Nasum Farewell Tour: il finale grind arriva anche a Lubiana (2012)
Foto: Jerneja Jerak
Luogo: AKC Metelkova, Gala hala, Lubiana, Slovenia
Data del concerto: 29.09.2012
Pubblico: 150 – 200
Prezzo del biglietto: 20 € (24 € il giorno del concerto)
La Slovenia ha avuto la sua parte nel mosaico che ha scritto l’ultimo capitolo della storia dei grinder svedesi Nasum, ma quanto pesi davvero questo evento storico lo dirà solo la prova del sangue del tempo. È il pensiero che mi frullava in testa già da quando gli organizzatori, gli instancabili Dihurčki, hanno confermato che ci sarebbe stato lo storico concerto grind e poi l’ultimo calare del sipario, senza dubbio l’addio definitivo di una delle band che a cavallo del millennio hanno lasciato il segno più grande e visibile in questo genere estremo. Dopo la tragica notizia che lo tsunami seguito al terremoto si era portato via il fondatore, chitarrista e leader della band Mieszko Talarczik, l’addio definitivo era diventato una necessità di principio, perché nessuno poteva colmare quel vuoto; nel ventesimo anniversario della nascita della band e nell’ottavo dalla morte del cantante, il palco sotto i riflettori spenti è stato preso dal cantante dei Rotten Sound Keijo Niinimaa. Come suonasse dal vivo questa incarnazione della band, tenuta apposta su un polmone artificiale solo per garantirle un addio dignitoso e un cerimoniale da concerto, era un’incognita, ed è proprio per scoprirlo che in un grigio giorno di settembre si è messa in marcia verso il luogo del concerto anche la nostra squadra.
Davanti alla Gala hala la vita si è risvegliata presto, perché con due gruppi spalla gli organizzatori hanno acceso le luci del palco prima del solito, e c’era anche da dare una bella scossa al polso del pubblico sloveno, assonnato dal settembre e stufo di tutto. Dopo la prima conta delle teste è stato chiaro che almeno nel primo terzo del concerto, quando sono saliti sulle assi del palco i death’n’roller di Nova Gorica Hellcrawler, non ci sarebbe stato bisogno di misure speciali per risparmiare aria; i padroni di casa hanno comunque dimostrato di sapersi divertire alla grande, anche se sotto il palco non si vedevano proprio pogo, mosh e il casino di orde affamate di ibridi punk-metal. Gli Hellcrawler, nonostante la giovane età, col loro debutto uscito l’anno scorso, Wastelands , hanno già dimostrato di avere abbastanza nerbo perché il mix di punk, metal, stoner e di impatto sonoro primordiale e diretto, calibrato sui riff, sia più che potente. Il quintetto, completato oltre che da Valter al basso, Pijoe dietro le pelli e Miran al microfono, dal look gustosamente sopra le righe e semirasato, anche dall’esperto duo di chitarre Aris Demirovič – Andraž Zlobec, ricorda dannatamente i tempi in cui gli Entombed arano il loro terreno vergine due decenni fa, e non è immune nemmeno dai riff cadaverici dei Carcass; volendo nel cocktail si può aggiungere anche una spruzzata di Mötörhead e parecchio blackened thrash con la patina alla Maiden (per quanto la cosa possa sembrare incompatibile), ma ai ragazzi bisogna riconoscere che sanno come si serve la roba, musicalmente parlando. La cosa migliore di tutte è che il quintetto non si culla sugli obiettivi raggiunti e sulla gloria passata: oltre ai classici del disco d’esordio sono riusciti a infilare nel set ben tre pezzi nuovi. Miran, tra parentesi: somiglia da matti al sempre divertente e positivissimo batterista del gruppo di Brežice Obkurčeni, Tracy Teglo; per i suoi vignette catartiche e gutturali sul mondo post-apocalittico ha cercato l’ispirazione direttamente tra i riflettori, mentre il cementarsi piuttosto stantio sul palco degli altri membri dava un’immagine più statica, ma musicalmente di livello altissimo. I giovani di Nova Gorica sono senza dubbio in grado di competere sul mercato metal, e il fatto è che parecchi pezzi del debutto – almeno a giudicare dalla reazione del pubblico – in poco più di un anno hanno messo radici per bene. Oltre a Rattlesnake Taverna c’è senza dubbio anche Molten Faces Tribe, e con gli inserti alla Maiden conquista orecchie e anima anche il pezzo Towards The End, con cui i ragazzi hanno zittito per bene tutti i dubbiosi statici venuti a ungersi le orecchie solo con il piatto forte della serata. Posso solo essere d’accordo con chi nei giovani talenti sloveni (nonostante l’anagrafe di alcuni membri lo smentisca a gran voce) vede un futuro luminoso, e dopo i pezzi nuovi sentiti, come Coffin Garden, non c’è da temere per il salto di qualità: tutti e cinque gli Hellcrawler sono anime dannatamente agili e capaci di trattare bene i propri strumenti. La prossima volta servirebbe solo un po’ più di presenza scenica virile e di comunicazione col pubblico, in modo meno timido, ma è solo questione di gusti personali …
Dopo una pausa piuttosto breve sono saliti sul palco i vecchi conoscenti del pubblico sloveno – i thrasher black HC di Seattle su base death metal, i Black Breath. Senza voler generalizzare, quel mix ad alto numero di ottani di Dismember, Entombed e simile compagnia, a cui negli anni Novanta tanti hanno attinto volentieri, a parecchi dei presenti è piaciuto evidentemente anche più dell’esibizione delle star della serata, perché l’atmosfera nelle prime file stipate era più che pazzesca. Oltre a crustie, grinder e metallari, nel mosh più intenso è finito anche qualche rappresentante del quarto potere senza il minimo sospetto, e gli obiettivi fotografici hanno subito un test di sopravvivenza, visto che dal palco sono volati i primi crowd surfer; il cantante Neil McAdams, il tandem di chitarre Eric Wallace – Mark Palm e la coppia ritmica composta dal batterista Jamie Byrum e dal bassista Elijah Nelson, assecondando il pubblico benevolo, hanno dato il 110 % di scarica di adrenalina e di energia straordinaria – senza inutili sbruffonate e cazzate verbali! Nonostante la passeggiata nella loro discografia, piuttosto breve ma di impatto, sia filata via senza un osso di traverso, con grande risalto, oltre al debutto Heavy Breathing , soprattutto al disco uscito quest’anno, Sentenced To Life, non sono riuscito a scrollarmi di dosso la sensazione che i Black Breath vadano troppo sul facile; stavolta però quel principio generico non era un problema tale da dover correre da un proctologo. La chimica sul palco era molto più eruttiva che all’inizio e il suono è stato potenziato in un rullo compressore d’acciaio, dopo il quale parecchi hanno dovuto riempirsi i polmoni, meritatamente, con il fresco della notte di Lubiana. I colori americani sono stati difesi bene: al posto di trucco e pose, il pubblico di Lubiana si è beccato un bello spettacolo di qualità e una gita primordiale, cruda e senza compromessi, in versione metallizzata, nelle sicure acque basse di momenti da garage, già ben digeriti ma ancora digeribili, di quando il secolo scorso esalava l’ultimo respiro. Aggiungerei comunque: di picchi eccessivi non ne abbiamo visti.
L’atto principale, infatti, è arrivato per ultimo, e le aspettative, almeno da parte mia, erano altissime. Dopo l’annuncio dell’anno scorso che i Nasum si sarebbero congedati definitivamente dopo 45 concerti, era chiaro che l’ultimo atto sarebbe stato qualcosa di festoso e speciale. Parecchi fan si erano messi i colori di guerra adatti, si erano attrezzati con giacche scritte con i logo della band e si erano sistemati ad arte le acconciature crust-punk, e sull’ultimo viaggio della band un tempo vitale, ma segnata e marchiata a fuoco dalla tragedia, si sono avviati anche numerosi metallari, nelle loro sfumature di nero. Quando dalle casse sono risuonate le fanfare del giudizio finale, del cataclisma, e sulla folla hanno ululato le sirene di guerra e sofferenza, è stato chiaro che l’ultimo atto stava per cominciare, irrevocabilmente. Sul palco salgono l’ex chitarrista e attuale batterista Anders Jakobsen, si mette la chitarra a tracolla l’ex bassista e attuale chitarrista Jon Lindquist, accompagnato sul lato sinistro, tra gesti e pose, dal chitarrista Urban Skytt, al basso prende posto Jesper Liveröd e per ultimo si piazza dietro il microfono l’oratore finlandese del grind Keijo Niinimaa. Dopo una rumorosa ouverture è il brano Mass Hypnosis a fissare lo standard della serata: in decibel supera di gran lunga i predecessori, e lo sbarco brutale di grind diretto e brutale fa vorticare le viscere della Gala hala. Il pubblico, inchiodato al suolo dall’onda d’urto delle leggende svedesi, resta a fissare a bocca aperta, ma in tanti, fin dal primo istante, hanno urlato e seguito il cantante muovendo le labbra, snocciolando oralmente e ripassando a memoria i vangeli urlati della distruzione. Le onde d’urto non sono calate nemmeno dopo, e il rumore consistente a dieci pieni ha stordito per bene più di un paio di orecchie. Le turbine della simbiosi da concerto ruggivano a pieno regime; oltre alle chitarre alzate al cielo e all’esaltazione atmosferica si sentiva che i Nasum non si preoccupano della forma, e tra gli abbracci pieni di emozione e le dimostrazioni d’affetto fra i membri sul palco era chiaro che l’ultimo atto era un addio consapevole a qualcosa che per anni aveva riempito le giornate e i cuori; nonostante fosse innestato in un corpo per il resto estraneo, Keijo ha intessuto nei testi di Mieszko la propria anima, rendendo così omaggio al defunto pilastro fondamentale della band. L’equilibrio armonioso tra caos e armonia, tra eros musicale e tanatos morboso era perfetto, e oltre alla rabbia controllata sul palco brillava la luce di una musicalità geniale e di mosse sceniche navigate, che, nonostante i pugni alzati, le chitarre al cielo e le corde morsicate, non sembravano nemmeno un po’ stucchevoli da cock rocker. L’anima svedese con corde vocali stavolta finlandesi ha servito un divertimento grind perfetto, e la passeggiata attraverso tutti e quattro gli atti in studio, gli album Inhale/Exhale, Human 2.0, Helvete e Shift, è filata via in modo naturale, senza forzature e senza artifici. Il moshpit si è acceso, anche lo stage diving, e tra le stampede soffocanti di ritmo e musica sono seguite pause studiate, che spingevano i brani, dai canoni cantati sotto il palco fino al testo della title track del debutto Inhale/Exhale, verso l’inevitabile momento dell’addio definitivo. Di pezzi che uno dedicherebbe al nostro governo, alla politica e ai tempi in cui viviamo non ne sono mancati. Oltre a Bullshit, Time To Act!, Idiot Parade e I See Lies metterei in risalto soprattutto quello che brucia nel cuore della folla – il brano Wrath. Dopo l’encore, concesso, al ritorno dal palco sudati, per esaudire i desideri delle orde, il momento dell’estrema unzione si faceva sempre più vicino. L’ultimo atto dell’addio è stato servito in modo significativo sotto forma di The End dei celebri The Doors, leggende dello stacco psichedelico, e dopo l’ultimo calare dei sipari, l’inchino e l’uscita dal palco, l’addio eclettico era definitivo. Emozioni che si sarebbero potute tagliare con il coltello hanno travolto ogni vero fan, e i più composti e lucidi non hanno potuto fare altro che ammettere che il concerto di Lubiana è stato un bell’addio ai giganti del grind. Lubiana ha avuto il suo finale grind sotto forma di una splendida delizia da concerto, di cui, almeno da parte dei Nasum, purtroppo, non vedremo più alcun seguito.
È stata una storia che parlava di un fenomeno accaduto nella scena grind svedese underground a cavallo del millennio, e quel miracoloso risveglio si chiamava Nasum. Il grind era fatto per la rivolta e la catarsi, e con la corsa della globalizzazione i motivi erano sempre di più, abbastanza perché potesse scoppiare una rivoluzione me(n)tale. L’oratorio iconoclasta dei Nasum chiamava ai fatti e all’azione, ma è rimasto troppo spesso inascoltato, a causa dell’ottundimento e dell’ipnosi delle masse. Non l’ha lavato via nemmeno l’onda seguita al terremoto, che dalla costa di una località turistica asiatica si è portata via la vita a un giovane e talentuoso paroliere, rivoluzionario indomabile che al posto del fucile ha preso in mano la chitarra e ha rivestito di musica le sue parole d’ordine. Anche alla fine del secondo decennio di vita, e dopo anni passati a tenere la band in coma artificiale, il mondo non è cambiato. Il mondo, purtroppo, continua a girare verso un punto oltre il quale non si tornerà indietro. Il cataclisma è all’orizzonte, e i Nasum hanno già scritto il loro organon di vangeli profani e lo hanno lasciato in dote alle generazioni future. Non c’era niente da aggiungere e niente che si potesse togliere. L’ultimo atto era scritto e i sipari sono calati. È rimasto solo il vuoto e la chiara consapevolezza di chi pensa che non è oro tutto ciò che luccica e che non si può riempire ogni lacuna e ogni vuoto con una tonnellata di merda, perché semplicemente non sarebbe giusto. I Nasum lo sapevano, e così hanno preferito lasciare il palco da soli, con onore e a testa alta. Sulle note della fine e al tocco del fiato dell’eterna compagna, di cui cantava anche Jim Morrison. Dopo la fine non c’è più niente da aggiungere, vero?
Scaletta
Hellcrawler:
- Nuovo pezzo
- Rattlesnake Tavern
- The Molten Faces Tribe
- Coffin Garden
- Nuovo pezzo
- Yet Again The Greed Of Man
- Towards The End
Black Breath:
- Endless Corpse
- Mother Abyss
- Feast of the Damned
- Escape From Death
- Beneath the Crust
- Of Flesh
- Doomed
- Virus
- Black Sin (Spit on the Cross)
- Wewhocannotbenamed
Nasum:
- Mass Hypnosis
- Scoop
- Bullshit
- Relics
- Shadows
- Corrosion
- Multinational Murderers Network
- Parting Is Such Sweet Sorrow
- The Masked Face
- Tested
- Time to Act!
- Particles
- The Engine of Death
- Twinkle Little Scar
- Fury
- Wrath
- I Hate People
- The Black Swarm
- Closer to the End
- The Final Sleep
- The Idiot Parade
- I See Lies
- Circle of Defeat
- Inhale/Exhale
Bis:
- Worst Case Scenario
- (Sconosciuto)
- The End (brano dei The Doors)
Galleria fotografica






























