmosfera da festival, per cui i Defiant e i Ragespect avevano preparato un’ottima base, si è in buona parte spenta. I Vulvathrone hanno avuto problemi e hanno mollato il palco in anticipo con le pive nel sacco, il che ha dato vita a uno spettacolino da dressaggio circense a colpi di wafer, mentre i Cyclone in qualche modo non sono mai riusciti a decollare fino al punto di ebollizione. La band esiste da un paio d’anni scarsi e ha già attraversato cambi di formazione: al posto del vecchio cantante c’è il nuovo (Anže), e i ragazzi hanno chiamato nel gruppo anche la tastierista Anja, che si occupa anche della maggior parte dei cori. Non è questione di tecnica. I ragazzi e la ragazza dimostrano di saper maneggiare gli strumenti. È che si è creata un’aria fiacca, un’atmosfera caldo-freddo, che non ha convinto. Soprattutto nelle voci si sentivano crampi e tensione. Che il diavolo mi porti, e la band con me, ma questa è stata la sensazione. Alla band auguro comunque una fioritura piena. In ogni caso è una faccenda difficilissima esprimere la massima dose di melodia che richiede lo stile coltivato dalla band (glam hard rock). Primo, ti serve un ottimo equilibrio sul palco, per sentire chitarre e tastiere alla pari, come anche le armonie vocali a più voci. Tanti soldi e tanta pratica. La prima lacuna dei Cyclone dal vivo si sente così nella voce e nelle armonie vocali. I Cyclone hanno bisogno di una voce più forte ed esplosiva, che contribuisca alla pienezza del suono live e che sappia con la presenza scenica far alzare in piedi il pubblico e con la comunicatività accendere il vero fuoco del concerto. Quindi più decisione e palle piene. Soprattutto c’erano scricchiolii sui nervi nel pur difficilissimo classico Livin’ On A Prayer dei Bon Jovi, dove si sente anche la stonatura più piccola in ogni dettaglio. Però la band, già solo per aver osato affrontare quella cover, è stata coraggiosissima.

KARNAK:
I death metaller grindcore italiani della città di Monfalcone (in sloveno Tržič), che fa parte ancora del “zamejstvo” sloveno, sono stati costretti a guardare il vuoto sotto il palco. La maggior parte della gente raccolta fino a quel momento sul posto se n’era andata con veemenza a sbrigare faccende più importanti per la giornata. Ai cavalieri dell’apocalisse del paese vicino, comunque, la cosa non sembrava aver fatto chissà che effetto, e così si sono messi al lavoro con sicurezza e correttezza. La formazione Francesco Ponga (voce, chitarra ritmica), Gabriele Pala (chitarra, tastiere), Ivan Rassu (basso) e Stefano Rumich (batteria) ha portato un rimbombo sordo e un famigerato scornare, un osso durissimo da rosicchiare grazie alla marcata assenza di melodia e alle transizioni troncate di netto, con collegamenti spesso quasi musicalmente impossibili. Una scollatura musicale così non la trovi tutti i giorni. Mi sono chiesto come diavolo facciano i ragazzi a tenersi in testa tutti i pezzettini di questa frammentazione e a restare così affiatati. I ragazzi hanno sparato 10 brani, tra cui Scavenger’s Daughter, Dismemberment , 1584 URSS, The Kiss Of The Virgin Mary, The Black Hole, The Torture Of The Boats, The Bronze Bull e In Silence. Purtroppo alcuni passaggi e la loro incompatibilità risultano già così slegati da sembrare quasi comici. Ma non agli occhi dei Karnak stessi. Per loro il repertorio originale è senza dubbio una sacra Bibbia da prendere mortalmente sul serio, e sul palco i ragazzi si sono impegnati con dignità. Purtroppo in modo estremamente poco impressionante e senza il giusto accento. I metallari dall’aria più sinistra della giornata. Soprattutto Gabriele Pala, con l’aspetto dell’allenatore bosniaco di calcio disertore Ivica Osim, dopo la pesante sconfitta del Železničar contro il Varteks.

OBDUCTION:
Solo i kranjesi Obduction hanno risvegliato il festival con la loro esibizione energica, compatta e sentita. Molto alla moda, commercialmente accattivante e generico, ma con un groove arrogante. Un’ottima sezione ritmica che crea una massiccia ossatura di telaio, a cui sono fissati riff di chitarra “dichiaratamente” impastati! L’espressione della band diventa estremamente ricettiva per le orecchie che cercano una voce femminile letale, rabbiosa, ancora abbastanza ribelle e corrosiva, che si occupa della maggior parte della melodia nel sound del gruppo. Parliamo di nuovo di Mojca e del suo ottimo approccio sicuro di sé e sovrano, per quanto riguarda la presenza scenica! La band ha messo in moto in modo compatto il pubblico sotto il palco in un “dondolio da sbronza”, che si trattasse di pezzi più lenti, ballad o semi-ballad come Tool, o di pezzi incendiari e spinti come una delle migliori creazioni alter rock/metal da noi, Dilemma. Alla fantastica voce di Mojca tiene testa senza problemi un eccezionale quartetto strumentale, che si distingue da una parte per il gioco funky del basso dinamico di Gašper con un intero arsenale di tecniche batteristiche di Goran, e dall’altra per la brillantezza dei vecchi gatti della chitarra Dado e Mirko, che si servono sia di riff taglienti sia di delicate armonie melodiche, e dall’altra parte di assoli metallicamente incazzati. Finalmente di nuovo una band che sa emozionare! E stanno pure registrando il disco!

INTERCEPTOR:
Gli Obduction hanno scaldato alla grande il palco per le leggende della scena metal slovena e i creatori del metal cimiteriale! Interceptor! In realtà è una vergogna che io abbia avuto l’onore di assistere a un concerto degli Interceptor solo per la seconda volta in vita mia. La prima volta ho perso la verginità al concerto dei Forbidden a Maribor, il 24.06.2008, dove gli Interceptor facevano da gruppo spalla. I ragazzi senza giri di parole hanno subito messo paura ai presenti con il classico Fade dal loro album omonimo d’esordio e subito dopo si sono lanciati sul fresco singolo Homo Stupidus, che col suo video provocatorio non smette di mettere alla prova il coraggio dei media sloveni, che finora hanno dimostrato di averne ben poco, riguardo alla promozione del video di questo brano. Lasciamo da parte le litanie e buttiamoci subito sotto il palco, faccia a faccia con le leggende. Gli Interceptor non si possono immaginare senza un carisma senza paragoni. Il valoroso Gregor Čulk – Čule, che ancora una volta, senza un briciolo di ritegno, ha mostrato come deve essere l’esibizione di un vero frontman. Sì. Gli Interceptor con Čule sulle ali sono un magnete per gli occhi incredibile. Il loro diabolico sferragliare di una variante thrash voluminosa, oscura e “groovata” nel codificare i riff di base, semplice, spogliata, senza il minimo orpello, ma con una corsa infernale che non molla un attimo e che lascia a Čule un sacco di spazio per accendersi sul palco, attraverso la sua percezione del principio musicale, in una vera e propria predica biblica. Il quintetto è compatto, dalle punte incazzate e taglienti, intransigente e molto “carinamente” affiatato. Čule è sempre un vero enigma quanto a “sparare cazzate”, e non smette di far ridere con la sua spontaneità e la sua proverbiale vivacità.

In una delle pause il tipo si è vantato, tra le altre cose, che i pantaloni gli scivolano dalla vita, perché sarebbe dimagrito di ben due taglie. Perché durante l’esibizione abbiamo potuto vedere Čule che, piegato nel pieno di un growl furioso, si tirava su i pantaloni con la destra? Perché a quanto pare un amico gli aveva consigliato di mettere quei pantaloni, così tutti avrebbero visto e si sarebbero convinti con i propri occhi che Čule ha finalmente perso un po’ delle scorte superflue della sua fiera stazza. La scaletta questa volta era incentrata sul terzo album della band, “Mora”. I brani del repertorio saranno presenti anche nel prossimo “best of”, che la band intende pubblicare nei prossimi giorni (autunno/inverno 2008). Čule si è impegnato in modo particolare e pare sia salito sul palco per la prima volta in vita sua senza una molecola di alcol nel sangue. Non si è notato per niente nella sua performance, che è stata quella di sempre. Un “čulešov” perfetto, senza capo né coda.

Gli Interceptor hanno senza dubbio portato nel secondo giorno del festival una delle migliori esibizioni in gara. Si sente semplicemente che la band è chiaramente a fuoco, unita negli obiettivi, carica di energia, affamata di sangue fresco e di nuove vittorie, e Čule è un vero generatore di energia che con il suo gioco la sprigiona senza riserve e la distribuisce tra la gente. Il tipo ha messo in piedi i presenti sotto il palco, che per la prima volta in tutta la giornata sono impazziti in pieno stile “stacco la spina”. E l’energia al festival è finalmente scorsa in entrambe le direzioni. Čule è un vero “animale” da palco, che gli Interceptor possono solo invidiarsi da soli. Un magnete senza paragoni. Insomma, l’esibizione degli Interceptor è stata ancora una volta una lezione per tutte le band presenti, che hanno potuto vedere direttamente come dovrebbe essere un vero concerto, vestito di un’interpretazione da palco senza compromessi, “a tutta”, senza il minimo calcolo. Con Čule in testa. Senza vergogna e con un gancio sinistro dritto in fronte allo scemo. Quanto sia stato riuscito lo show della band lo dimostra anche il fatto che dopo l’esibizione i souvenir sul “merch” ufficiale degli Interceptor sono letteralmente finiti.

Scaletta degli Interceptor:
1. Fade
2. Homo Stupidus
3. Inner Self
4. Revive
5. Got The Time
6. Pedofil
7. Puške namesto kruha
8. Blato
9. Paparazzo
10. Zadnja žrtev

SWEET SORROW:
Death metaller melodici di Lubiana, che davvero non potevano desiderare una posizione migliore nella lista dei partecipanti del festival. Con gli Obduction il festival ha cominciato a mettere le ali, la brace è stata soffiata a dovere dagli Interceptor, e quando sono arrivati i Sweet Sorow il pubblico era già benissimo riscaldato e portato alla temperatura giusta per lasciarsi girare la testa anche sotto i toni ululanti dei Sweet Sorrow! I ragazzi si sono rinforzati da poco con un nuovo chitarrista. Blaž Lončar, formato con precisione e tecnicamente molto ferrato, che ora fa in modo che il granitico Pero non resti solo con la sua chitarra nel gruppo. È una band che con passi ampi avanza in modo sicuro e visibile di mese in mese. Lo ha confermato anche Marko Košmrlj, giovane cantante che non ha nemmeno 20 anni e che si è unito alla band nell’ottobre 2007, perché la sua sicurezza, la sua scioltezza e la sua agilità sul palco sono cresciute ancora di un passo dal battesimo all’Izbruhov bazen (Kranj) nell’ottobre dell’anno scorso. Il ragazzo uccideva con un ottimo growl, mentre Us (basso), Pero (chitarra) e Rope (batteria), vecchi gatti esperti e quindi il nucleo del gruppo, con la loro ponderatezza e la loro cauta vigilanza sull’andamento dell’esibizione facevano in modo che la band mettesse a segno un altro concerto sbalorditivo, con un suono ottimo, armonie in terze chiaramente udibili, contrasti netti tra sezione ritmica e chitarre e una voce infernalmente in primo piano (sia lodato il dito instancabile di Yowda (Lady’s First) al mixer). Un brano come I Am Pain bruciava in modo incredibile, perché è un pezzo estremamente veloce, suonato con grande precisione, che nella scaletta spiccava in modo particolare nel convincente vomitare l’essenza dei Sweet Sorrow. Questi ragazzi hanno vestito alla perfezione il loro carattere musicale con la mitologia nordica, i cui versi si legano in modo atmosfericamente felicissimo alla struttura stessa delle composizioni e nelle esecuzioni live lasciano nell’ascoltatore un ulteriore marchio atmosferico. I Sweet Sorrow sono ottimi creatori di atmosfere letali. Una band che in questo momento rientra senza dubbio nella fascia di qualità più alta per quanto riguarda la scena metal slovena. Bombastici e cattivi fino al midollo. Melodicamente contagiosi, ma allo stesso tempo estremamente corrosivi e incenerenti. Dalla prima all’ultima battuta.

Scaletta dei Sweet Sorrow:
1. Another Life
2. Gloria Transit
3. I Am Pain
4. 1000th Millenium
5. Twilight Of The Gods
6. Betrayals Of Humanity
7. Scarlet Whore
8. God Of War
9. Skol

DICKLESS TRACY:
I vichinghi Sweet Sorrow hanno passato il testimone ai grinder di Brežice Dickless Tracy. I Dickless Tracy, che nella loro ultima incarnazione contano tre membri, oltre agli immortali fratelli Cepanec anche Sine al basso, spargono la peste sui palchi sloveni da una bella decina d’anni, il che è degno di ogni lode, perché da noi non ci sono molte band che reggono così a lungo. Durante l’esibizione non sono quindi mancati classici come Incubator of Death e Halls of Sickness, e nemmeno creazioni più recenti come To Enter Martyrdom. Sul palco regna Cepo, che gorgoglia qualunque cosa, mentre i Dickless sono comunque famosi per il loro umorismo sgangherato, a cui l’abuso abbondante della doppia cassa da parte di Ivan e le seghe alle corde di Sine aggiungono solo un pizzico di fascino. Il grind di dieci anni si sente eccome nei Dickless Tracy. Brutal as fuck! E non poteva esserci niente di più adatto del fatto che il cielo si sia aperto proprio durante l’esibizione dei Dickless Tracy. Grindstorm!

Scaletta dei Dickless Tracy:
1. Conflicts of a Time to Come
2. Incubator of Death
3. To Enter Martyrdom
4. Grindstorm
5. Halls of Sickness
6. Promised for Eternity
7. Conclusive Inscription

METALSTEEL:
Il destino ha voluto, come da tradizione ogni anno quando si svolge il tradizionale festival Metal Mania Open Air, che anche quest’anno piovesse. Evidentemente i Sweet Sorrow hanno fatto arrabbiare a dovere Odino e i suoi sudditi, e al concerto dei MetalSteel il cielo si è coperto di buio. Ha rovesciato acqua a catinelle. Esattamente all’inizio del concerto. Uno dei maggiori fenomeni metal della scena slovena, la band metal più giovane della Slovenia, originaria di Medvode, non si è spaventata per niente. Anzi. Questa scenografia in più, offerta stavolta gratis da madre natura in persona, i MetalSteel l’hanno sfruttata benissimo. Nonostante la giovinezza, con membri che in media non hanno ancora compiuto 20 anni, si tratta di una band estremamente affiatata, che con i numerosi concerti di circa quattro anni buoni si è guadagnata una bella dose di esperienza live e quindi di routine sul palco. I MetalSteel sono molto ben conosciuti in Slovenia. E non è tutto. Sono una delle band più amate. Semplicemente perché sono belli, giovani, stalloni ben piantati con un aspetto leggermente monello. Così anche nel nubifragio peggiore le prime file si sono riempite di ragazze, letteralmente fradice, a cui fregava un fico secco di cosa sarebbe piovuto dal cielo. Diavolo! Sul palco ci sono i MetalSteel! Beni Kic è cresciuto in un leader carismatico, che guida senza problemi il canto delle strofe e offre un controllo magistrale della chitarra. Il giovane Kai Hansen sloveno (Gamma Ray) ha superato con successo tutti i passaggi più difficili, la voce suonava fresca, con una carica convincente. Con Rok si sono scambiati per gioco qualche duello, mettendosi spalla a spalla come facevano alla fine degli anni Settanta i pionieri Judas Priest o Thin Lizzy, mentre Matej al basso, con la sua ricca conoscenza e il suo giro morbido, ha portato di nuovo un bel pugno di dinamite melodica in più nel suono della band. Gli ingranaggi della batteria di Daša non si sono fermati un attimo e così equipaggiati i MetalSteel hanno bruciato in pieno attraverso la tempesta infernale che gli scompigliava i capelli e gli toglieva il terreno da sotto i piedi. Anche i MetalSteel hanno lasciato un’impressione trionfale e, dopo Interceptor e Sweet Sorrow, hanno mantenuto a un livello alto il flusso di energia tra band e pubblico. Nonostante il diluvio. Gente e band si divertivano visibilmente! E questo è il succo di tutta la faccenda. Attraverso un’atmosfera come quella che ogni metallaro desidera sul palco e che è…

…questa volta stata quasi fatale per il Metal Mania Open Air. Siccome il telo del tetto del tendone sopra il palco era poco teso, durante il diluvio vi si è accumulata una quantità gigantesca d’acqua, che ha piegato il telo completamente verso il basso. La struttura oscillava pericolosamente sotto l’insopportabile peso della fresca acqua piovana, ma l’organizzatore, con la sua squadra capitanata dai gemelli dei Lady’s First Buco e Yowda, all’ultimo momento ha salvato la situazione con abnegazione e risolto il problema. A causa del temporale il festival è stato interrotto per un po’ e quando il cielo si è calmato è arrivato il momento dell’esibizione dei…

TRAIL OF TEARS:
Con un romantico tramonto (che per colpa delle nuvole di pioggia non c’è stato) ci sta bene qualcosa per le anime più tenere, ed ecco in scaletta la formazione norvegese Trail of Tears. I norvegesi con il loro album d’esordio del 1998, Disclosure in Red, hanno sorpreso con un ottimo gothic metal in cui si mescolavano influenze di death metal melodico, black metal, strutture dinamiche, trovate ingegnose, ruvido growl maschile e voce femminile angelica. A dieci anni dalla nascita nel gruppo cambia un piccolo mare di membri e il risultato è il disco uscito l’anno scorso, Existentia, che nel mare di band gothic metal dal concept “beauty and the beast” non spicca per niente. Ed è esattamente quello che ci aspettava anche al Metal Mania, dove la formazione si è mostrata sotto una luce piuttosto fiacca. La parte strumentale e il growl maschile hanno fatto bene il loro lavoro, mentre la soprano Cathrine Paulsen ha pasticciato in modo disperato. L’esibizione dei Trail of Tears al Metal Mania di quest’anno finirà quindi presto nel dimenticatoio.

IMPALED NAZARENE:
Tutta un’altra musica sono stati i pazzi finlandesi, gli psicopatici black metal Impaled Nazarene. La band sin dalla nascita agita gli animi, che si tratti delle critiche per testi presumibilmente nazisti, del litigio con la scena black metal norvegese o del presunto suicidio dell’ex chitarrista Teemu Raimoranta (che nel 2003 sarebbe caduto da un ponte sul ghiaccio in stato di ubriachezza; “what a black metal way to go, he he”). Comunque sia, conta la musica, non le voci di corridoio, come ha sempre ricordato il leggendario Chuck Schuldiner, e conta che gli Impaled Nazarene sparano un eccellente black ‘n roll. E dai finlandesi non puoi aspettarti altro che un’esibizione incredibilmente energica e sentita, sostenuta da ettolitri di vodka. “Worship the Goat!”

AVULSED:
Come ultima band straniera della serata di venerdì è salito sul palco probabilmente il più grande prodotto di esportazione death metal spagnolo, gli Avulsed. Anche se il nuovo disco della macchina death metal spagnola lo aspettiamo dal Gorespattered Suicide uscito nel 2005, i ragazzi hanno presentato in modo eccellente uno spaccato di una carriera di diciassette anni, abbracciando più o meno tutti gli album. Il temperamento mediterraneo si sente eccome sul palco, perché gli Avulsed sono senza compromessi, che si tratti dei growl animaleschi di Dave il Marcio o del drumming brutale di Ricky, che ancora ad aprile di quest’anno ha avuto un lieve ictus, che però al pazzo batterista non si nota affatto. Brutali come sono sul palco, gli Avulsed lo sono anche per quanto riguarda il bere, pure fuori dal palco. “Hail Infernal Haemorrhoids!” Il venerdì si è chiuso in versione black metal con la supergruppo della costa Grimoir.

testi su Ragespect, Defiant, Vulvathrone, Cyclone, Karnak, Obduction (in parte), Interceptor, Sweet Sorrow, Metalsteel: Aleš Podbržnik
testi su Obduction (in parte), Dickless Tracy, Trail Of Tears, Impaled Nazarene, Avulsed, Grimoir: Rok Klemše

Scaletta

10:30 – Ragespect 11:20 – Defiant 12:10 – Vulvathrone 13:00 – Cyclöne 13:50 – Karnak 14:45 – Obduction 15:40 – Interceptor 16:35 – Sweet Sorrow 17:30 – Dickless Tracy 18:25 – Metalsteel 19:40 – TRAIL OF TEARS 21:10 – IMPALED NAZARENE 22:50 – AVULSED 00:20 – Grimoir

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