MetalDays 2013 (primo giorno) – tuffo negli anni Settanta con Bobby Liebling!

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Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik
Foto: Nina Grad, Jerneja Jerak

Luogo: Tolmin / Slovenia
Data del concerto: 22.07.2013
Presenze: 15.000

Nove (gironi dell’inferno sopra il paradiso) sono passati e dopo il nono arriva il decimo. Sì, per la decima volta di fila Tolmin è stata invasa dal nero. Non quello delle nuvole, ma quello umano, metallaro. La decima edizione, quella del giubileo, ha portato un sacco di cambiamenti, e il più evidente è ovviamente il nome. Il Metalcamp è morto, lunga vita al MetalDays (che, vista la quantità disperata di tizi in tanga, corsetti e roba rosa, si è guadagnato in fretta anche il soprannome di MetalGays)!

Ma non è cambiato solo il nome: il festival ha subìto parecchie altre modifiche, meno visibili ma di certo importanti. La più grande e la più gradita è che il secondo palco è passato in mano agli stormtrooper da concerto di casa nostra, i Dirty Skunks, che hanno messo insieme un cartellone fantastico e variegato, capace di reggere facilmente il confronto con quello del palco principale (o addirittura di batterlo). Inoltre non c’è più lo storico partner del festival Rock the Nation, che anno dopo anno ci rifilava band del proprio »roster« e a cui ormai eravamo tutti più che stufi. Le novità non finiscono qui: birra e cibo non si pagano più con quei rompiscatole di buoni di carta, che finivano a mollo sia nella birra sia nell’Isonzo, ma con comode carte di pagamento, che hanno velocizzato parecchio gli acquisti. Molto gradite anche la birreria con una selezione di birre straniere, la maggiore varietà di cibo e il clima rilassato e attento all’ambiente che si respira in tutto il festival.

Una settimana di fuga dalla realtà è iniziata in realtà prima dell’inizio ufficiale del festival, visto che sabato e domenica si sono tenute due serate di warm-up con band di casa nostra. Nonostante gli sforzi per beccare il concerto di riscaldamento di domenica, ehm… l’acclimatazione ha presentato il suo conto. Arrivare passando per il bellissimo Most na Soči e infilarsi nel centro di Tolmin, già brulicante di metallari, è ogni volta indimenticabile, e Tolmin e il festival riescono sempre a regalare un inconfondibile senso di casa.

Quest’anno il secondo palco ha offerto un bel pacchetto di artisti interessanti. I primi ad avvolgerci in una tempesta revival vecchia scuola, un misto di heavy old school e thrash europeo (mi vengono in mente Paradox e/o Vendetta), sono stati i greci Chronosphere. Il quartetto ateniese formato da Spyros Lafias (voce, chitarra), Panos Tsampras (chitarra), Kostas Spades (basso) e Thanos Krommidas (batteria) non è generico fino a quel punto, come per esempio i loro connazionali Suicidal Angels. Certo, non hanno inventato l’acqua calda, ma con una mezz’ora di galoppata indomita tra le loro Hypnosis, War Infesction, Light Leading Maze e la title track dell’album »Envirusment« hanno sorpreso in positivo e fatto capire che, con questa grinta, in futuro potranno regalare al pubblico ancora più bei concerti e buona musica propria.

Poi è toccato ai power metaller sinfonici bosniaci The Loudest Silence. I sarajevesi, guidati dalla cantante in scollatura blu elettrico Taida Nazraić, hanno proposto materiale proprio che però, come previsto, tirava ora verso gli Epica, ora verso i Within Temptation. Si sente che alla band mancano chilometri sulle spalle e che di concerti come questo, sul secondo palco del MetalDays, ha un disperato bisogno. Coraggiosi sul palco, ma roba già sentita e molto generica. Comunque, complimenti alla band per il cuore! Però, a dire il vero, le prime due band non sono ancora riuscite a conquistare la vera attenzione della nostra spedizione RockLine al MetalDays 2013! Ci è riuscita solo la formazione successiva.

Quest’anno a sverginare la nostra squadra sono stati i ragazzi di casa, le giovani speranze di Tolmin Agan, che sul secondo palco, nel primo pomeriggio, all’ombra delle chiome degli alberi, sono già riusciti a radunare un bel po’ di gente. Gli Agan suonano atmospheric/folk metal che si nutre soprattutto delle bellezze della natura. Visto da dove viene la giovane band, il materiale per ispirarsi non gli mancherà tanto presto. La formazione, i cui membri hanno in media appena sedici anni, ha sbrigato la sua mezz’ora in modo affiatato e senza grossi problemi, aiutata stavolta dal bassista esperto Mitja Usenik, dei veterani del folk metal sloveno Brezno. Gli Agan riescono a creare un’atmosfera un filo più mistica con un uso generoso delle tastiere e una voce ringhiante, e a restare in mente è soprattutto l’epica e sinistra Tema. Considerata la loro giovinezza e il fatto che fin dagli esordi hanno già un sacco di materiale proprio, gli Agan hanno davanti un bel futuro.

Poi è partito lo sprint (quest’anno più frequenti del solito per qualche sovrapposizione sfortunata, ma a scapito di un cartellone eccellente) verso il palco principale, per beccare gli heavy metaller portoghesi Attick Demons, alla loro prima volta su un palco sloveno. I portoghesi sono saliti sul palco principale nel caldo più feroce, ma ci hanno comunque scaricato addosso una dose di energia positiva, soprattutto grazie al vocalist Arturo, scattante e di buon umore, che ha riempito il palco fin dalla prima nota, e non sono mancate nemmeno le mosse glam, tipo il salto dal »drum riser« a gambe larghe. Gli Attick Demons nel 2011 hanno pubblicato il primo album in studio, Atlantis, in cui hanno fuso con successo un heavy metal fortemente influenzato dagli Iron Maiden con un power metal vicino a band americane tipo Pharaoh e Cage, e in una buona mezz’ora il sestetto ha suonato una bella fetta del disco. Sì, gli Attick Demons sono in sei, con tre chitarristi che (lodevolmente) non suonano sempre le stesse linee, ma riescono a sorprendere con qualche finezza. Purtroppo la terza chitarra ha fatto i capricci e il suono non era dei migliori, ma ad affiorare è stata comunque l’eccezionale voce di Arturo, che più volte ha ricordato la grandezza di quella di Dickinson.

Dopo i giovani sloveni Agan, sul secondo palco sono saliti i croati Avicularia. Questi brutalizzatori del death metal estremo hanno proposto un mix di pezzi originali tecnicamente più impegnativi, in cui il tintinnio dei coltelli insanguinati della loro macelleria non nasconde un grande entusiasmo compositivo. Le composizioni sono movimentate e messe insieme con gusto a livello di motivi, e con pezzi propri come Anthem To Arms anche i nostri vicini del sud dimostrano che gli standard di band da Immolation a Quo Vadis non sono più irraggiungibili. Lo conferma anche il debutto della band »Born To Be Vile« (2009), accolto molto bene nella comunità metal internazionale.

Un seguito decisamente meno interessante l’hanno offerto i death metaller melodici ed epici Darkest Horizon, dai dintorni di Francoforte. Un’odissea quasi cinematografica, da favola, di arrangiamenti ultramelodici, dove i riff sono sostenuti alla pari dalle tastiere e i growl death metal fanno quasi da stonatura. Si direbbe che i Darkest Horizon siano una band che scalderà soprattutto i metallari appena sfornati. Io, ormai piuttosto raffreddato, ho preferito spostarmi sotto il sole cocente del palco principale, dove si scatenavano i revitalisti del thrash metal australiani 4ARM. Senza picchi creativi di scrittura, con un misto di influenze Machine Head, Trivium e ogni tanto anche di thrash teutonico, hanno presentato l’album in studio attuale »Submission For Liberty« (2012) con i pezzi My Father’s Eyes, Blood of Martyrs e The Warning.

Kissin’ Dynamite sono un quintetto di puledri potenti che RockLine segue dal 2009, quando si presentarono per la prima volta al grande Bang Your Head !!! festival. A proposito, all’epoca gli Alestorm, i pirati da cespuglio oggi »miracolosamente onnipresenti«, suonarono in mattinata proprio prima dei Kissin’ Dynamite. Allora i Kissin’ Dynamite si presentarono come tipici revitalisti dell’heavy metal della vecchia scuola tedesca. Sia per lo stile degli arrangiamenti sia per l’aspetto esteriore. Sono una squadra di casa a Balingen, vicino a Reutlingen, che stando al codice fiscale ha appena superato i vent’anni. Johannes Braun (voce), suo fratello Ande Braun (chitarra), Jim Müller (chitarra), Steffen Haile (basso) e Andi Schnitzer (batteria) sono in questo senso un vero fenomeno. La band, che nel 2008 ha cambiato nome da Blues Kids a Kissin’ Dynamite (da un pezzo degli AC/DC), stavolta ha debuttato non solo al MetalDays ma proprio in Slovenia con il suo terzo lavoro in studio »Money, Sex And Power« (2012), con cui è passata concretamente dal campo del genere descritto prima a quello dello sleaze, dando così al metal che suona anche quell’elemento che, soprattutto grazie alla nuova ondata scandinava di band, oggi sta tornando molto popolare in Europa. I Kissin’ Dynamite si sono quindi agghindati da band sleaze rock e, in mezzo alla calura velenosa del primo pomeriggio, hanno offerto un concerto dinamico d’eccezione, con il cantante »topless« Johannes Braun a pensare al buonumore di tutti. Ha sfoderato anche qualche urlo da spaccare i timpani, nelle tonalità più alte. Con i Kissin’ Dynamite il MetalDays ha portato nei prati di Tolmin un artista che per genere e carattere si discosta nettamente dalla missione metal di base dettata dall’ex Metal Camp. Un gesto eccezionale da parte dell’organizzatore, e speriamo che dopo i Kissin’ Dynamite in futuro seguano anche altre band sleaze rock o glam metal revival bollenti, se per dire dei sudici rock ‘n’ roll come gli Airbourne costano troppo.

Nello stesso momento il palco piccolo offriva un’esperienza musicale completamente diversa, perché da un’altra dimensione ci sono saliti i nostrani The Canyon Observer, che ci hanno gettato tra alta e bassa marea, tra una superficie liscia come vetro e la furia spietata della natura da uragano a Capo Horn. La band ha aperto la sua mezz’ora con suoni di chitarra calmi, malinconici ed eterei, accompagnati dalle voci da sirena di Hopsy, ma non ci ha lasciati a lungo a dondolare in trance, perché è esplosa in una cenere vulcanica brutale che ha trasformato il pubblico da zombie sognanti in animali da headbanging. Come esempio perfetto di questa dualità della band è servita l’epica And Drift Away, dove riff mistici, accordi a sega e una voce brutale e cruda si completano alla perfezione. L’insieme è stato riempito alla grande da una batteria fantastica (rombante), mentre Hopsy ha messo del suo con i suoi contorcimenti e le sue evoluzioni epilettiche sul palco, e all’atmosfera della band contribuisce anche il fatto che tra un pezzo e l’altro non c’è inutile cicaleccio. Nei The Canyon Observer parlano gli strumenti (e la voce, ovvio), e senza dubbio il loro set è stato uno dei primi picchi del festival, che sembrava e suonava come la messa in musica di un’aritmia cardiaca – ora calma e sognante, ora brutale e piena di adrenalina, e così avanti in questo (dis)ritmo.

Sul palco principale, intanto, i tedeschi tirati a lucido Kissin’ Dynamite stavano finendo il loro show, e guardando il cantante denutrito conciato alla Mötley Crüe/Poison ero contento che fino all’altro palco non arrivassero i suoni del loro sound glam/hard rock da cliché. Un piacere molto più grande, invece, è stato salutare sul palco i pesi massimi svedesi Soilwork, che con il doppio album appena uscito e ben accolto, The Living Infinite, si sono riavvicinati alle loro radici. Gli svedesi sono saliti sul palco nella peggiore calura del pomeriggio, che si è fatta sentire soprattutto su Björn »Speed« Strid, che già dopo le prime note cantate sudava e arrossiva, ma in quel caldo infernale sudavamo anche noi quando stavamo fermi. Speed ha comunque dimostrato di essere ancora in ottima forma vocale, anche se per i miei gusti esagera con le parti pulite più delicate. I Soilwork hanno ricordato concretamente il nuovo disco, da cui hanno suonato quattro pezzi, mentre purtroppo hanno pescato più indietro nella storia solo con l’album Natural Born Chaos e il superhit Follow the Hollow. Ottima esecuzione e concerto energico vanno a braccetto con i Soilwork, ma chi ha entusiasmato davvero è il batterista fuori serie Dirk Verbeuren, che toglieva il fiato con un drumming disumanamente preciso, pieno di passaggi meravigliosi, stacchi e tantissime finezze (non stupisce che l’abbia voluto con sé anche Devin Townsend nel disco Deconstruction). I Soilwork hanno chiuso il loro set con l’hit Nerve, e dopo un concerto rovente (in un modo o nell’altro) un rinfrescata nell’Isonzo, smeraldina bellezza, ci voleva proprio. Quest’anno a stupire con una maggiore varietà è stato anche il programma del »Beach stage«, dove c’erano badminton topless (gnam), beach volley maschile in tanga (meno gnam), spettacolo serale col fuoco e l’immancabile striptease. Più vario anche il programma musicale, che quest’anno, grazie a Dio, non ci ha violentato con innumerevoli repliche dell’inno del Metalcamp, e di tipi strani a Sotočje ce n’è comunque ogni anno più che a sufficienza.

I revitalisti del thrash metal di Nottingham Incinery sono quasi passati inosservati, perché la maggior parte della gente in quel momento preferiva sbrodolarsi sul prato davanti al palco principale del festival, dove i Soilwork offrivano la loro mano di »riconciliazione metal«. In realtà un concerto molto corretto e sicuro da parte di una band che ha appena quattro anni di vita, anche se per una dozzina di spettatori. Tra parentesi, sono affiatati da dio, anche se ascoltarli è un’impresa dannata! Molta sfortuna ha avuto invece, dopo di loro, l’interessante band slovena Neurotech, che ha dovuto chiudere il set dopo appena 10 minuti. Gli è morto infatti uno dei computer. Il metal sperimentale, sostenuto da molte matrici software, purtroppo non può funzionare altrimenti sul palco. Dovremo quindi inseguire il prossimo concerto della band. Più simpatie, con la mia pazienza, se le sono prese più avanti nel programma, sul secondo palco, i post metaller americani Mouth Of The Architect, dall’Ohio. Il quintetto, con una scenografia sonora generosamente arricchita, ha ipnotizzato con successo gli ascoltatori con la sua visione di una navigazione esoterica in una piscina di potenti effetti di chitarra, sostenuti da numerosi trucchi di delay. Un pennacchio colorato di suoni e soluzioni sonore. Pezzi come The Other Son e Sharpen Your Axes hanno mantenuto un’atmosfera corroborante che per mezz’ora ha spostato l’umore in tutt’altra dimensione musicale. Quella che piacerebbe ai fan di Isis, Cult Of Luna, Neurosis e/o Pelican.

Già nel primo pomeriggio, molti visitatori più giovani, con la faccia dipinta, hanno fatto capire che lunedì ci sarebbe stato anche il concerto degli eroi del metal »adolescenziale«, i finlandesi Ensiferum. È incredibile quanto sia forte la fanbase di questa band, che proprio al tramonto ha riempito per bene il prato davanti al palco principale e bagnato i ragazzini che vanno matti per loro. Agli Ensiferum non si può certo rimproverare un brutto concerto, perché è stato energico all’estremo, battagliero e suonato alla grande, e ci hanno messo del loro anche il carismatico bassista Sami e la crescente pancia da birra di Petri, ma evidentemente sono diventato un metallaro incallito e negli Ensiferum proprio non riesco a trovare niente di più degno. I ragazzi e la tastierista, su cui almeno gli occhi potevano riposarsi, hanno suonato i classici Guardians of Fate, One More Magic Potion (in cui hanno infilato un pezzetto del classico dei Metallica For Whom the Bell Tolls), Lai Lai Hei, Twilight Tavern, hanno accontentato definitivamente i giovani con la classica Iron e poi hanno lasciato il palco ai leggendari veterani del thrash metal newyorkese, gli Overkill.

Prima ancora, mezz’ora sul palco piccolo era dedicata alla band death/thrash metal israeliana Hammercult, in cui purtroppo la cosa più interessante era che il cantante Yakir portava la maglia della band americana di culto Manilla Road. Gli Hammercult sono balzati tra le formazioni più in vista del Vicino Oriente nel 2011 con la vittoria al Wacken Metal Battle, ma il loro debutto Anthems of the Damned è una copia scadente e povera di band tipo Dew-Scented e simili. Gli israeliani hanno servito soprattutto riff generici e pezzi noiosi e prevedibili, e anche Yakir a tratti era un frontman troppo gonfio di sé, che non è riuscito a tirare fuori altro che un urlo monotono.

Overkill hanno portato sotto il palco una speciale guardia di fan. Un po’ più maturi. Meno ingenui. In linea con il loro codice fiscale thrash metal. Con una scaltrezza eccezionale Bobby Blitz ha domato il pubblico e l’ha guidato come in ipnosi. Il pubblico eseguiva obbediente ogni suo desiderio. Bobby è un frontman straordinario. Il carisma non gli manca e sa sfruttarlo benissimo. Un leader incredibile e un uomo che sa scegliere le parole giuste al momento giusto. Alle sue spalle, ovviamente, c’era la fedele macchina strumentale della band, che è salita sul palco del festival come in trance. Con una generosa dose di fanatismo, anche se per una band con un simile chilometraggio si tratta di »drill scolastico«, in ogni riff e in ogni gesto soffiavano comunque, anche nel 2013, passione, gioia e un enorme piacere di suonare! Gli Overkill sono un performer incredibilmente convincente, che non può sbagliare un colpo. Teste roventi sotto il palco e un solido catalogo di uscite in studio che richiamano i tempi d’oro, quando il metal era ancora giovane, genuino, indomito e ribelle, hanno garantito una nuova avventura indimenticabile con una band che prende a calci e morsi in una sola direzione, senza lasciarsi dietro sopravvissuti. Già la combinazione tra l’apertura con la nuova Come And Get It dall’album in studio attuale »The Electric Age« (2012) e subito dopo Rotten to the Core, classico dal debutto »Feel the Fire« (1985), è girata con una regia del genere, e gli Overkill hanno poi intensificato la loro marcia mortale nell’arco dell’ora di concerto, verso la coda della scaletta, con una serie di richieste e di fisse attese del repertorio di ferro. Un concerto, insomma, condotto sul modello dei migliori performer del mondo metal!

La prima sovrapposizione sfortunata e scomoda del festival di quest’anno c’è stata mentre sul palco principale gli sporcaccioni del thrash newyorkese Overkill facevano a pezzi tutto, e sul palco piccolo salivano i veterani del death metal britannico Benediction. Nel loro passato hanno ruggito nomi come Mark »Barney« Greenway (Napalm Death) e Dave Ingram (ex-Bolt Thrower), mentre dal 1998 il posto di cantante è di Dave Hunt degli Anaal Nathrakh, che sono saliti sullo stesso palco tre giorni dopo. Un suono fenomenale non è stato l’unico pregio del concerto delle leggende britanniche del death metal, perché erano di buon umore, brutali e dannatamente rumorosi! I Benediction ci hanno gettato per un’ora nel vortice di un death metal devastante, pieno di classici riff death metal (nobilitati da occasionali elementi hc/punk che distinguono i Benediction dalla maggior parte delle band death metal), di una batteria solida e varia e dei brutali growl di Hunt. Nei Benediction questi restano nei binari del genere, perché il suo ruggito è profondo e crudo e non inserisce linee urlate sugli acuti come negli Anaal Nathrakh. Ma stavolta nei Benediction ha funzionato tutto, non solo la voce – chitarre grasse, riff diabolici, basso profondo e rombante alla motörhead, batteria precisa, chiara e piena di groove, con una potenza devastante a fare da solido sostegno ai riff di chitarra. Il tutto è stato impacchettato in un insieme perfetto dagli interventi brillanti, improvvisati e (ubriacamente) intelligenti di Hunt, e con questo i Benediction sono saliti sul gradino più alto di lunedì, e sembrava che sarebbero riusciti anche a restarci. Caos (organizzato)!

L’azione sul palco principale del primo giorno del festival l’hanno chiusa i veterani di Göteborg In Flames. A Tolmin si trovano bene, e la loro esibizione al MetalDays non è la prima su questo stesso palco! Gli In Flames sono una macchina ben oliata, che si è abbattuta sul palco del festival con tutta la sua forza. Considerato che la promozione dell’album va avanti in giro per il mondo da ben due anni, e che gli In Flames li avevamo beccati nella parte iniziale di quello stesso tour al CUK Kino Šiška, a fine settembre 2011, ci si poteva aspettare cambiamenti più ampi nel repertorio. E invece ne abbiamo visti pochissimi. »Sounds of a Playground Fading«, il decimo album in studio della band, ha vissuto un’altra concretizzazione sul palco, con gli In Flames che si sono accesi già con la title track d’apertura. Il concerto si è svolto con un’illuminazione estremamente potente, anzi addirittura accecante. Sulla qualità dell’esibizione non ci sono dubbi. In effetti, senza troppa fatica gli In Flames hanno raso al suolo il palco del primo giorno del festival, e il pubblico fanatico, non meno fanaticamente, gli mangiava in mano. Anders Fridén (voce), Björn Gelotte (chitarra), Daniel Svensson (batteria), Peter Iwers (basso) e Niclas Engelin (chitarra), che nel 2011 ha sostituito in via definitiva nella formazione l’esausto Jesper Strömblad, hanno sparso napalm di routine con una falange di marce più recenti, e l’intero festival si è trasferito su una specie di telone groovante davanti al palco, che con la sua elastica sospensione segue in sincrono la morsa ritmica compatta della band. Il mix di ritmi solidi, sostenuti da una pletora di loop breakdown alla moda, e la combinazione di sequenze melodiche con chitarre in terze e aggressività riffistica si è dimostrato ancora una volta una mossa vincente e collaudata, con cui gli In Flames hanno giustificato senza fatica il ruolo di headliner del festival. Purtroppo anche durante il loro set si è fatto sentire un difetto dell’impianto audio e c’era parecchia confusione nel riffing delle due chitarre, ma problemi simili hanno afflitto anche la schiera di band che hanno suonato sul palco principale prima degli In Flames. Più di una sensazione di routine gli In Flames non hanno evocato. Chi non li aveva mai visti ha potuto godersi lo show senza pensieri, chi li ama l’ha apprezzato ancora di più, e chi li aveva già »curiosati« più volte ha avuto quello che si aspettava. Dagli In Flames nel 2013 tanto moderno e poco, se non niente, di classico. Anche i vecchi classici, come per esempio The Hive, suonano negli In Flames di oggi del tutto diversi rispetto ai tempi d’oro della loro pionieristica epoca melodic death metal. Bello, corretto, ma senza picchi e in linea con le aspettative. L’importante è che alla gente le teste siano partite a tutta, e quello era anche lo scopo principale della band!

L’onore di chiudere il primo giorno di festival è finito stavolta nelle mani giuste. Per la prima volta nella loro lunga carriera sono saliti sul nostro palco i veterani americani, i leggendari Pentagram con l’iconico Bobby Liebling in testa. Fino a poco tempo fa i Pentagram erano una band quasi dimenticata e oscura, salvata dall’oblio da un crudo documentario sul leader della band e unico membro originale, il cantante Bobby Liebling, Last Days Here (ve lo consiglio caldamente). La band ha iniziato a muoversi poco dopo la nascita dei Black Sabbath e per questo è considerata una dei pionieri del doom metal, e già negli anni Settanta aveva raggiunto un invidiabile e visibile status »underground«. Ma i Pentagram sono sempre stati un passo prima del grande successo, e a rovinarlo, ogni volta, è stato proprio Liebling, per decenni tossicodipendente grave. Bobby si è scrollato di dosso i demoni da poco (almeno quanto basta per essere ancora vivo), ha rimesso insieme la band e due anni fa ha pubblicato l’ottimo album di »come-back« Last Rites. Il concerto dei Pentagram al MetalDays è stato quindi una vera esclusiva e una delle più grandi attrazioni di quest’anno, e la band ha giustificato la sua fama già dalle prime note suonate. Alla formazione hanno regolato un suono fantastico, chiaro, forte e cristallino, grazie al quale hanno brillato tutti gli strumenti e la voce di Bobby, che tutto considerato si tiene sorprendentemente bene. I Pentagram sono stati una vera macchina del tempo verso il passato, già solo per la presenza del loro leader – Liebling è arrivato sul palco con la sua caratteristica capigliatura grigia scarmigliata, una camicia luccicante dritta dagli anni Settanta e pantaloni a zampa, e nonostante tutto quello che nel corso dei decenni si è ficcato in corpo (seguite RockLine, a breve pubblicheremo un’intervista con lui) ha evidentemente ancora un orecchio splendido, visto che si è circondato di musicisti eccellenti. Uno dei protagonisti più importanti dei Pentagram, il chitarrista Victor Griffin, purtroppo non è più in formazione (andate a sentire i suoi In-Graved), ma al suo posto c’è il convincente ed eccezionale chitarrista mancino Matt Goldborough, che ha entusiasmato con un riffing doom accurato e preciso e assoli spettacolari (durante i quali Bobby si contorce sempre in modo indimenticabile), e a togliere il fiato è stato anche l’incredibile batterista Sean Saley, il cui drumming è stato un vero pascolo per occhi e orecchie – passaggi vari e diversificati, uso generoso e ragionato dei piatti e perfino qualche occasionale botta di doppio pedale facevano rizzare i peli. E Bobby? Il suo parlato tra un pezzo e l’altro è difficile da capire, biascicato, ma tra le canzoni si è comportato dannatamente bene! Maestoso, affidabile, convincente e sexy, Bobby ha tuonato tra i versi degli immortali classici Sign of the Wolf (Pentagram), The Ghoul, Forever My Queen, Relentless e la conclusiva 20 Buck Spin, mentre i pezzi devastanti dell’album attuale Treat Me Right, Everything’s Turning To Night e 8 sono la prova che i Pentagram non sono affatto da pensione. Una chiusura eccezionale del primo giorno, il suo apice e uno dei momenti migliori del festival di quest’anno!

Rok Klemše:
– introduzione
– palco principale: Attick Demons, Soilwork, Ensiferum
– secondo palco: Agan, The Canyon Observer, Hammercult, Benediction, Pentagram

Aleš Podbrežnik
– palco principale: 4ARM, Kissin’ Dynamite, Overkill, In Flames
– secondo palco: Chronosphere, The Loudest Silence, Avicularia, Darkest Horizon, Incinery, Neurotech, Mouth of the Architect

Scaletta

THE CANYON OBSERVER:
1. Part I: As We Surrender To Lust
2. Part III: We Can Descend Into the Unknown
3. Part IV: And Drift Away
4. My Will

SOILWORK:
1. This Momentary Bliss
2. Weapon of Vanity
3. Follow the Hollow
4. Tongue
5. Spectrum of Eternity
6. Let This River Flow
7. Rise Above the Sentiment
8. Stabbing the Drama
9. Nerve

ENSIFERUM:
1. Symbols/In My Sword I Trust
2. Guardians of Fate
3. From Afar
4. Burning Leaves
5. One More Magic Potion (w/For Whom the Bell Tolls)
6. Lai Lai Hei
7. Ahti
8. Twilight Tavern
9. Iron

OVERKILL:
1. Come And Get It
2. Rotten To the Core
3. Wrecking Crew
4. Bring Me the Night
5. Electric Rattlesnake
6. Hello From the Gutter
7. Ironbound
8. Old School
9. Who Tends the Fire
10. In Union We Stand
11. Elimination
 — bis —
12. Coma
13. Fuck You

IN FLAMES:
1. Sounds of a Playground Fading
2. Where the Dead Ships Dwell
3. Pinball Map
4. Alias
5. Trigger
6. Embody the Invisible
7. Cloud Connected
8. The Hive
9. Only For the Weak
10. Ropes
11. Fear Is the Weakness
12. The Quiet Place
13. Delight And Angers
14. All For Me
15. The Mirror’s Truth
16. System
17. Deliver Us
18. Take This Life
19. My Sweet Shadow

PENTAGRAM:
1. Sign of the Wolf (Pentagram)
2. Wheel of Fortune
3. The Ghoul
4. Treat Me Right
5. Forever My Queen
6. Review Your Choices
7. Everything’s Turning To Night
8. When the Screams Come
9. 8
10. All Your Sins
11. Petrified
12. Relentless
 — bis —
13. Be Forwarned
14. 20 Buck Spin

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