My Grandmother’s space suit

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Artista: Fonderia
Etichetta: Autoproduzione
Uscita: 2010
Durata: 53:12
Voto: 4.4/5

Il progressive rock italiano è vivo e lotta insieme a noi! E non parlo solo del sottogenere tradizionale, il RPI (Rock Progressivo Italiano), tenuto in vita dai conservatori Delirium, Premiata Forneria Marconi, La Maschera Di Cera, New Trolls e ovviamente Le Orme, ma anche di quel prog rock eclettico, un po’ più movimentato, senza limiti e senza compromessi. In questo campo le band si contano sulle dita, perché i fenomeni del prog italiano per lo più battono i già citati sentieri conservatori della progressive, però qualche protagonista c’è eccome. I Fonderia, quartetto (anzi, quasi quintetto: hanno due bassisti, uno per le sessioni in studio e uno per i live) della capitale d’Italia, esplorano proprio questa strada: la via eclettica e senza pesi del progressive rock, con radici nel rock, nel funk, nell’elettronica, nel jazz e nella psichedelia, e con un occhio di riguardo anche per la world music e l’etnico.

Il nome dice già parecchio sulle direzioni della band, perché “fonderia” è proprio quel posto dove da materiali di ogni tipo si ricava una lega, qualcosa di nuovo, completamente diverso e con proprietà diverse da quelle di partenza. E come in una fonderia, anche la band si è forgiata col tempo. I Fonderia sono nati come trio all’inizio degli anni Novanta, e in sala prove la tre si dedicava soprattutto all’improvvisazione. La band è cresciuta, musicalmente e come formazione, e quasi dieci anni dopo i membri hanno pubblicato il primo album omonimo. Già con l’esordio si sono fatti notare eccome, hanno portato a casa praticamente tutti i premi possibili in Italia e hanno trovato slancio anche in una base di fan in rapida crescita. La band partecipa inoltre a un’infinità di progetti della scena culturale italiana, compone musica per film e così via. Tutto questo fa dei Fonderia una band da non perdere di vista. Perché se hai attirato l’attenzione di Marco Migliari, produttore dei leggendari Real World Studios di proprietà di Peter Gabriel, è logico concludere che non si può ignorarti.

Il terzo disco, “My Grandmother’s space suit”, è stato registrato sotto la bacchetta di un vero maestro, che tra le altre cose ha curato la produzione di album e DVD di alcuni dei gruppi più grandi del mondo e di artisti di fama mondiale (Genesis, Deep Purple, Van Morrison e Sigur Ros, ma anche Peter Gabriel, Robert Plant, Loreena McKennit …). I Fonderia non hanno quindi dovuto preoccuparsi che l’essenza sonora della loro musica, fortemente basata sull’ambient, non finisse sul disco (è stato tutto registrato “dal vivo”, proprio per preservare al meglio l’energia della band mentre suona). Anche i membri dei Fonderia ammettono che il disco, e l’esperienza in generale, li ha spinti molto avanti nel loro percorso musicale, ridefinendo un po’ anche la loro musica. La prima novità è l’arrivo delle voci, che su “My Grandmother’s space suit” compaiono ben due volte (“Loaded Gun”, uscita anche come singolo, e “I can’t believe this is just another pop(e) song”). Ma i “fonditori” volevano più novità della sola voce. Hanno puntato a modernizzare il marchio della musica del passato, a futurizzare il look sonoro del secolo scorso, come racconta già il titolo dell’album. In breve, volevano mettere i progressi tecnologici dell’industria musicale di oggi al servizio di una musica che ha i suoi modelli soprattutto nel secolo scorso. E ci sono riusciti più che bene.

“My Grandmother’s space suit” ha nove brani, che messi insieme fanno quasi un’ora di jazz e rock progressivo eclettico. Il disco parte alla grande con “Moebius Onion Rings”, un brano jazz tranquillo che crea l’atmosfera per quelli che verranno. Qui i musicisti si attengono per lo più al principio del “less is more”, sia negli assoli che nel ritornello e nella strofa. È proprio questo a creare l’ambiente ideale e la calma totale dell’ascoltatore che, dopo il primo assaggio di un disco per ora ottimo, si fionda affamato sul pezzo successivo dei Fonderia. Ma già “Istanbul” è quella che ribalta tutto. Un’intro completamente sperimentale e free-jazz e riff di chitarra un po’ più pesanti sbriciolano l’atmosfera iniziale e invitano l’ascoltatore a drizzare le orecchie. Il brano poi scivola in acque un po’ zorniane, con una melodia etnica di chitarra e un beat di percussioni che sconfinano parecchio nel klezmer, la musica tradizionale ebraica. Anche gli ottoni entrano in scena con una mossa simile, con il crescendo si aggiungono gli altri strumenti, e alla fine arriva il risultato atteso: una cavalcata eclettica prog jazz-rock che non ammette etichette brevi e che, tra l’altro, non si preoccupa nemmeno di averne. Il terzo pezzo, “Loaded gun”, in origine un brano calmo (almeno sul lato strumentale), arriva con la voce. E che voce. La canta l’ospite Barbara Eramo. Di per sé il pezzo non è niente di speciale, un’aria pop-jazz tranquilla, dove però la Eramo riesce comunque a mettersi in mostra con la sua estensione. Anche a livello strumentale il brano ha i suoi momenti brillanti, ma sono troppo pochi, o troppo mal distribuiti (solo la seconda metà del pezzo prende davvero vita), per farne un picco come quello a cui si erano avvicinati i primi due brani.

“Gravity Wave” è un altro lavoro strumentale, costruito su crescendo e atmosfera. Le influenze dell’elettronica sono più che presenti e all’inizio pensiamo di ascoltare un pezzo IDM (Intelligent Drum’n’Bass), di ottima qualità peraltro. Ma quando Bultrini attacca la chitarra, ogni sogno (o incubo?) di drum’n’bass svanisce. Ne esce una prelibatezza fusion che subordina quasi tutto all’ambient. Batteria post-rock, lievi echi di tromba, chitarra melodica e un’aria quasi da pianoforte classico rafforzano ancora una volta l’etichetta eclettica dei Fonderia. Forse “Gravity Wave” è solo un po’ più moderna, più rivolta al pubblico di oggi, per cui la religione è il pezzo elettronico, ma la qualità della musica e gli elementi progressive, comunque dominanti, sono troppo evidenti perché il brano finisca mai nei club o nei set di DJ commerciali, il che, a modo suo, è ovviamente un peccato. Le influenze della musica contemporanea svaniscono già in “Liquid”, dove splendono il progressive rock e la fusion jazz. Riff di chitarra rock, singoli assoli fusion di tastiere e tromba sullo sfondo sono le fondamenta di questa musica, nella quale i Fonderia regnano semplicemente sovrani. E siccome i musicisti stessi hanno capito che creare ambient è il loro forte, che nella zona “less is more” si trovano benissimo, ci insistono anche stavolta, ma è anche l’unica somiglianza che “Liquid” ha con alcune delle sue antenate. Anche “A billion electric sheep” si vanta di predisposizioni simili, solo che all’insieme di pregi di “Liquid” si può aggiungere un ottimo suono spacy, che rafforza ulteriormente l’atmosfera sognante e la morbidezza del suono. Ogni tanto dei riff sperimentali più duri tagliano il sogno e, saggiamente, costringono l’ascoltatore a restare concentrato.

Proprio quando pensiamo che i Fonderia, ormai trovato il loro territorio, resteranno fedeli all’ambient jazz sognante, arriva un vero pezzo “kingcrimsoniano”: “Gojira”. Ed è curioso che, nonostante la magistrale manipolazione dell’umore dell’ascoltatore con la loro musica tranquilla, “Gojira” si prenda senza fatica il titolo invidiabile di vetta del disco. Riff di basso furiosi, assoli melodici della solita fenomenale chitarra, suoni di tromba free-jazz taglienti, tastiere space-rock, break incredibili dentro il crescendo … Il tutto di nuovo avvolto con intelligenza nelle meraviglie del mondo tecnologico moderno. Un brano semplicemente pazzesco, da togliere il fiato, che dall’inizio alla fine è un unico grande picco. Ed è divertentissimo come il pezzo successivo, “I can’t believe this is just another pop(e) song”, funzioni in totale opposizione a “Gojira”. Spirito zappiano e allegria in maggiore danno vita a una vera commedia pop, in cui, come dice il titolo, nel mirino finiscono il papa e i suoi leccapiedi. Il brano è ottimo di per sé, ma è un po’ fastidioso come l’atmosfera minacciosa, che toccava il culmine con la cupa “Gojira”, si rovesci in pura comicità. Ma è anche un altro aspetto della band che vale decisamente la pena di esplorare. Il finale, “Doctor’s hill”, è proprio quello che ci aspettiamo e che il disco si merita: un ottimo strumentale progressive fusion che non ha nemmeno bisogno di costruire l’ambient, perché questo è già al massimo e resta al culmine per tutto il tempo. Fino alla fine, quando si spegne dolcemente.

“My Grandmother’s space suit” è un disco che non può mancare in nessuna collezione. È un disco che ti conquista in modo così sottile che ti toccherà riascoltarlo, anche se non sarai del tutto sicuro del perché. È così diverso dalla definizione di progressive rock, eppure cammina a braccetto con la sua eclettica natura e con tutte le sue qualità. Perché? Proprio perché l’intento dei Fonderia, quello che esprime il titolo dell’album, è riuscito. Una novità: si sente un tentativo (riuscito) di modernizzare il jazz-rock degli anni Sessanta e il progressive rock dei Settanta attraverso la tecnologia di oggi. I pregiudizi sono così forti che pochissime band prog di oggi osano anche solo provarci. A questa tendenza si adeguano anche gli ascoltatori più âgé, che faticheranno ad ascoltare il disco la prima volta, la seconda, magari anche la terza. Lo ammetto, ci sono voluti più tentativi anche a me per capire il pieno valore dello sforzo e, in fondo, degli obiettivi dei Fonderia. Ma eccolo qui: un disco all’altezza del presente, che possiamo eleggere a rottura con la copia del suono antico del prog anni Settanta e che pianta così il seme di una nuova direzione del genere progressive. Perché “My grandmother’s space suit” è, semplicemente, un passo avanti nella musica. E si sente.

Formazione

Emanuele Bultrini – chitarre
Stefano Vicarelli – tastiere
Federico Nespola – batteria
Luca Pietropaoli – tromba
Claudio Mosconi – basso
Musicisti ospiti:
Barbara Eramo – voce
Emmanuel Louis – voce e chitarra
Cristiano De Fabritiis – vibrafono

Produzione

Marco Migliari e Fonderia

Tracklist

1. Moebius Onion Rings (4:33)
2. Istanbul (6:43)
3. Loaded Gun (6:24)
4. Gravity Wave (5:44)
5. Liquid (6:42)
6. A Billion Electric Sheep (6:49)
7. Gojira (6:52)
8. I Can’t Believe This Is Just a pop(e) Song (3:28)
9. Doctor’s Hill (5:57)

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