Mirrors
Autore: Peter Podbrežnik
Artista: Marillion
Etichetta: Racket Records
Uscita: 2006
Voto: 4/5
“Mirrors” è la seconda uscita live di due album dal vivo registrati durante la tradizionale convention della band, svoltasi nell’estate del 2005, e che i Marillion hanno pubblicato in contemporanea con l’altro live, intitolato “Smoke”. Questo disco dal vivo è un bel premio per tutti i fan fedeli della band, e soprattutto per chi c’era all’evento. Mentre “Smoke” raccoglie versioni più energiche di pezzi più o meno noti del loro passato, “Mirrors”, uscito su due CD, è una raccolta di brani perlopiù più lenti e malinconici, dove dominano le ballad ma non mancano versioni acustiche di pezzi sia meno amati che più amati. Come su “Smoke”, anche stavolta sorprendono sia la scelta dei brani che l’esecuzione di buona parte di essi, tra cui anche pezzi poco conosciuti come “A Collection” e “Faith”, mai usciti su un album in studio. Sorprende anche l’ampia selezione da “Radiation” (1998) e “Marillion.com” (1999), considerati i loro dischi meno a fuoco e abbastanza snobbati dalla maggior parte dei fan. Dal disco si sente che la band ha suonato e registrato tutto soprattutto per il proprio divertimento e per il grande piacere e la soddisfazione di quel manipolo di fortunati che si sono ritrovati per la convention di due giorni.
Così i Marillion si sono concessi, per una cerchia ristretta, il lusso di rimaneggiare sia i pezzi più amati sia quelli che di solito non suonano praticamente mai dal vivo. Alcuni non li avevano mai eseguiti dal vivo prima d’ora e con ogni probabilità non li rifaranno mai più. Non è una sorpresa che i Marillion si trovino bene in territorio acustico, visto che versioni di questo tipo di alcuni pezzi non sono una novità per loro da un pezzo. La voce di Hogarth, in particolare, è sempre stata fatta per le ballad cariche di emozione, mentre sia Rothery che Kelly se la cavano da sempre benissimo anche senza elettrificazione. Kelly in particolare è sempre stato un maestro dei tappeti ambient sulle tastiere. Forse in certi punti si sente un po’ di vuoto nella sezione ritmica, perché Trewavas e Mosley sul primo dischetto non è che si sprechino granché, ma si tratta, come detto, di una registrazione live di un tipo particolare. Alcune interpretazioni, soprattutto quelle di pezzi di base energici, sono interessanti, mentre altre differiscono pochissimo dalle versioni in studio.
L’apertura affidata a “Born To Run” (Radiation, 1998) è già di suo una ballad perfetta, con elementi bluesy insoliti per la band all’organo Hammond e alla chitarra acustica, e si discosta pochissimo dall’originale in studio. La prima grande sorpresa è la scelta della ballad “A Collection”, che in origine è una bonus track dell’album “Holidays In Eden” (1991) e che probabilmente non verrà mai più suonata dal vivo. In “Now She’ll Never Know” (Radiation, 1998) alla chitarra acustica c’è nientemeno che il bassista Trewavas, che se la cava alla grande e, in combinazione con la voce di Hogarth, regala un’esecuzione estremamente emozionante di questo pezzo molto amato. Interessante anche la versione acustica e accorciata di “The Space…” (Seasons End, 1989), che nell’originale è una delle loro creazioni più drammatiche ed epiche, mentre qui, in versione acustica, suona come una semplice elegia, tra l’altro un po’ più jazzata. Ancora più interessante è la versione acustica di “Brave” (Brave, 1994), con paesaggi sonori ambient nell’intro e qualche sonorità celtica sullo sfondo. Un’altra grande sorpresa è l’esecuzione di “Faith”, brano mai pubblicato ufficialmente e risalente al periodo di “Afraid Of Sunlight” (1995). Direi che è un pezzo ottimo e dimenticato, e che è un peccato non sia mai uscito su un disco ufficiale. “One Fine Day” (This Strange Engine, 1997) è di base un brano ideale per una resa acustica, e per questo risulta una delle esecuzioni più entusiasmanti del disco, anche se è molto simile alla versione originale. Gli ottimi arrangiamenti orchestrali di Kelly alle tastiere, la voce eccezionale di Hogarth e i magistrali assoli di chitarra di Rothery sono i punti di forza di quello che direi è un classico della band. Anche Trewavas e Mosley qui sono un po’ più attivi. Il primo CD si chiude con “House” (Marillion.com, 1999), già di natura straordinariamente emozionante, che è un altro dei picchi di questa registrazione dal vivo e che a sua volta non si allontana dalla versione in studio, considerata uno dei migliori pezzi che i Marillion abbiano scritto negli ultimi dieci anni.
Il secondo dischetto si apre con un altro pezzo da “Marillion.com” (1999), “Enlightened”, eseguito in modo un po’ più energico rispetto al resto delle esibizioni, perché stavolta Rothery qua e là imbraccia finalmente anche la chitarra elettrica. Di questo brano, che hanno suonato dal vivo piuttosto spesso, Steve racconta che è nato dopo delle piacevoli orette passate a San Paolo, in Brasile. Anche la maggior parte degli altri pezzi sul secondo CD ha una colorazione elettrica. Segue il classico “Estonia” (This Strange Engine, 1997), che Hogarth dedica a due amici della band che se ne sono andati troppo presto (e che, caso davvero strano, avevano lo stesso nome – Tom Vance). Anche questa versione è entusiasmante, anche se resta piuttosto fedele a quella in studio. Con la sola differenza che nella seconda parte si concedono un interessante inserto di tastiere quasi barocco. “After Me” (Seasons End, 1989) è un’altra piccola sorpresa, che non si incontra proprio spesso nel loro repertorio dal vivo e la cui esecuzione farà impazzire tutti i veri appassionati della band. Seguono altri due lunghi epici: “When I Meet God” (Anoraknophobia, 2001) è eseguito in modo eccellente, ma resta fedele alla versione in studio, mentre “A Few Words From The Dead” (Radiation, 1998) ha un po’ più di variazioni, perché si apre con una breve narrazione e ampie sonorità elettroniche delle tastiere. Steve si prende anche qualche cambiamento voluto del testo e tra le parole spunta pure la parola Al-Quaida, vietata nel mondo “sviluppato”. L’esecuzione acustica di “Made Again” (Brave, 1994), con il pubblico che partecipa attivamente, chiude il concerto in un’atmosfera estremamente piacevole e familiare, che conferma ancora una volta i Marillion come maestri dell’atmosfera da concerto, capaci di tirare fuori sempre il massimo per i propri seguaci.
Come “Smoke”, anche “Mirrors” è pensato in primo luogo per tutti i veri fan della band, che apprezzano ogni uscita live di questo gruppo leggendario. Il disco entusiasmerà soprattutto chi non si lascia disturbare da una dose eccessiva di ballad, dalle versioni acustiche di buona parte dei pezzi e dall’assenza di alcuni brani più celebri. A me personalmente, nonostante le tante ballad, piace proprio che abbiano scelto ancora una volta un approccio diverso nel presentare i loro pezzi, che di solito dal vivo rendono addirittura meglio che in studio. A chi sta ancora scoprendo i Marillion sconsiglio invece questa registrazione live, perché, per la mancanza di molti classici e per certi approcci diversi all’esecuzione di alcuni brani, non offre un ritratto fedele di quello che sono davvero. Chi invece ha già “Smoke” in collezione, senza “Mirrors” non può proprio restare.
Formazione
Steve Hogarth – voce
Steve Rothery – chitarra
Pete Trewavas – basso
Mark Kelly – tastiere
Ian Mosley – batteria
Produzione
Marillion
Tracklist
CD 1 – 43:31
1. Born to Run (5:51)
2. A Collection (3:24)
3. Now She’ll Never Know (4:32)
4. The Space (4:05)
5. Brave (8:00)
6. Faith (3:56)
7. One Fine Day (5:56)
8. House (7:47)
CD 2 – 43:03
1. Enlightened (4:41)
2. Estonia (8:28)
3. After Me (3:14)
4. When I Meet God (10:16)
5. A Few Words for the Dead (10:13)
6. Made Again (6:11)
Durata album: 86:34