Ars Longa Vita Brevis

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Nice, The
Etichetta: Immediate Records
Uscita: 1968
Durata: 39:27
Voto: 3.5/5

L’ego insaziabile del leggendario maestro delle tastiere Keith Emerson non ha mai conosciuto limiti, e vale anche per i suoi primi anni creativi, ben prima di godersi la fama mondiale come membro dell’indimenticabile superband Emerson, Lake & Palmer. Poco dopo l’uscita del debutto dei The Nice »The Thoughts of Emerlist Davjack« (1967), opera pionieristica del progressive rock, Keith decise di sbattere fuori dalla band il chitarrista, cantante e fiatista occasionale David O’List. Già durante le registrazioni del secondo album dei The Nice, che con il suo tipico gusto da artista intitolò con parole latine, »Ars Longa Vita Brevis« (l’arte è lunga, la vita è breve), preso in prestito dal celebre aforisma di Ippocrate, era chiaro che per O’List i giorni nella band erano contati. Keith lo accusò di scarsa serietà e di pigrizia, così dovette fare le valigie e da lì in poi i The Nice andarono avanti come trio, con un peso sempre maggiore sul regno tastieristico di Emerson.

Più per scherzo che sul serio, in effetti, indissero un’audizione per un nuovo chitarrista e, nonostante tra i candidati ci fosse anche il futuro chitarrista degli Yes Steve Howe, Emerson ringraziò tutti i potenziali chitarristi per essersi presentati e portò i The Nice in una nuova era, in cui l’ultima parola era sempre la sua. Su »Ars Longa Vita Brevis« questo si sente anche nell’impostazione decisamente più ambiziosa e marcatamente sinfonica, dove le acrobazie di Keith a organo e pianoforte, soprattutto nella suite del titolo, diventano così dominanti che da qui in avanti dei The Nice si può già parlare come della band solista di Emerson, anche se il bassista Lee Jackson e il batterista Brian ‘Blinky’ Davison, purtroppo scomparso, erano anch’essi musicisti di altissimo livello.

Ma già allora Emerson era ‘un caso a parte’ per come dominava gli strumenti a tastiera, e uno dei geni di punta nella fusione di rock, classica e jazz, con una visione musicale che non conosceva confini, anche se come compositore dava il meglio di sé quando riadattava a modo suo gli arrangiamenti di alcune opere classiche. »Ars Longa Vita Brevis« contiene anche qualche suo contributo vocale, di solito in coppia con Jackson, che dopo l’addio di O’List era diventato il cantante principale dei The Nice. Per fortuna le imprese vocali di Keith, per lo più fastidiose, sul secondo album dei The Nice non sono molte, anche se rispetto a un Tony Banks (Genesis), per il quale in questo senso non c’è davvero speranza, era comunque un cantante piuttosto decente.

La prima metà dell’album è decisamente meno interessante del seguito, per lo più strumentale, e ha anche retto peggio alla prova del tempo, visto che i primi tre brani contengono una serie di elementi pazzoidi e psichedelici che nel 1968, nel contesto delle tendenze musicali di allora, andavano parecchio di moda, mentre oggi suonano fin troppo arcaici. Un esempio di questo smorfiare psichedelico è l’iniziale »Daddy, Where Did I Come From«, con sfoghi vocali burleschi, un tempo scombinato sul pianoforte jazz e strane improvvisazioni ‘spaziali’ all’organo Hammond. Il tutto suona quasi come se Emerson avesse incontrato i membri dei primi The Mothers Of Invention, ma senza la presenza del genio di Frank Zappa.

»Little Arabella« contiene motivi scatenati, quasi da ballo, al pianoforte, come se Emerson si trovasse in un fumoso jazz bar, mentre i manierismi vocali di Jackson, conditi di psichedelia, danno vita a una storia sarcastica su una ragazzina capricciosa. Qui si possono sentire anche arrangiamenti orchestrali sotto la bacchetta dell’ospite speciale, arrangiatore e direttore d’orchestra Robert Stewart. Questo pezzo scherzoso ricorda parecchio certe future burlesque degli ELP nello stile di »Are You Ready Eddy«.

»Happy Freuds«, il brano più commerciale dell’album, è segnato da arrangiamenti sinfonici pomposi e da un ritornello allegro e un po’ folle che suona come una cattiva parodia dei Beach Boys. Il ritornello è insaporito da divertenti armonie vocali tra Emerson e Jackson. Le cose si fanno subito serie con l’adattamento relativamente interessante di Emerson del classico Karelia Suite (originale di Jean Sibelius), intitolato »Intermezzo From The Karelia Suite«. Nonostante qui Emerson sia il grande dominatore, che rielabora a modo suo il motivo chiave della suite di Sibelius e ci aggiunge numerose imprevedibili improvvisazioni d’organo, il basso di Jackson è insolitamente portato in primo piano nella produzione e a tratti quasi copre il maestro delle tastiere.

Questa però era soltanto una specie di ouverture, se non addirittura la preparazione per l’opera più ambiziosa dell’album, la suite del titolo di 19 minuti, divisa in cinque parti e dominata da selvaggi arrangiamenti orchestrali. Qui il genio e l’ego di Emerson brillano in piena luce: già nella sezione d’apertura, »Awakening«, si sfoga con improvvisazioni sparse all’organo, mentre alcuni vertiginosi cambi di ritmo mettono in mostra anche il versatile batterista Davison. La prima sezione, in realtà, appartiene alla sua fantastica performance solista, che è davvero un capitolo a parte.

Nella sezione successiva, »Realisation««, a cui ha collaborato come compositore anche O’List, si sentono anche alcuni passaggi di chitarra elettrica firmati dal chitarrista ospite Malcolm Langstaff, mentre Jackson torna per un breve momento a fare il cantante principale. Poi a Emerson ‘parte di nuovo la brocca’ e il suo ‘orgasmare’ al pianoforte a metà della sezione mette subito in ombra gli altri musicisti. La sezione seguente, »Denial«, contiene un motivo d’organo turbinoso che, insieme agli inserti orchestrali d’archi in stile barocco, crea uno sviluppo inatteso di un’atmosfera serena. La quarta sezione, »Acceptance ”Brandenburger”«, è il trionfo improvvisativo finale di Emerson all’organo Hammond, di quelli che in carriera avrebbe sfoderato ancora innumerevoli volte, anche se in quel periodo il suo modo ‘supersonico’ di suonare l’organo, e soprattutto i suoi adattamenti personalissimi dei classici, erano un grosso shock e quasi una provocazione per tutti gli amanti della cosiddetta musica seria.

»Ars Longa Vita Brevis« è stato un album importante per lo sviluppo del primo progressive rock (sinfonico), anche se di capolavoro non si può proprio parlare. L’unico pezzo dell’album che si merita a pieno titolo questa etichetta è la suite del titolo, che resta una delle imprese più ambiziose di tutta la storia dei The Nice, mentre l’adattamento della già citata suite di Sibelius Emerson l’ha suonato volentieri dal vivo anche quando era ormai negli ELP.  I The Nice non si sono adagiati sugli allori, ma hanno continuato con impegno a creare nuova musica fino alla fine degli anni Sessanta. Anche se nessuno restava indifferente ai loro concerti, non sono mai riusciti a sfondare commercialmente, cosa che iniziò a frustrare enormemente Emerson e che a poco a poco sigillò il destino dei The Nice.

Formazione

Keith Emerson – tastiere, voce (tranne che in “Ars Longa Vita Brevis”)
Lee Jackson – basso, voce
Brian Davison – batteria

MUSICISTI OSPITI:
Malcolm Langstaff – chitarra (in “2nd Movement – Realisation”)
Robert Stewart – arrangiatore orchestrale e direttore d’orchestra

Produzione

The Nice

Tracklist

1. Daddy, Where Did I Come From (3:44)
2. Little Arabella (4:18)
3. Happy Freuds (3:25)
4. Intermezzo from the Karelia Suite (8:57)
5. Don Edito el Gruva (0:13)
6. Ars Longa Vita Brevis (19:20)
    a. Prelude / 1st Movement – Awakening (5:50)
    b. 2nd Movement – Realisation (4:54)
    c. 3rd Movement – Acceptance “Brandenburger” (4:23)
    d. 4th Movement – Denial (3:23)
    e. Coda – Extension to the Big Note (0:46)

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