Metaldays 2014 (quinto giorno) – a chiudere, prende fuoco pure il paradiso!
Autori: Rok Klemše, Aleš Podbrežnik, Sebastijan Videc
Foto: Nina Grad, Sebastijan Videc
Video: Sebastijan Videc
Luogo: Tolmin / Sotočje / Slovenia
Data del concerto: 25.07.2014
Presenze: 12.000
Tutte le cose belle prima o poi finiscono, e anche i Metaldays 2014 sono scivolati (fin troppo) in fretta nel quinto e ultimo giorno. Fino a venerdì avevamo vissuto e sopravvissuto un sacco di momenti indimenticabili e concerti fantastici, ma nonostante la stanchezza le energie non erano ancora finite: l’ultimo giorno andava spremuto fino all’ultima goccia, cosa che di solito comincia già con una colazione liquida. Che venerdì è stata ancora più liquida del solito.
Ad aprire l’ultimo giorno sul palco piccolo, dopo i Beheaded, ancora dei maltesi: Weeping Silence, che, come fa intuire già il nome, non sono brutali come i loro connazionali ma navigano nelle acque del gothic metal con spruzzate di doom. I Weeping Silence ci hanno servito soprattutto pezzi lunghi e tirati per le lunghe, pieni di cliché di genere, e a completare la tortura inquisitoria per le orecchie ci ha pensato lo starnazzare disperato della cantante Diana. Strumentalmente la band suonava preparata e affiatata, nemmeno i growl di Dario erano male (anche se il concept “beauty and the beast” è solo un altro doloroso cliché del gruppo), ma il genere sbagliato e il talent show di Diana hanno spedito i più a un ultimo bagno di caviglie nell’Isonzo. Meglio Hammer Slammer in spiaggia che Weeping Silence sul palco!
Dopo l’esibizione degli austriaci Brut, il palco piccolo è passato ai grotteschi olandesi Chain of Dogs. La catena del settetto canino, quanto a direzione musicale, per ora è un grosso enigma. Con ogni probabilità nemmeno loro sanno ancora bene su cosa costruire la propria identità musicale e dove gettare le fondamenta. Sul palco la band ha portato parecchio caos musicale e un bel po’ di rumore. L’usurpazione, per niente gradita alle orecchie, di un miscuglio di riff metal e fughe nella ferocia di un punk rock sporco, con dentro abbondanti suoni di violino (ah, di nuovo questi elementi folk…), sorretti per lo più da una “marcia da sbronza” di ritmi di polka traballanti, ha richiamato sotto il palco di nuovo orde fuori di testa per l’alcol, che si sono sparate una pletora di circle pit. A loro la mia delusione per la banalità espressiva del gruppo non ha certo fatto venire il mal di testa: si sono semplicemente fatte un altro bel party. Che alla fine è anche il punto principale.
Fino a venerdì avevano già difeso i colori sloveni Mephistophelian, Zaria, Armaroth, Within Destruction, Cordura, Space Unicorn On Fire, Black Diamond e Metalsteel (come se la sono cavata lo potete leggere nei report dei giorni precedenti), e dalla spiaggia siamo tornati sotto il palco piccolo per l’esibizione dell’ultima band di casa di questa edizione, i Condemnatio Cristi. La band si muove nelle acque del metal sinfonico, o, come lo chiamano loro stessi, del cinematic extreme metal, come l’hanno presentato nel secondo album in studio Soundtracks. Il gruppo ha offerto una performance energica, un’esibizione sicura e padrona della situazione, ma il suo problema principale su Soundtracks era soprattutto la perdita del filo rosso a furia di saltare da un genere all’altro, cosa che semplicemente non funziona come dovrebbe. Così per qualche momento la band demolisce tutto con black metal crudo e blast beat, poi inchioda tutto con un assolo sentito, per poi trascinare la baracca nelle acque del death metal. Il singolo European Death, presentato dal vivo in anteprima e tratto dal disco in arrivo, fa capire che i ragazzi sono riusciti a trovare la strada giusta e la propria nicchia, perché suona come il loro lavoro di gran lunga più maturo finora. Purtroppo però i Condemnatio Cristi non hanno avuto fortuna con l’audio, visto che le tracce di base li hanno lasciati nei guai, e a causa dei nuovi membri anche l’affiatamento della formazione non era a un livello davvero soddisfacente. Per via di una prova peggiore di quella di cui i ragazzi sono capaci, la delusione si leggeva anche sui loro volti. Peccato per un’esibizione sfortunata, ma aspettiamo a braccia aperte il nuovo album, che da quel che abbiamo sentito promette bene.
Un altro vero e proprio caso a parte dei Metaldays 2014 sono stati i metallari progressive Soen. La band era comparsa nel 2012 in tour europeo, quando apriva le serate davanti ai veterani britannici del doom metal Paradise Lost, e nell’ambito dello stesso tour si era esibita anche il 14.10.2012 a Lubiana. I Soen hanno proposto una scaletta identica a quella di due anni fa a Lubiana, con una scenografia ancora una volta interamente al servizio della visione musicale presentata nel debutto in studio »Cognitive« (2012). Anche se la band funziona come quartetto, con l’eccellente bassista Steve DiGiorgio, eternamente impegnatissimo (il 24.06.2014 lo avete potuto vedere sul palco del Kino Šiška con la formazione Death To All), che ha di nuovo saltato il tour con i Soen, il resto del corpo concertistico dei Soen è composto dai nomi di sempre! Cioè il carismatico cantante svedese e ottimo attore da palco Joel Ekelöf, poi il membro fondatore e batterista Martin Lopez (ex-Opeth) e il chitarrista Joakim Platbarzdis. Per i concerti estivi la band è stata rinforzata da due aiutanti dal vivo (tastierista e bassista). In 40 minuti di esibizione i Soen hanno presentato in modo estremamente efficace la loro missione musicale, che si appoggia molto agli elementi della musica dei Tool, e l’immagine musicale decisamente fuori dal comune del gruppo raccoglie di per sé tante simpatie tra i gourmet della musica, soprattutto tra chi cerca atmosfere particolari ed emozionanti esperimenti musicali. La band ha consegnato tutto questo e di più, avvolgendo chi nel pubblico sapeva staccare la spina in uno stato di “distacco” cerebrale. Un’esibizione eccellente, con una creazione dell’atmosfera tutta sua, che il grande carisma della performance vocale di Joel sostiene in modo superiore, melodie guida sintetiche e ben cesellate, passaggi di transizione dosati con sognante delicatezza, la succosità tecnicamente perfetta dei passaggi tra parti sofisticate e momenti di “groove” ispessito di un ritmo curatissimo, sostenuti da un massiccio muro di chitarre. Si tratta di una band di grandi maestri della musica, che sanno esattamente come approcciare la musica come arte, per raggiungere nell’espressione l’elemento dell’eclettismo!
All’ultimo momento dal palco piccolo a quello grande hanno spostato i malinconici finlandesi Ghost Brigade, che in poco meno di un’ora ci hanno presentato la loro visione di un mix di melodic death metal con approcci progressive e un forte retrogusto di doom e post metal. Purtroppo i fantasmi finlandesi non sono riusciti a soddisfare del tutto le aspettative piuttosto alte, soprattutto per una scaletta costruita non proprio bene. Va a loro merito che ascoltare i Ghost Brigade dal vivo è un’esperienza ancora migliore che sentire le registrazioni in studio, ma è stato comunque un boccone troppo grosso che più di tre quarti della scaletta fossero brani estremamente lenti e lamentosi, che sì riassumono più che egregiamente testi di solitudine e disperazione. Se i Ghost Brigade con un paio di brani così sono riusciti a costruire la vera atmosfera di malinconia e rovina, mettere in fila pezzi simili quell’atmosfera l’ha anche rovinata, trasformando l’intera esperienza in un boccone estremamente monotono e difficile da digerire, davanti al quale, all’ultimo giorno, per la stanchezza era quasi difficile tenere gli occhi aperti. I finlandesi hanno brillato così solo nelle rare escursioni più veloci e aggressive, in cui li ha guidati il growl crudo di Manne.
Al caos musicale totale sull’altro palco ci hanno invece pensato i grinder belgi Leng Tch`e, che ai Metaldays hanno fatto casino al posto dei brutal death metaller americani Pyrexia, saltati all’ultimo. La band si è data il nome dal metodo di tortura cinese ling chi, noto anche come morte dei diecimila tagli, con cui la vittima moriva molto lentamente e molto dolorosamente. Ecco, i Leng Tch’e hanno giustiziato il parco pieno in modo simile, cioè con milioni di sberle grind da due minuti che non fanno prigionieri. Anche se con il nuovo ciuffo il frontman Serge non somiglia più a Mr. T, resta comunque un vero psicopatico da palcoscenico che ruggisce come un animale, e già durante il primo pezzo è saltato nel photo pit fondendosi completamente col pubblico. Con la sua performance psicotica Serge ha svegliato in un attimo il pubblico fino ad allora piuttosto indifferente: sfoghi vocali brutali, sputi, humour malato e riff grind da urlo hanno fatto sì che sotto il palco si scatenasse un vero caos, e Serge voleva che il pubblico lo raggiungesse direttamente sul palco. Visto che non era possibile, Serge è saltato giù da solo, si è mischiato alla folla, continuando a ruggire come il Cookie Monster e portando intanto il pubblico in un mosh pit assassino. Allo stesso tempo Serge si rivolgeva al pubblico con discorsi sinceri e per niente studiati. Una follia!
Il tris “doom” sul palco principale l’hanno chiuso i debitori dell’anno scorso, i veterani britannici e pionieri del doom metal My Dying Bride. L’atmosfera durante la loro esibizione era perfetta: era appena calato il buio, c’era anche una leggera pioggerellina, e così alla band ha dato una mano pure il meteo, che ha sottolineato ancora di più il quadro malinconico e depresso dipinto dal pittore capo del gruppo, Aaron Stainthorpe. I britannici hanno scelto per i Metaldays una scaletta perfetta, in gran parte rivolta alla prima metà della loro carriera: il pezzo più recente suonato, Catherine Blake, si trova su un disco ormai vecchio di dieci anni, Songs of Darkness, Words of LIght. I leggendari doomer hanno presentato i classici nella luce migliore possibile; un suono eccezionale ha fatto sì che i riff lenti e tettonicamente pesanti tagliassero la carne, mentre le pesanti parole di dolore, perdita e disperazione di Aaron strappavano il cuore. Per via della scelta dei brani Aaron è ricorso più volte al growl crudo, che ha “ravvivato” la marcia lenta, mentre il carismatico cantante con movimenti drammatici e in ginocchio ha arricchito ancora l’esperienza, così come il violino sinistro e cupo di Shaun. Un’ottima scelta dei pezzi e una forma della band inaspettatamente buona (anche se dalla bocca di Aaron si sono sentiti troppe volte dei ringraziamenti, che di doom proprio non hanno nulla, eheh) ci hanno condotti fino in fondo in modo sublime con l’inno classico Turn Loose the Swans.
In acque musicali completamente diverse hanno trascinato l’auditorium stracolmo dell’altro palco i giganti americani del death metal Suffocation. Anche se in realtà sono una presenza fissa sui nostri palchi, ogni volta che annunciano una visita le budella ci tremano. Negli ultimi due anni i re del death metal ci hanno fatto visita già due volte, ma ogni volta in formazione ridotta. Il leggendario pazzo, il cantante Frank “The Tank” Mullen, per impegni di lavoro non può più far parte a pieno titolo della band, così la prima volta l’ha sostituito Bill Robinson (Decrepit Birth), la seconda John Gallagher (Dying Fetus). Anche se quest’ultimo ha fatto la sua ospitata sorprendentemente bene, i Suffocation senza il loro carrista non sono proprio i veri Suffocation. Per questo la gioia è stata ancora più grande quando Frank ha confermato che in questo tour estivo sarebbe tornato a suonare con i suoi compagni. Aaaaah, questo è death metal! Il pubblico è impazzito già quando i leggendari newyorkesi sono saliti sul palco, e per cominciare ci hanno subito fatto volare le teste con la cultissima Catatonia, e al caos di corpi sotto il palco non si vedeva la fine. Un suono eccezionale (cosa che vale per la stragrande maggioranza degli artisti sia sul primo che sul secondo palco) ha fatto sì che le batterie staccassero le teste, i riff di chitarra tranciassero gli arti e il ruggito brutale di Frank distruggesse i timpani. Frank, ci sei mancato! Tu, i tuoi leggendari colpi di taglio con la mano e le tue ancora più belle chiacchiere in quell’inconfondibile accento newyorkese. Una bella scaletta piena di classici (senza la ballata d’amore Entrails of You non si poteva certo), oltre che di pezzi nuovi dall’ultimo disco Pinnacle of Bedlam, un suono fenomenale, una band di buon umore e la presenza di Frank: il culmine death metal del festival!
Proprio mentre i Suffocation stavano ormai chiudendo piano piano il loro set, sul palco principale si consumava probabilmente la sorpresa più inattesa dell’intero festival. I giganti tedeschi Heaven Shall Burn li avevo messi personalmente nella categoria “ok, ci sta per curiosità”, e così quello che hanno preparato mi ha colto del tutto impreparato. Evidentemente alla band avevo fatto davvero un torto a buttarla nel cesto del metalcore, perché gli HSB sono molto più di questo. Breakdown non se ne sono praticamente sentiti, e lo schiaffo musicale dei tedeschi era per esempio più vicino a certi primi In Flames. Comunque, a prescindere dal genere, gli Heaven Shall Burn hanno davvero dato fuoco a Tolmin già con le prime note del primo pezzo, e la band ha provocato una vera esplosione di bomba musicale! Che follia hanno scatenato i ragazzi! Di mosh pit, circle pit e di un’onda infinita di crowd surfer non si vedeva la fine! Ancora più sorprendente è stato lo spontaneo, massiccio wall of death, che al cantante Marcus non è servito nemmeno nominare con una parola. L’atmosfera bombastica e indimenticabile non era però ancora finita, perché dal palco eruttava di continuo una quantità incredibile di energia (come di pirotecnica, fuoco e fumo), e Marcus teneva il pubblico in pugno senza fatica, cosa evidentissima durante The Disease, quando l’ha invitato a fare il più grande circle pit mai visto ai Metadays/Metalcamp finora. Intorno al mixer! Incredibile e mai visto! Anche sul palco la band sembrava il pubblico impazzito sotto il palco: Marcus si è tolto la camicia rossa già durante i primi pezzi, i chitarristi non hanno smesso di scapocciare fino al magnifico finale, e a conquistarmi definitivamente gli Heaven Shall Burn ci sono riusciti con l’ottima esecuzione del classico Black Tears dei miei amatissimi leggendari svedesi Edge of Sanity. Nonostante l’abbondanza di dischi in studio, i tedeschi hanno chiuso con una cover, ma non ci siamo certo lamentati, perché Valhalla (Blind Guardian) viene sempre magica. Spettacolare!
I Sabaton sono al momento uno dei nomi più caldi del metal mondiale, come testimoniano i concerti sold out in tutto il mondo e anche da noi. Non sorprende quindi che siano tornati sul luogo del delitto, Tolmin, che con la sua frequentazione internazionale variopinta quest’anno ha meritato il nomignolo scherzoso di villaggio globale. E se il visitatore casuale buttava l’occhio sulle magliette del pubblico, sembrava che un terzo fosse proprio per loro, un terzo per i connazionali Amon Amarth e un terzo per tutti gli altri. Perciò nessuno si è stupito che, dopo la superba esibizione degli Heaven Shall Burn, prima dell’atto conclusivo del palco principale, lo spiazzo si sia riempito fino all’ultimo angolino. Come da prassi, il pubblico ha cominciato a scaldarsi con il successone degli Europe ‘Final Countdown’, e i Sabaton sono partiti alla conquista di Tolmin in modo esplosivo con Ghost Division. Come previsto, l’esibizione è stata una passeggiata tra i brani dell’ormai piuttosto vasta opera del gruppo, e la sorpresa forse più grande è stata l’esecuzione di ‘Screaming Eagles’. L’album uscito da poco, Heroes, a quanto pare è già entrato in profondità nelle orecchie dei presenti, perché i quattro brani suonati hanno ricevuto una reazione fragorosa e un grande coro del pubblico, e non è mancato nemmeno il brano bonus vichingo da ‘The Art of War’, uscito nel 2008. Qualcuno magari ha storto il naso per le pause troppo lunghe tra un brano e l’altro, ma i discorsi al pubblico sono parte dei concerti dei Sabaton, e stavolta hanno toccato proprio la compagnia internazionale così variopinta. Un ottimo lightshow e un ottimo suono, la batteria montata su un telaio da carro armato con due enormi gatling ai lati, abbondante pirotecnica e l’energia inarrestabile di Joakim e compagni hanno chiuso più che degnamente le esibizioni di questa edizione del festival Metaldays.
Ogni giorno del festival Metaldays ha avuto il suo piccolo, vero orgasmo finale, che si consumava dopo l’esibizione dell’headliner, il protagonista del palco principale. Bastava solo spostarsi davanti al palco piccolo. Il primo giorno di un simile piacere si sono occupati i silenziosi vincitori morali della giornata, i Turning Golem, con un “prolungamento” del concerto negli Immolation, il secondo giorno i veterani polacchi del death metal Vader, il terzo giorno i pionieri del death metal Possessed, il quarto giorno le leggende dell’heavy metal Riot V… E il quinto giorno? Quel posto è toccato ai nostri vecchi, cari conoscenti di Sežana, che lì si erano esibiti il lontano 21.09.1995 davanti ai (sì, leggete bene) Black Sabbath. Se allora i Black Sabbath con il disco pietoso »Forbidden« erano ripiombati ancora una volta in una crisi d’identità, questa band nello stesso periodo aveva pubblicato uno degli album più riconoscibili della sua pittoresca carriera musicale, intitolato »Wildhoney« (1994). Parliamo degli svedesi Tiamat! Un quartetto comandato dall’ultimo capo, boss e cantante/chitarrista Johan Edlund, la cui formazione è completata dal bassista Anders Iwers, dal batterista Lars Sköld e dal membro più recente, il chitarrista Roger Öjersson, e che sui palchi del suo tour d’addio si presenta anche con un aiutante dal vivo in più, il tastierista Rikard Zander. L’esibizione della formazione nell’ambito dei Metaldays di quest’anno è stata la penultima prima che Edlund “spenga” definitivamente i Tiamat. Gliene restava soltanto un’altra. Prenotata per il giorno dopo. Al festival ungherese RockPart.
La band ha preparato di conseguenza un’ottima scaletta, che abbracciava il periodo di attività tra il 1992 (album »Clouds«) e il 2003 (album »Prey«), il che significa che a reggere la scaletta sono stati i brani degli album centrali della carriera del gruppo. Una band di esperienza eccezionale ha creato subito una scenografia sonora straordinariamente teatrale, dall’atmosfera cupa ma ipnoticamente rapace, comandata dalla voce bassa di Edlund. Una voce ipnoticamente seducente. Ti attira letteralmente nel suo mondo di misticismo, occulto, superstizioni sumere, tenebre gotiche. Dalla perfezione doom metal eccezionale di Whatever That Hurts verso la sorella più vecchia di due anni The Sleeping Beauty, fino alla conclusiva Gaia, avvolta in una pigra ninnananna gotica! Edlund e la squadra hanno creato un mondo unico, come solo la figura musicale dei Tiamat può incarnare. Ottimo suono. Massiccio! Con i mattoni del suono sempre ben distinguibili e ampiamente contrastati. Colpi di cannone della batteria, il suono lacerante del basso, un netto muro di riff di chitarra e una cortina di tappeti di sintetizzatori ben percepibile, attraverso la quale, con lo stile di canto di Edlund, nella musica dei Tiamat si avvertono influenze dirette del post punk e, con qualche loop sonoro aggiunto qua e là, perfino dell’industrial (Brighter than the Sun). I Tiamat non ci hanno lasciato respirare. Un’ipnosi senza paragoni! Un centro pieno nella scelta della formazione che chiudesse questa grande settimana per il metal mondiale! Nel segno della grande eleganza artistica degli unici e inconfondibili oscuri del metal, i Tiamat. Lo spazio stracolmo tra il palco e il mixer, ma anche a destra e a sinistra dietro il mixer, si è goduto gli ultimi momenti del concerto dei Tiamat, con cui si spegneva piano piano anche la parte di programma dell’edizione di quest’anno del festival Metaldays. Senza particolari teatrini la band ha lasciato i presenti in stato di ipnosi, quando attraverso il palco avvolto dalla nebbia ha risuonato l’ultima nota del brano Gaia. Un’ora e un quarto è passata in un battibaleno, il che dimostra quanto sia forte l’opera musicale dei Tiamat. Soprattutto quando prende vita sul palco. Speriamo che Edlund, a medio termine, durante la pausa del gruppo, riveda la decisione e annulli il pensionamento.
Quest’anno, nonostante il martedì piovoso, col meteo siamo stati fortunati, l’organizzazione migliora ogni anno, e il tanto criticato tendone Mercator si è rivelato un’aggiunta gradita. Da lodare l’ampia scelta di cibo, la birra non era male, anche i bagni erano puliti, e per ottimi si sono rivelati i trucioli di legno con cui gli organizzatori coprivano fango e pozzanghere. La scelta degli artisti è stata varia e movimentata dal punto di vista dei generi, quest’anno magari con un’enfasi un po’ maggiore sul death metal (il che non è un male, ognuno poteva trovare qualcosa per sé), il secondo palco di fatto non aveva un solo headliner, e abbiamo sentito anche qualche “esclusiva” (Possessed, Tiamat, Manilla Road). Visto che il festival quest’anno è andato sold out per la prima volta, e che il numero attuale di biglietti venduti indica che l’anno prossimo sarà lo stesso, gli organizzatori potrebbero forse lavorare in direzione di vere esclusive (qualcosa di simile a quello che è stata, per esempio, l’esibizione degli Emperor al Wacken di quest’anno). Le idee sono ancora tante e i miglioramenti si vedono di anno in anno. L’addio ai Tiamat è stato anche una conclusione adeguata di una settimana indimenticabile. I Metaldays stanno diventando una mecca che è difficile aspettare ogni anno, e Metaldays 2015 è già segnato sul calendario!
Nina Grad (foto): Soen, Ghost Brigade, Leng Tch’e, Suffocation, Heaven Shall Burn, Tiamat
Sebastijan Videc (foto, video): Weeping Silence, Lord Shades, Zanthropya Ex, My Dying Bride, Sabaton (+ testo)
Aleš Podbrežnik (testo): Chain of Dogs, Soen, Tiamat
Rok Klemše (testo): Weeping Silence, Condemnatio Cristi, Ghost Brigade, My Dying Bride, Leng Tch’e, Suffocation, Heaven Shall Burn
Scaletta
SOEN:
1. Fraktal
2. Fraccions
3. Delenda
4. Oscillation
5. Canvas
6. Last Light
7. Savia
8. Slithering
MY DYING BRIDE:
1. Like Gods of the Sun
2. The Thrash of Naked Limbs
3. From Darkest Skies
4. Catherine Blake
5. She Is the Dark
6. The Cry of Mankind
7. Turn Loose the Swans
SUFFOCATION:
1. Catatonia
2. Effigy of the Forgotten
3. Pierced From Within
4. Entrails of You
5. As Grace Descends
6. Purgatorial Punishment
7. Funeral Inception
8. My Demise
9. Thrones of Blood
10. Breeding the Spawn
HEAVEN SHALL BURN:
1. Counterweight
2. The Omen
3. Combat
4. Hunters Will Be Hunted
5. Land of the Upright Ones
6. Voice of the Voiceless
7. Awoken/Endzeit
8. Black Tears
9. The Disease
10. Valhalla
SABATON:
1. Ghost Division
2. To Hell And Back
3. Carolus Rex
4. Screaming Eagles
5. Soldier of 3 Armies
6. Swedish Pagans
7. Attero Dominatus
8. Resist And Bite
9. Poltava
10. Lion From the North
11. Uprising
12. Far From the Fame
13. Art of War
14. Primo Victoria
15. Metal Crüe
TIAMAT:
1. Divided
2. Children of the Underworld
3. Cain
4. Brighter Than the Sun
5. Phantasma De Luxe
6. Cold Seed
7. Whatever That Hurts
8. As Long As You Are Mine
9. Until the Hellhounds Sleep Again
10. Vote For Love
11. Misantropolis
12. Keops Pyramid
13. Wings of Heaven
14. The Sleeping Beauty
15. Gaia
Galleria fotografica































































































































































































