Nice

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Autore: Peter Podbrežnik

Artista: Nice, The
Etichetta: Immediate Records
Uscita: 1969
Durata: 43:46
Voto: 3.5/5

I pionieri del prog rock The Nice furono, alla fine degli anni Sessanta, tra i volti di punta di un nuovo movimento musicale che scavalcava i confini di genere tra rock, jazz, blues e musica classica, e diventarono anche una delle prime band a collaborare con successo con un’orchestra. Guidati dall’instancabile mago delle tastiere Keith Emerson (poi negli Emerson, Lake & Palmer) sembrava che avessero ancora un futuro luminoso davanti a sé, ma la realtà, soprattutto per quanto riguarda la parità tra i membri della band, era un po’ diversa. Quando uscì il loro terzo album, intitolato »Nice« nel Regno Unito e in Europa e »Everything As Nice As The Mother Makes It« negli USA, si sentiva già che il trio The Nice non sarebbe sopravvissuto ancora a lungo.

Il virtuoso Emerson era allora, insieme a Jon Lord (Deep Purple), senza dubbio il tastierista più affascinante e scenografico di tutto il rock, e sembrava non conoscere limiti nel suo avventuroso adattamento di certe conquiste della musica classica e nel trattare a ritmo rock’n’roll il suo regno strumentale fatto di tasti. Il maestro delle tastiere cresceva a una velocità incredibile, non solo come musicista di primo livello ma anche come compositore, che per l’epoca si ritrovava in mano qualche idea davvero folle e straordinariamente innovativa. Peccato che alcune non riuscisse a realizzarle come le aveva immaginate all’inizio, perché al suo fianco non aveva strumentisti altrettanto dotati.

I suoi compagni nei The Nice, il bassista Lee Jackson e Brian ‘Blinky’ Davison, in questa fase della band faticavano ancora a stare dietro al talento quasi illimitato di Keith, anche se sui loro strumenti non erano certo degli analfabeti. Jackson, che era in realtà uno dei migliori bassisti rock della seconda metà dei Sessanta, cercava sempre di salvare le sue limitate capacità vocali con un approccio canoro eccentrico, che dava risultati a dir poco altalenanti. Nonostante tutti gli sforzi non riusciva a nascondere di essere, dal punto di vista tecnico, uno dei cantanti più deboli della scena prog pionieristica, che nelle sezioni tranquille e sottili finiva per risultare semplicemente ridicolo, se non addirittura da compatire. Davison col suo drumming sapeva spesso sorprendere con improvvisazioni interessanti e assalti devastanti, ma gli mancava quel pizzico necessario di raffinatezza e fantasia per entrare nel club dei grandi maestri del mestiere.

Durante la lavorazione di »Nice«, che proseguiva la direzione sonora seguita fino ad allora, Emerson iniziò a rendersi sempre più conto di questo fatto, ma sperava ancora che i The Nice avrebbero continuato a evolversi artisticamente e che prima o poi sarebbero saliti sul ‘ramo verde’ anche dal punto di vista commerciale. Un po’ di attenzione in più, anche se controversa, Keith se la procurò pure dal vivo, ad esempio il 26 giugno 1968, quando durante un concerto nella prestigiosa Royal Albert Hall inglese, nel bel mezzo dell’esecuzione del classico di Bernstein America (i The Nice ne pubblicarono la versione in studio come secondo singolo), diede fuoco a una bandiera americana, motivo per cui per più di vent’anni non poté rimettere piede in quella sala.

Con »Nice«, rispetto al predecessore »Ars Longa Vita Brevis« (1968), i The Nice hanno fatto un passo avanti artistico appena percepibile, pur continuando con la loro ricetta sonora innovativa che fonde jazz, rock, blues e classica. Sono riusciti a scrollarsi di dosso alcuni manierismi psichedelici dal sapore antiquato e a legare in modo ancora più convincente rock, sinfonismo e jazz, ma al disco mancava un lavoro ambizioso al livello della suite epica »Ars Longa Vita Brevis«; in più c’erano fin troppi contributi vocali di Jackson, mentre il meglio emerge nelle parti strumentali. Allo standard della suite epica si avvicina di più il pezzo di chiusura, la rilettura dal vivo del classico di Bob Dylan intitolata »She Belongs To Me«, che Emerson e i suoi compari hanno dilatato fino a 12 minuti e rielaborato fino a renderla irriconoscibile.

La prima metà dell’album era composta da materiale in studio. »Azrael Revisited«, che nel testo si riferisce all’angelo biblico della morte, contiene un leggero ritmo honky-tonk al pianoforte di Emerson, mentre la voce schietta e sguaiata di Jackson evoca l’arrivo di Azrael. »Hang on to a Dream« è un brano scritto originariamente da Tim Hardin con il titolo »How Can We Hang on to a Dream?« e contiene un coro di cui si è occupato Duncan Browne. Anche qui in primo piano ci sono le improvvisazioni classicheggianti e jazzate di Emerson al piano, mentre Jackson nelle sezioni delicate prova a suonare come un cantante ‘normale’, con le buone armonie corali che coprono i suoi limiti tecnici.

»Diary of an Empty Day« ha un’atmosfera festaiola e un tempo vivace, con Emerson che non risparmia passaggi infuocati all’organo, mentre Jackson cerca in qualche modo di armonizzare la sua voce tecnicamente carente ed eccessivamente psichedelica, con quel colore ‘fatto’. Tra i pezzi in studio il più ambizioso è »For Example«, che ricorda già un po’ le future imprese di Emerson col supergruppo ELP: un ottimo esempio di fusione dinamica e di gusto tra classica, blues, jazz e rock, dove emergono di più anche le linee di basso corpose di Jackson, mentre Davison porta nel suo drumming anche qualche finezza jazz. Emerson è di nuovo di un’altra categoria e le sue acrobazie soliste all’organo Hammond sono ormai quasi al livello di quelle che sfoderava da membro degli ELP.

La seconda metà dell’album è stata registrata dal vivo durante un’esibizione dei The Nice al celebre Fillmore East (New York). Entrambe le esecuzioni diventarono presto tra i loro cavalli di battaglia dal vivo, suonati fino allo scioglimento. Oltre alla già citata rilettura di »She Belongs To Me« di Dylan, hanno suonato anche l’adattamento di Emerson del classico jazz »Blue Rondo ala Turk«, scritto originariamente da Dave Bruebeck e da loro ribattezzato »Rondo ’69«. Qui Emerson si concede il suo grande sfogo solista e a ‘tutto vapore’ dimostra perché fosse il più grande genio delle tastiere e al tempo stesso il più grande terrorista delle tastiere della sua epoca. »Rondo« Emerson l’ha suonata anche più tardi, quando era già negli ELP, durante il loro set al leggendario festival Isle of Wight nel 1970.

»Nice« è stato un altro lavoro in studio dei The Nice in cui la seconda metà del disco batte la prima. Il capo Emerson e i suoi due scudieri hanno fatto un passo avanti piccolo ma percepibile rispetto all’album precedente e hanno creato una delle opere chiave per lo sviluppo del rock progressivo sinfonico, ma non sono riusciti in alcun modo a compiere un salto artistico tale da poter tenere ancora il passo con alcuni nuovi pionieri del prog che nel 1969 erano comparsi sulla scena musicale e suonavano già più rivoluzionari dei The Nice. Emerson l’anno dopo ha provato in qualche modo a compensare e per il progetto successivo dei The Nice, »Five Bridges« (1970), ha assoldato un’orchestra, ma ormai si rendeva conto di aver bisogno di nuovi compagni musicali.

Formazione

Keith Emerson – tastiere
Lee Jackson – basso, voce
Brian ‘Blinky’ Davison – batteria, percussioni

Produzione

The Nice

Tracklist

1. Azrael Revisited (5:52)
2. Hang on to a Dream (4:46)
3. Diary of an Empty Day (3:54)
4. For Example (8:51)
5. Rondo ’69’ (7:53)
6. She Belongs to Me (12:15)

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